Che sarebbe stato un anno…quindici giorni fa…quasi.

Anche se non ci scrivo da un due mesi, quasi.

Anche se sono in ritardo di una decina di giorni con gli auguri…dieci giorni fa, quasi…facciamo quindici.

A volte mi manca si…sembra un’esistenza fa, quasi…sembra che la mia vita fosse diversa anche se io son sempre lo stesso, quasi…stesse lotte con le mie parti peggiori e desideri inconfessabili, sempre ad accumulare cataste di pensieri che si infilano in tutte quelle curve e pieghettine nel cervello neanche fossero briciole di crostatina tra le fessure della tastiera.

Quasi che ci ho ripensato a ricominciare di nuovo “che 301 sia” e sfogar se pur minimamente quella poltiglia beige che fa la spola tra stomaco e cervello tra una crisi di nervosismo e l’altra, che come sempre soffro di umanità cronica…non ero sano prima, non sono sano adesso…stessi amori impossibili e aggrappamenti a vetri scivolosi, mi riscopro spaventato da tutto come sempre mentre faccio lo spavaldo, come sempre…stesse battaglie perse in partenza perché sono il primo a non credere alla vittoria…arretro…arretro…arretro.

Perdente.

Scrivo poco.

Vorrei.

Mi servirebbe…forse. Quasi.

Di la…nell’altro spazio bianco, qualcosina qualche giorno fa, ho scritto. Tanti inizi…tanti titoli, due fenomenali credo, quasi…ed ho paura di sprecarli…lo sapete che ci si rimane delusi quando il pezzo non è all’altezza del titolo…è per lo stesso motivo per cui i trailer non dovrebbero esistere oppure dovrebbero fare un film interamente stile trailer con mezze frasi ad effetto, soundtrack che pompa, trama incapibile ma tanto “bum-bum”, nessun momento morto.

Nessun momento morto.

E anche in questo periodo, a proposito, io…poi…nessun momento morto, quasi.

Progetti, impegni. Tanti.

Eh si…ecco…questo poi sarebbe anche positivo.

Ma non sono felice.

Qualcosa non torna.

Ci sono degli spazi in cui non riesco a vedere, dentro. E che cazzo di paura ho…io…di vivere.

Perché.

300° gior…uahahaha…no…scherzavo.

Beh insomma, pare sia spiaciuto ad un sacco di gente che abbia concluso cosi di colpo il progetto “un pezzo al giorno” però tranquilli, non mene vado in vacanza per molto anzi, sto già pensando ad un qualcosa di diverso da riproporre più avanti, appena avrò le idee chiare…ovviamente sempre in versione blog. Intanto, impaginerò questo lavoro e lo buttero scaricabile da qualche parte sotto forma di ebook cosi chi vuole potrà portarsi sempre dietro questo progetto senza senso.

– Per gli scritti sporadici comunque, fate pure un salto su: www.malditesto.it , ci scrivo da 3-4 anni ormai insieme ad un compare di penna (io sono Nurofen)

– Se vi interessa la mia fotografia street invece, visto che sono più talentuoso come fotografo che come scrittore, andate sul mio sito www.blackbulb.net. Credo che ricomincerò anche a scrivere qualche articolino (in inglese)

– Tutte le cazzate che mi vengono in mente invece, finiscono su renzopianissimo.blogspot.it/ dove io ed un mio caro amico scriviamo le cose più stupide che ci possano venire in mente

– Per chi mi vuole insultare personalmente invece, un classico dei classici, pagina FB: Profilo

 

per l’altro progetto, quando sarà tempo saprete, un saluto e grazie 🙂

260° giorno – Pioggia di meteoriti nei ventricoli del cuore

Volevo andare al Carducci, prendere il solito caffè base, chiederle il nome, ipotizzare che sia polacco e “non è magari che anche te sei polacca?” dirle e lei “Si…” e allora io che le dico “il mio nome è Emanuele” ma in polacco che c’è il marito di mia cugina che viene da Cracovia e mi ha dato due dritte e chissà perché da quel punto in poi tutto mi sembra facile che nella mia mente la vita è sempre in discesa e sarà tipo per quello che ci rimango dentro spesso e volentieri nella mente e fanculo, ne ho ben donde, c’è caldo, sicurezza e pure quella giacca che ieri mi faceva grosso e grasso deformandomi…mi stava da Dio e ci sono primi appuntamenti e baci e carezze e sono sempre l’anima della serata in t-shirt e giacca con il colletto in pelo, in forma e sorriso convincente quindi forse tipo l’opposto di come sono in realtà, una chiara immagine di come vorrei essere anzi, più ottimista, me lo consigliano spesso…come sarò fra un po’ di mesi, crediamoci o almeno “fai finta”…me lo consigliano spesso.

Ho gran bisogno di innamorarmi.

“Ho gran bisogno di innamorarmi” penso, ho tipo il fuoco dentro, sto in gabbia…poi scrivo a degli amici ‘ho gran bisogno di innamorarmi che c’ho il fuoco dentro e sto in gabbia’ poi parlo un po’ con me stesso della mia visione del mondo e mi dico “ho gran bisogno di innamorarmi” che c’ho il fuoco dentro che mi brucia l’anima e alimenta la rabbia dell’animale in gabbia con sbarre che mastico e prendo a pugni…anzi…no…forse no, magari no…ho gran bisogno di innamorarmi seriamente di qualcun altro…credo…anzi no…ho bisogno di disinnamorarmi completamente prima che forse innamorato lo sono già e ripulire anima e corpo…questo dev’essere il principio…allontanarmi da Lei o l’idea che ho di Lei che nemmeno mi ferisce o mi fa male ma mi rende malinconico, fragile, scontento per il passato, pessimista per il futuro per quando forse magari di sicuro fidati che è cosi soffrirò per davvero, perché l’universo per me ha già deciso e sarò io solo a lottare contro miliardi di galassie, materia oscura e spazio-tempo…chi vince in queste condizioni…ve lo dico io, non si vince, nemmeno morte dignitosa che in amore finiamo tutti come cadaveri patetici che scivolano nel fiume mentre i rivali a riva gongolano e lanciano sassolini se con un ramo non arrivano a punzecchiarci.

Sto tipo facendo pasticci, assumo sentimenti contrastanti in pillole ad orari sballati creati da un mix di pezzi d’ anima tinteggiati color pastello e robe varie tossiche dall’effetto di dieci cocktail a caso durante una serata molesta invernale in maglietta corta…vomito…vomito da tossico…insostenibile, inquinato, ho bisogno di disintossicarmi da pillole d’anima e cocktail di malinconia, immagini residue, le visioni del futuro, i discorsi, le trame, i piani segreti e tattiche, lavori, atteggiamenti, falsificazioni. Ho pensato e penso a concentrarmi su quello che sono e che sarò…ha funzionato, funziona, ma è finita che non credo più in un sacco di cose e mi sembrano tutte ombre quando cammino in mezzo alla gente, ci sono persone a casa e non mi interessa quello che dicono, mi stufano i loro discorsi, mi offendono e penso solo a me stesso, un me stesso che occupa tutto il cervello o quasi, un me stesso che ha iniziato ad aver paura di pensare agli altri se non sono il loro primo pensiero, il tempo mi si stringe addosso un giorno, quello dopo il mondo cambia perché il me stesso è confuso, un me stesso che convive con un ingombrante e confuso me stesso.

Vorrei ricominciare da zero, magari da un “Ciao” in polacco, chiudere in una scatola tutto quello che rimbalza tra cuore e testa come un flipper oggi e pure ieri…arrotolare metri di corda e una dozzina di lucchetti, gettare tutto nel fiume e guardarlo affondare e poi riprovare di nuovo, ricominciare, come la nuova vita in una gigante rossa che esplode trasformandosi in una nana bianca che quando il troppo è troppo c’è da togliere il troppo e ricominciare con sfere bianche piccole luminose senza crosta e macchie ed esplosioni rabbiose e distruzione di pianeti e sistemi solari e buchi neri che risucchiano luce e anima.

Ho gran bisogno di innamorarmi. Da zero.

255° giorno – Are you Jimmy Ray?

Ieri sera “prendiamoci una pizza va” dico a Sorella “…e poi X-Files” a conclusione di una giornata passata in casa a dare tregua a fisico e mente almeno per un giorno.

“Ok…” risponde “guido io” dice poi e quindi guida lei che cosi manco si cambia, che è pigra mentre io invece, ad andare in giro da barbone non mi faccio poi troppi problemi. Abbiamo chiamato un’altra pizzeria…il nostro amico albanese non risponde e per quanto lo reputiamo un tradimento sommario…mai cambiare pizzaiolo di fiducia…ci sta che siano in vacanza pure loro.

La pizzeria ‘nuova’ sta appena dopo il centro del paese ed è un buco, dentro ha tipo i mobili vecchi di mia nonna…di quelli da cucina anni ’70 anche se mi sa che gli mancano le gambe dietro visto che il ripiano invece che dritto sta a 45° gradi. Il pizzaiolo, che si chiama Jimmy, è in netta confusione…che poi io mi chiedo perché ‘Jimmy’ visto che mi pare più un tipo da Amin Abdullah Tash…fatto sta che la nana bionda lo chiama Jimmy e il ragazzo delle consegne dal sorriso strafottente lo chiama Jimmy e poi entra un altro tizio con due borse rosse in mano e che si toglie la giacca buttandola su uno sgabello e lo chiama Jimmy.

“Quella è sua moglie vero?” mi chiede il nuovo entrato

Fuori, in una Focus nuovo modello…gigante senza motivazioni plausibili, una tizia che avrà 65 anni.

“Ma Diodidio…ma che cazzo sono…il toyboy della babbiona di turno? O forse ti pare che abbia 70 anni? Cazzo…me ne hanno dati 24 l’altro giorno…non mi dovete far venire l’ansia su questo che mi partono le crisi ed ogni superfice lucida è una buona scusa per contare le rughe in faccia” penso, però poi gli dico solo “No” mentre Jimmy colpisce con la pala la nana bionda per sbaglio e tutti ridono tranne me che sono qua dentro da venti minuti e Jimmy continua a chiedere gli ingredienti per le pizze e a sbagliare commesse e intanto entra altra gente e Jimmy parte con le bestemmie in arabo mentre la nana si lamenta per la carta degli scontrini che è finita e il tizio delle consegne sta tra le palle davanti ad una cartina in cerca di Via Malnati e Jimmy mi dice “Toscano…quattro stagioni giusto?”

“Ma anche no Jimmy” c’è un fogliettino li con il mio ordine, lo vedo e c’è scritto ‘PATATINE -SALAME PICCANTE PAT. – MEZZA MARGHERITA MEZZA FUNGHI’ quindi no Jimmy, no…non la voglio la tua quattro stagioni e vedi pure di muoverti che siamo a venticinqueminutidiattesainpiedichemancoinpostadisabato, che nemmeno voglio sedermi su questa panchina rivestita di rosso tutta macchiata…barbone si ma con dei limiti eccheccazzo.

Ormai qua la fila esce dalla porta…in pole position il ragazzo delle consegne, io secondo a soli sei decimi di secondo che sbuffo e scalpito, in terza posizione un tizio in tuta alto tre metri con giacca in pelle gialla e pelo sul colletto, quarta la vecchia nella Focus che inquina l’atmosfera lasciando accesa quella stufa a petrolio…la situazione è tesa quando ecco il verde…le pizze escono dal forno, io mi faccio largo ed ora affianco il ragazzo mentre Jimmy butta le pizze roventi dentro il cartone con la scritta EURO PIZZA in blu…do un’occhiata dentro…analizzo ingredienti e numero ed è incredibile, sono le mie, dopo ‘solo’ trenta minuti, prendo e mi precipito fuori, passando in vantaggio, salutando tutti, lasciando le porte aperte.

Entro nel Lupo con Sorella che altri due minuti e si sarebbe schiantata sul clacson per il sonno, stringo le pizze come un trofeo, il mio tttesssssorooo e le intimo di sgommare che non ne posso più di quell’angolo di mondo.

Alla rotonda mi fa

“Quanto hai pagato?”

Ecco…il mio solito me che si dimentica di fare qualcosa.

240° giorno – Circolo di confusione

Circolo di confusione…il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza…roba di fotografia, ottica, leggi fisiche che parlano di luce, puntini sfocati nello sfondo di foto con modelle nude e ci penso mentre esploro le camere, non trovo gli occhiali “dove sono…li avete visti?” “Devo andare a lavoro dove sono” dico ma la gente mi abbraccia e mi dice “stai diventando vecchio” “trent’anni son tanti” e messaggi di testo digitali segnalati dai mille ‘TA-TLAN’ del telefono arrivano continui, come sirene anti nebbia , volume 28/30, pensieri confusi ancor più da quando ormai non ho più un ‘2’ davanti, “forse son di cordoglio o forse di auguri” penso, chissà. Come regalo personale esco mezz’ora in ritardo…a lavoro tutti sanno del cambio di numero davanti, forse per passaparola, non so la fonte, non lo scopro, pacche sulle spalle, “Auguri!” “Stasera fai bordello cazzo!” “Cavolo ti portiamo al Corona con le puttane strafighe” dolci sirene “palpeggiamo tocchiamo si divertiamo ce la spassiamo” gambe lunghe e lisce. “Chissà come l’hanno saputo” mi dico “di quel 3 davanti”…le date son sparite anche dai social network da anni ed è rimasta roba privata tra me e quelli vicini davvero e che si ricordano anche se, pensieri da appena sveglio, avrei preferito che nemmeno loro calcassero la mano su quel nuovo numero della mia vita, ‘3’…per carità poi, non vuol dire nulla, “solo un numero” si dice, non cambia le prospettive anche se il mondo vuole convincerti di si, posti di lavoro in cui cominci ad essere nel margine esterno, la gente ti pressa in attesa del tuo definitivo exploit o la consacrazione del tuo fallimento, pronti con chiodi e martello che nella bara tanto ti ci sei messo da solo ed hai pure appoggiato il coperchio, nonostante tu da dentro gridi ancora “son giovane! son giovane!” che non è che la schiena di colpo fa male o non distingui più i piccoli cerchi e la vista si appanna come i vetro di un bar d’inverno, che l’occhio umano ha dei limiti sapete? Al di sotto di un certo diametro non riesce a distinguere un cerchio, ci vedrà solo un punto e se prendete un foglio e una penna e disegnate un punto e provate a guardarlo da vicino…non è un punto ma un piccolissimo cerchio…circolo di confusione. 

La vasca è stracolma di acqua bollente, ma nessuna schiuma, sul bordo liscio non c’è nessun bagnoschiuma “Cristoiddiosantissimo ma sarà mai possibile…che non esiste vasca se non esiste bagnoschiuma e sapone” e mi alzo, frugo nudo e bagnato tra gli sportelli, recupero brodaglia verde inscatolata in un cilindro di plastica trasparente con indicazione di Ph, la appoggio sul bordo ma quella scivola e “PAFF!” cade e si riempe di acqua, schizzi e acqua ovunque sulle piastrelle old-style e per terra e capisco che c’era un motivo per l’assenza di recipienti e bottiglie…se una madre fa qualcosa c’è una ragione e chi sono io che non so fare nulla per dimostrare il contrario, andare contro lucida logica. Sono fatto male e devo pentirmi, chiedo ammenda e ringrazio il destino per una famiglia che ha costruito quattro mura calde ed un tetto, che ha inserito caldaie e tubi con l’aiuto delle anime di idraulici vecchi e ubriachi, acqua che scorre calda a fiumi, un miracolo vero. Esco caldo e grato con la pioggia che scende, scorre sulla testa e i pensieri, sugli appuntamenti spostati , “la città è l’inferno!” dice un’amica quando entro in macchina, il mondo è alla fine, la gente è in panico e va di corsa, si accalca in casse, consegna sacchi di soldi per mercanzia di plastica nella solita gara annuale per comprare il sorriso del prossimo mentre io, con la saggezza del ‘3’ davanti penso solo che non andrò al Carducci, niente cameriera dai capelli di rame, sorriso timido e silenzioso, gambe magre e lunghe, occhi che incrociano i miei ogni qualvolta che tento di vedere se c’è, se lavora, se è dietro il bancone mentre io fuori che passo davanti nella strada e la sua polvere, come John Fante e la sua Camilla dagli occhi selvaggi…

…ho finito il suo libro proprio oggi…mentre mi farciscono di crema una torta al limone e mettono candeline e segnali luminosi io mi isolo da tutto per stare con Camilla nel deserto, seduto con il culo sulla poltrona comoda ma con la mente nella povertà e nell’amore di Los Angeles, nel dramma, tra il patetico e il tragico fino all’ultima pagina bianca e la copertina, la fine di quella storia, l’ambizione, il nulla e la polvere, il deserto, orme sulla sabbia e la fine di un giovane come me si, che vuol diventare scrittore di nome come me si, anch’io con la mia Camilla dai capelli di rame anche se per John quello è l’epilogo…deserto e morte e tristezza mentre io credo nei cerchi, alla ‘fine’ come ‘nuovo inizio’, pur se sfocato, piccolo, insignificante, confuso ma pur sempre un cerchio, non solo un punto, non ancora…non ancora.

239° giorno – Vita e scrittura

Mi sentivo abbastanza carico oggi, anche se stasera…Dio…sto crollando dal sonno e la testa ciondola mentre tutta la famiglia e gli zii stanno di là, e parlano e ridono tutti assieme mentre io di fronte al portatile, che sbadiglio, che in pratica dormo sulla tastiera. Mi sono bruciato mezzo libro di John Fante in treno, mentre seguivo i passi di una ragazza bellissima che ho incrociato stamattina alle 11:16 e pure alle 17:36, stesso treno, stessa carrozza, mi si siede a fianco la sera e io son contento ma poi si alza e se ne va in un’altra carrozza…peccato, gran belle gambe che spariscono da sotto gli occhi ma va bhe, rimango con ‘Chiedi alla polvere’ che è un libro straordinario, ne leggo 30 pagine all’andata e io mi dico che una roba cosi non l’ho mai letta in vita mia e forse non la scriverò mai…scoraggiante all’inizio stimolante poi, quando analizzi nel dettaglio e noti che tutto si basa su vita vissuta…sopravvivenza tra personaggi veri, prostitute, gente buona e gente cattiva, povertà, amore facile, alcool…roba che, nonostante tutte le cose che faccio, rimango un bravo ragazzo troppo ben coccolato e comodo tra le mura di casa per poter parlare di cose cosi vere e credo che se ti chiedi di cosa vuoi scrivere e come vuoi scrivere, nella vita e prima della morte fisica o mentale, c’è da riflettere su come vuoi vivere pure, fare cose per poterle mettere su carta che si, puoi inventare e scrivere di mondi e storie che non esistono ma il mondo reale…quello sprigiona pathos, sudore e sangue vero, follia e odio e amore genuino che anche ad immaginare con vividezza…son solo approssimazioni, sentito dire, la differenza che passa tra un giornaletto porno e la ragazza nuda sul letto. 

Ero a Milano quindi, vagavo perlopiù, bevevo e mangiavo cose, scattavo fotografie a gente quasi sempre ignara e pensavo a John e allo stile, al mio non-stile, alle cose che mi mancano come pezzi di puzzle. Quindi, mi son fatto uno di quei discorsi personali tra me e me ma molto sereno stavolta, senza stare a litigare e come se fosse un compromesso, un patto in comune, mi son deciso a provarci seriamente in tutto quello che è vita vera, senza fermarsi ad osservare le anime perse che mi stanno attorno, troppo blando troppo blando…no no…qua c’è bisogno di amare seriamente, viaggiare e vedere aurore boreali, conoscere gente che puzza da morire, vecchi e giovani, baristi e camionisti, assimilare assimilare assimilare e vedere se poi qualcosa si forma nel cervello per cadere come inchiostro sulla carta, prima o poi, se ne sarò degno soprattutto, se il talento esce dalla pelle, se la penna scrive da sola, stato di trance, creatività pura, scrittura meritevole di essere ricordata.

237° giorno – Trecento metri stile libero

Faccio trecento metri con l’ombrello aperto da scemo prima di accorgermi che non piove, fin quasi dentro la ditta…che esci e lo dai per scontato ecco il punto…son 3 giorni che la doccia su Varese è aperta e di solito qua, quando inizia, non smette per due o tre mesi ma stavolta no, sorpresa…e quando succedono cose cosi ecco…io mi piglio un po’ male, spesso devo incontrare due tre persone senza ombrello prima di rendermi conto che c’è un motivo sotto e che non stanno tentando di ammalarsi per prendere malattia, come quelli che fottono le assicurazioni. 

Il fatto è che io quando cammino, e qua emerge il problema, penso a tutt’altro. Appena fuori dal cancello, ombrello già spalancato dal vialetto, partono i primi trenta metri dedicati al cellulare, trovare canzoni e playlist e premere play, infilarsi auricolari senza prestare la minima attenzione alle macchine che passano e alle condizioni atmosferiche. Già perso nel nulla, arrivo al pino marittimo sofferente qualche decina di metri dopo e li, con un cambio di scena mentale, ecco che mi torna in mente quel pensiero di cui non sono mai riuscito a parlare in un pezzo…il fatto che subito dopo la neve, ti bagni di più se stai sotto gli alberi che sulla strada…un pensiero sciocco si, ma solo in superficie, come tutte le piccole cose che contano davvero. Il pino fa parte di un giardino privato, dove prima stava il mugnaio, uno degli ultimi o forse dei primi…quando tutto succede in fretta non lo capisci…a mollare il colpo dopo l’arrivo in paese dei supermercati giganti da quaranta corsie, ottanta caselli autostra-casse, tessere fedeltà e amore. Adesso che ha chiuso per sempre, e sono anni ormai, vi giuro che non capisco cosa succeda li dentro…mi ricordo un tricheco che stampava magliette qualche tempo fa, poi una strana società e un gran via vai di Land Rover…adesso ci entra ogni mattina una tizia riccia con cane a seguito. Subito dopo un paio di belle case…uno che abitava in questa, a sinistra, dal giardino grande e gli aceri rossi, se n’è andato in India con un’altra mia vicina di casa. Sulla curva appena dopo, la casa verde con le rose, che in primavera quando sbocciano escono dalla ringhiera e sto li a guardarle ogni volta ma giuro, non ne ho mai presa una.

Ora sono sullo stradone, anche se le barriere che circondano il cantiere della nuova-ormai-vecchia ferrovia, l’hanno ridotto ad un vicolo cieco. Nella prima casa che incontro, abita la ragazza dalla macchina color crema, una specie di angelo sceso in terra che di tanto in tanto rischiara le mattine quando esco in orari inusuali e mi capita di incrociarla. Su di lei i pensieri cadono spesso perché è una di quelle persone che nemmeno conosci ma che vedi ogni tanto e chissà perché, i ricordi son sempre vividissimi…me la ricordo seduta al tavolo da Enzo, il ragazzo della scuola guida nel mio paese che io spesso mi chiedo come faccia a ricordarsi i nomi di tutti noi. Ero entrato a fare lo scemo con gli amici…così, per salutarlo, e lei era li, vagamente divertita…e la ricordo anche sulla banchina del binario 3, stazione di Varese, parlava con una sua amica, era settembre, io aspettavo il treno per andare a Milano, università, lei chissà…ma sorrideva…che sorriso. Union Cafè appena dopo…non un bar ma una di quelle ditte che ricaricano Juke-Box con selettore di brodaglie e più che ‘ditta’ diciamo pure ‘magazzino’ o meglio, diciamo pure ‘magazzino in vendita da 3 anni’ che c’è la crisi, facciata di cemento prefabbricato con sassolini estetici sulla facciata e quella pianta spontanea nell’angolo destro, che emerge proprio dall’incrocio tra asfalto e cemento…erano due foglie un anno fa e ne sta uscendo un alberello piano piano. 

Continuo a camminare, sempre con l’ombrello aperto e nemmeno una goccia, altre case, abitate da vecchi principalmente e micro-uffici sempre bui in cui entrano ed escono persone…mi fan salire quella curiosità genetica che provavo fin da piccolo, quando tornavo mezzo addormentato sulla UNO Sting 45 grigia metallizzato targata VA 995143, testa appoggiata sul vetro e le luci accese della sera e io che avrei voluto vedere quelle famiglie estranee nella loro quotidianità dentro quei blocchi di luce. Villetta della mia maestra delle elementari a destra…ci ho messo vent’anni per capire che eravamo quasi vicini di casa…giro a sinistra, garage-officina di pullman e camion con quel bus strano con scritto ‘Il cammello a tre gobbe’ sul fianco, le tendine bianche, prese d’aria e tubi…sarà pure alto tre metri e la ruggine se lo sta mangiando insieme a tutte le altre carcasse nel piazzale. 

Ora lo stradone va dritto per altri venti metri e siepi e cemento proseguono fino alla strada privata della ditta. Partono i pensieri personali molesti e penso a quella tizia che mi fa dannare, lei e il suo vizio di non rispondere che io non sopporto…vada che è giovane ma io i ‘bambini’ d’oggi li inserirei nel mondo reale battezzandoli a schiaffi, insegnando modi ed educazione e rispetto per tutti, pure per i peggio stronzi figurati per quelli più grandi, che io posso pur sembrare quasi giovincello ma in diverse percentuali e parti son vecchio, la stanchezza la senti di più, le scarpe bagnate danno più fastidio e qualche sera te ne stai pure a casa volentieri. Del tempo che passa me ne accorgo pure dalla ditta ora che sto sul piazzale, la stradina privata tutta erbaccia e pareti di cemento è già alle spalle. Sembra incredibile ma il primo piede qua ce l’ho messo quasi dieci anni fa e le cose stavano diversamente. A destra c’era ancora l’albero storto e aggrappato al vecchio muro…ne erano rimasti 3 metri…mentre adesso non rimane nulla, le auto nel parcheggio son cambiate, quasi tutte nuove e son comparse insegne luminose, cartelli per il parcheggio, cancello elettrico lucido e pure la gente dentro è cambiata, che molti son rimasti ma altri se ne sono andati ed è anche con un po’ di nostalgia che penso che anche per me forse sarà cosi, magari a breve chissà…e l’idea di eliminare questi trecento metri di vasca sovrapensiero, che ormai faccio ogni giorno, e riempire il buco poi, con un nuovo pezzo di vita…non so…strana sensazione…ma ormai lo sapete che sono un tipo malinconico.

222° giorno – Ventuno neon illuminano i pensieri della sera

Mi sento poco producente in questa tranche pomeridiana, nonostante la mattinata intensa e quella della ISO 9001, beltà minuta mamma di due bimbi, sui quaranta, vocina graziosa, corpo da ventenne su cui tutti noi fantastichiamo e giudichiamo in fantasie estreme, battutacce, dialoghi sconci ipotetici. 

In questo stato di bradipismo auto-indotto mi agito sulla sedia con lo schienale ormai quasi orizzontale, che l’unico pensiero che rimbalza nel cranio è quello di aspettare che tutto finisca il prima possibile ma comunque seduto comodo. Dovrei impormi con Faraone e Capa, su ai piani alti…farmene comprare una nuova, di sedia…ne va della mia schiena, la salute, la postura che si traduce in camminare storto, sembrare paraplegico, emarginato dalla società, scarsamente attraente per donnine ISO 9001 cresciute, gobbo, con le anche disassate e poi, di conseguenza, triste, depresso, i vestiti che non ti stanno, poca voglia di uscire, bottiglie a domicilio di Whisky Four Roses da discount. 

Forse esagero…dev’essere tutto dettato dal sentirmi con la coscienza poco pulita visto che sto rubando lo stipendio e dovrei uscire dalla ditta per esser rispettabile, smetterla di fissare finestre che apro e chiudo senza leggere facendo click su pezzi di software bianchi senza bottoni, osservando spie luminose rosso acceso di stufette e compartimenti elettrici che diffondono radiazioni e calore con effetto soporifero. Faccio un passo verso una parvenza di vitalità, ma non di decenza, e scrivo ad una mia amica, anche se abbiamo già chiacchierato abbastanza ieri notte…e questa mattina…e nel primo pomeriggio e il giorno prima pure e quello prima ancora pure. Mi scrive che sta pranzando solo ora, che l’uni è pesante, che le tocca pure lavorare il pomeriggio nonostante sia una mezza giornata speciale e io le rispondo che tanto vorrei la pace nel mondo, cielo blu con veloci nuvole bianche e sole splendente, l’odore di fieno, appisolato sul giardino del vicino con l’erba più verde…eredità e pace alla sua buon’anima, un bastoncino conficcato per terra, un filo che si srotola da quella porzione di ramo di betulla fino al cielo, aquilone rosso, ogni tanto ombra, rumore d’acqua a sedici decibel. Poi, le dico di pranzare pure in tranquillità che io ora ho da lavorare duro da vero professionista serio con tabelle, scadenze, sottoposti a cui gridare ordini da una scrivania in cui io appoggio i piedi, sdraiato su una sedia dallo schienale quasi orizzontale ma non perché scassata ma grazie a servo-meccanismi elettrici costosi, progettati apposta per auto-modellare cuscini con il mio culo, la schiena storta, la nuca pelata, la brutta faccia, l’ambizione, l’ego che cerca spazio fra le costole, le bugie che tengo nascoste da qualche parte sui fianchi.

Infilo il telefono in tasca, apro un file, temporeggio, dò un’occhiata. Richiudo. Ci ho provato.

Spento. Mi passo la mano sulla nuca e sulla testa alla ricerca di residui di capelli più duri degli altri che mi diano illusione di potenziale ricrescita futura…risvegliarmi con un pezzo di chioma in più mi garberebbe, ma anche risvegliarmi in compagnia, in una casa comprata da me, con un gatto mio, elettrodomestici moderni anni ’50 e rovere…mi piace il rovere…il rovere è bello. Mi passo la mano sulla barba a due lunghezze, li sul collo dimentico di farla da una settimana, mentre osservo l’orologio digitale inchiodato da venti minuti sulla stessa ora, sensazione di quieto nervosismo e fastidioso far nulla e come al solito, finisce che la prostata pensa per me.

“Vai al cesso” mi dice, “hai un disperato bisogno di pisciare” insiste.

Mi alzo, scendo le scale, “cosi mi sveglio” mi dico. Entro nello spogliatoio e vado per fare quello che devo fare ma tanto è inutile, era solo una finzione subconscia e mi ritrovo infilato in un cubicolo con luce a lampadina a fissare il muro, puzza atroce nonostante sia stato pulito dall’impresa nel pomeriggio, come una di quelle persone belle fuori e infernali dentro. Mi lavo le mani perché è cosi che si fa, che tu pisci o non pisci, che ti tocchi il bigolo oppure no, polverina bianca che quando vai ad asciugartele ti accorgi che te ne sono rimaste delle chiazzette da qualche parte quindi ancora acqua e poi finalmente te le asciughi, unavoltaemezza di getto-aria calda anche se sto diventando bravo, quasi me ne basta una sola mandata. 

La gita al cesso non serve a nulla, continuo a sentirmi una scatola vuota in attesa della spedizione delle 19:30, i ragazzi tentano di parlarmi ma rinunciano, mi salutano e se ne vanno, i rumori quasi spariscono e mi sento come in un film americano, con l’avvocato che fa il figo da solo in ufficio di notte ma con scatole e macchina sullo sfondo invece dello skyline di Chicago. Manca poco ormai, il cervello è definitivamente in quasi-stand-by…dovrebbe esserci pure una spia da qualche parte, forse sul petto…come quella della mia TV che spengo dal letto e che per pigrizia non mi alzo ad uccidere per far terminare quello spreco di onde luminose…la lascio fissa a ciucciare Watt/ora e mi giro dall’altra parte nel letto e non la guardo più come a volte, faccio con le persone. 

Si parlava svogliatamente di una nostra amica cameriera prima…mi è venuto da pensare che sono tipo due mesi che non la sento…perchè poi, non lo so. Non è nemmeno per il classico gioco delle resistenze “non la cerco perchè lei non mi cerca”…oppure il “cazzo quanto odio quando non mi rispondono…sai che ti dico vaffanculo” no…sembra solo che lo spazio in memoria sia finito, me ne dimentico e non parlo solo di lei. Mi sento uno sceneggiatore di una serie che non sa più gestire i suoi attori e che fa confusione, tralascia particolare, crea buchi nella trama.

Da mezzo sdraiato mentre fisso i ventuno neon bianchi appesi a quattrometrietrentotto dal terreno, mi riprometto che “stasera sento un po’ come sta”.

Ma mento a me stesso, lo so benissimo.

166° giorno – Business

“I furgoni dei corrieri espresso sono il futuro! Lo fermiamo con una scusa…facciamo scendere il tipo e lo massacriamo di legnate e lo scarichiamo nella ‘rungia’…te arrivi con un altro furgone…carichiamo tutto e scappiamo che di sicuro hanno il gps e dobbiamo lasciarlo li…e poi vediamo quello che abbiamo raccattato…”

“Per carità…il piano mi sembra anche buono ma ci sono un po’ troppi rischi Teo…”

Mi alzo per sgranchirmi il corpo dopo quello scambio di opinioni e faccio due passi, raggiungendo la zona dei cartoni che da due giorni è ‘off limits’ perché siamo stati sgridati di brutto.

Dicono che facciamo casino, come maiali.

“Avete rotto il cazzo con questi cartoni e scatole piccole gettate in giro mi state sentendo?” ci dicono un paio di giorni prima, noi zitti.

“Stai lontano da quei cazzo di cartoni!” mi urlano per rievocare quel momento buio.

“Andate al diavolo” rispondo, dito medio alzato.

Sopra scatole giganti di motori, piccoli di pulsanti da cablare e cartacce, rotoli e confezioni senza marchi, c’è il cartone di una pizza.

Ci sono due peperoncini gay con tanto di ciuffo biondo e una cipolla mutante e deforme, marrone e vecchia che ballano e festeggiano con delle fette di pizza storte. “Amici per la pizza” c’è scritto, anche se più che l’amicizia mi vengono in mente cose come Chernobyl o un gay pride brasiliano. Decisamente una delle confezioni più brutte che abbia mai visto.

Ma perché non hanno fatto come gli altri pizzaioli mi chiedo, con il loro utilizzo ignobile di supereroi, mascotte, personaggi famosi in chiave pizzeria?

C’è quello che usa Super Mario che sforna una margherita mentre Luigi serve ai tavoli, uno Scooby Doo con collare con scritto “i love pizza” e lo sfigato che lo segue, vestiti entrambi da fattorini con pizza in mano. C’è Captain America con una pizza invece dello scudo, Olivia e Baccio di Ferro in cucina che condiscono un calzone, le tartarughe ninja con Napoli sullo sfondo e non parliamo di Babbo Natale, Shrek con quattro stagioni in mano, Lilly e il Vagabondo che ne mangiano assieme una al salame e cosi via.

Ora, probabilmente se fossi uno sgherro di una cavolo di multinazionale in possesso di un qualche diritto di sfruttamento d’immagine o copyright potrei farle chiudere quasi tutte queste pizzerie. Accidenti, potrebbe essere un business…potrei farmi un falso tesserino di una fantomatica divisione italiana della Paramaount che protegge i diritti su Splinter ed Iron Man ad esempio e chiedere il pizzo.

Chiedere il pizzo sulla pizza.

“Mi paghi e io alla Paramount non dico nulla e puoi continuare a cucinare e pagare il tuo aiutante egiziano in nero” dico al pizzaiolo.

Quello paga, io rimetto via il tesserino nel cappotto lungo che fa tanto FBI.

Contento io, contento te, contenti tutti, la Paramount non saprà nulla.

E’ un’idea geniale. Mi giro verso Teo.

“Ho una cazzo di idea geniale…ti piace la pizza?”

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165° giorno – Il mio lato positivo

A dirti che il tempo una merda, che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte e che il cuore è sempre più freddo mi sono stancato, non te ne voglio parlare. Ti parlo della banca quindi, con quell’entrata anni sessanta e porta a vetri con su scritto “SPINGERE” e io spingo.

Ne approfitta un vecchio storto, una donna occhialuta dalla faccia larga e riccioli brutti, una mamma di colore e bambino, di colore pure lui guarda un po’. Tutti si infilano nel varco lasciato aperto dal mio possente braccio che tiene aperta la porta. Si infilano tutti e nessuno che chieda grazie. 

Stronzi.

Il passo successivo è la cella criogenica. Premi un pulsante e una superfice tonda fa “Swoooosh!” e si apre. Entri e quella fa “Swoooosh!” e si chiude alle tue spalle. Nella mia vecchia banca che era più nuova, c’era anche una vocina femminile metallica che ti ricordava di “lasciare ogni speranza e oggetti metallici o io che entravo” cosa che ovviamente non facevo. La porta si apriva lo stesso, pure quella con un “Swoooosh!” molto uguale ma con qualche “o” in più. Nella nuova banca che è vecchia invece la voce non c’è e la porta si apre lo stesso, forse anche se portassi con me una Desert Eagle nella manica. Fa “Swoooosh!” e si spalanca.

Dentro non si capisce mai dove cazzo bisogna andare. Entri e tutti i cartelli appesi al soffitto che dovrebbero illustrare le varie zone di competenza sono coperti da pilastri cosi enormi che sembrano debbano tenere su un ponte. In più è una giungla, non solo piante basse, ma alberi veri e propri che mischiati con il marrone dei muri e dei tavoli fa sembrare il locale il set del Libro della giungla remake. Le casse sono le uniche zone visibili e io mi aggiro tra cordoni separa folla, cinesi imprenditori e cartelloni pubblicitari finché non mi trovo in mezzo ad un locale pieno di scrivanie e gente seduta dietro. “FAMILY ROOM” c’è scritto e in effetti c’è una tizia che potrebbe essere mia mamma, uno che potrebbe essere mio fratello sfigato e un altro che potrebbe essere lo zio cattivo. Non posso che andare dallo zio cattivo. Non sorride, sembra incazzato, ciccione e capelli bianchi lunghi tirati indietro, sguardo cattivo e doppio mento, cattivo pure lui.

Forse è qui che posso risolvere il mio problema, ho buone sensazioni. Sapete i vantaggi dell’home banking no? Fare tutto senza alzare il culo dalla sedia e spostare lo sguardo dallo schermo con porno in streaming ridotto ad icona. Beh, nella mia estrema pigrizia avevo trovato qualcosa che inseriva le password al posto mio, quelle della banca comprese. Quindi, in nome della sicurezza, potevo sbizzarrirmi con password complicate gonfie di codici e da 470 caratteri e inserirle in questo software russo. Fatto tutto quel casino sarebbe bastato inserire solo la password del software e quello avrebbe pensato automaticamente ad inserire tutti i caratteri nei posti giusti, evitandomi sforzi di memoria causa siti che ti chiedono di infilare caratteri egizi, numeri e aforismi famosi tra i caratteri delle parole di sicurezza. 

Sembrava un colpo di genio, una sola password per tutte le password, una specie di anello del potere di Sauron digitale.

L’ho persa quella password.

“Si? Che c’è?” mi chiede lo zio malvagio. Mi ha visto titubante nei suoi pressi ed ha preso l’iniziativa. Io non ne avevo il coraggio. 
Bravo.

“Vorrei annullare il PIN del conto…”
“Azzerare….”
“Si quello…”
“Numero di conto?”
“Ah si, lo cerco”

Tiro fuori un plico pieno di carte. Dentro ci trovo la mia scheda di valutazione lancio per il Bungee Jumping, il programma in francese del torneo di tennis di Parigi Bercy del 2011, scontrini, fogli di università e qualche straccio piegato della banca. Dovete sapere che l’IBAN ce l’ho segnato sempre da qualche parte e in questo momento quel “qualche parte” è il mio vecchio borsellino, che anche lui sta da qualche parte. Ravano confuso in quel disastro, strappo fogli e mi copro di ridicola goffaggine.

Sbuffa. “Faccio io…nome?” mi chiede

“Emanuele Toscano….” gli rispondo, e sembro un bambino in punizione che si vergogna. Mi chiedo perchè non me l’abbia chiesto appena visto il mio raccoglitore in plastica trasparente.

Smanetta per qualche minuto come nei film quando c’è il tizio che fa l’hacker e scrive a duemila all’ora sulla tastiera e compaiono menu segreti, codici, teschi e messaggi di pericolo lampeggianti di rosso. Ogni tanto smette per segnarsi dei numeri su un foglio di carta. Una volta disegna un triangolo con la matita, lo calca con violenza e lo colora tutto all’interno con perizia. Mi chiedo cosa c’entri con il mio conto.

“Gli illuminati…”
“Cosa?”
“Nulla nulla…”
“Mmmh…”

Ricomincia ad armeggiare a velocità warp e io inizio a curiosare con lo sguardo tra le sue carte. Davanti ha un foglio molto complicato con sopra frecce fatte in evidenziatore blu e una grande scritta, sempre dello stesso colore, ovviamente girato al contrario dal mio punto di vista…devo ruotare il collo e spostarmi sulla sedia per leggerlo meglio.

“Copiare la ‘qualcosa’ x5”. Quel qualcosa inizia con la ‘C’ di ‘Copiare la ‘qualcosa’ x5′. 
“Cavolo? Casa? Cavallo? Cedrata?” Più leggo quella scritta meno riesco a capirla.
“Ma che fa?” dice mio zio malvagio. Il ticchettio era finito, colto in fragrante mentre sbircio nei cazzi degli altri.
“No…nulla…non capivo cosa ci fosse scritto lì…prima di x5”
“Perchè? E’ roba sua…?”
“No no…era cosi…per distrarmi…”
“Si eh?”
“Si…ma ha per caso annullato il pin?”
“Azzerato…si…fatto…”
“Ah bhe…è tutto si..posso andare…”
“Si…vada…”
“Mmmh…”
“Desidera altro?”
“Non è che mi dice cosa c’è scritto prima di x5?”
“Cedola…c’è scritto cedola…”
“Cedola…grazie mille”

Sorrido e mi allontano. Emergo dalla giungla, affronto la seconda stanza criogenica e stavolta TIRO ed esco, entro nel Lupo e torno verso casa. Passando di fianco al cinema Nuovo vedo che trasmettono “Il lato positivo” stasera, alle nove. 

“Quasi quasi…poltroncine in velluto rosso…il posto te lo scegli te…schermo grande…tutto tranquillo, relax…quasi quasi…”

Chiamo una ragazza. “Lo vuoi vedere il MIO lato positivo vero?” le dico.

“Eh? Cosa?”
“Si…il lato positivo…il film..ci vieni con me? Stasera alle nove…”
“Devo andare dal parrucchiere…”
“Non andarci, sei bella lo stesso…”

Preferisce il parrucchiere. Ci andrò da solo. Forse. 

Forse perché visto che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte, sono stanco e il tempo è una merda e il cuore è sempre più freddo. 

Ma questo non dovevo dirtelo.