163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

158° giorno – “Come non detto…” (Senior #2)

Ve lo raccontavo no? Qualche giorno fa…del nuovo collega di lavoro dico…

Sembrava strano a tutti che potessimo aver assunto un individuo normale, educato, per bene, per quanto malvestito, asociale e dimesso.

Infatti, “come non detto”

Quando arrivo e lo vedo in postazione, c’è qualcosa di strano. Si è rasato i capelli, la bocca sembra corrucciata, pare pure dimagrito anche se mi chiedo come sia possibile visto che era già uno stecco. Lo saluto e lui mi saluta con una voce un po’ più profonda del solito, anche se scrivere ‘solito’ è un’esagerazione visto che parlava si, ma solo se interpellato e nemmeno sempre.

Qualcosa non torna ma si siedo ed inizio a farmi i cazzi miei, come al solito.

Noto che la felpa se l’è cambiata, ora c’è scritto davanti FIAT ed è bicolore, una metà rossa e una blu. Orrenda. Noto che i pantaloni assomigliano vagamente ad un capo d’abbigliamento normale e non ad una tenda Quechua fatta in jeans. Noto che si è messo un orologio enorme al polso sinistro, peserà duecento chili.
Inizia subito a discutere con Teo che ha l’espressione di un deportato appena svegliato con degli idranti. Parlano di un progetto ma appena l’assonnato Teo dice qualcosa lui risponde “Si lo so!”. Ad ogni nozione, appunto o battuta detta per sbaglio la risposta è sempre la stessa: “Si lo so!”.
Si lamenta del metodo di lavoro, dei file, del programma 3D, dell’aria fredda, delle zanzare e delle mosche, del rumore, dello schermo del PC che non deve rimanere acceso, dell’angolazione dello stesso, dell’altezza irregolare fuori norma della scrivania ma che in realtà non è una vera scrivania, della stampante, della mancanza di rete internet, del fatto che Teo mangi i taralli alle 11:32.

“Perchè mangi i taralli?” chiede in tono cattivo

“Perchè ho fame!”. Il “CAZZO!” è sottinteso, lo sguardo assassino a palle sgranate di Teo esprime dieci bestemmie contemporanee.

Se la prende quando scopre che li mangia soprattutto perché non ha fatto colazione.

“Non va bene, non va bene per niente” dice, scuotendo la testa.

In una ditta dove lavorava 22.4 anni fa le cose erano diverse e migliori ma sarebbe comunque difficile trovare qualcosa che lui non abbia fatto meglio in passato o in un’altra vita e\o universo parallelo. Critica, parla e “Si lo so!”. “Fai cosi, fai cosà” e “Si lo so!”. Quando Teo gli fa presente due cose da cambiare per non incorrere nell’ira del Faraone risponde scocciato esclamando “ci penso io…glielo dico io al fresatore di fare i pezzi cosi…cazzo!”

Sembra il gemello cattivo della pecorella smarrita di settimana scorsa…da dove esce fuori questa personalità ? Cos’è questo scambio Clark Kent – Superman Malvagio?

“Se le felpe FIAT fanno questo effetto ne compro tre paia” penso. Poi la guardo bene. Dio se è brutta.

Passano un paio di ore e dietro i monitor lo scambio di opinioni continua, con Teo che Santo dopo Santo scandisce un rosario di ingiurie silenziose, guardando il soffitto appena Mister Sotuttoio riprende fiato, prima di riattaccare a parlare. Nonostante le bestemmie però, la benevolenza di Dio fa si che come un angelo arrivi la moglie del Faraone, la mia diretta superiore, la vice-capo supremo.

“La presento agli altri le va?” gli dice, sorridendo.

‘Eh? Cosa? Ma che vuol dire?’

Io non ci capisco più un cazzo. Vedo il tizio che si alza e mi da la mano, ed è tutto un tremendo deja vu, ma non di quelli immaginari…è reale, tutto è già successo esattamente sei giorni fa, solo che lui aveva addosso dei pantaloni ridicoli e capelli più lunghi.

“Lui è Emanuele, designer, grafico blablabla” . La Capa mi presenta.

“Un po’ di tutto…” rispondo, sorridendo nervoso.

Mi porge la mano, gliela stringo, non capisco e credo si noti dalla faccia.

“Si lo so!” mi sembra di sentirgli dire. Poi si allontana con la Capa.

Mi guardo con Teo, lui bestemmia digrignando i denti. Si alza e mi dice: “P******* lo odio…ora gli tiro un pugno…ma a me questo già mi sta sui coglioni…mi ha scassato trequarti di minchia P******* che oggi ho le madonne facili sapientone di merda simpatico come la merda…mi sta sul cazzo P******* che sta qua da un giorno e già si prende il merito degli altri P******* che mò gli pianto il calibro nel muso cosi si dà una cazzo di regolata P******* che adesso gli sputo in faccia P******* ******* *******!”

“Ma che succede? Pare il gemello cattivo sto qua, ma che gli è preso?”

“E’ venuto a lavorare il gemello infatti…M***********! ” risponde Teo, appena si ricompone.

“Cosa? Ma che cazzo vuol dire, uno fa la prova e invia il gemello? Cazzo è…la guerra dei cloni? Stai scherzando?”

Teo si avvicina e sottovoce mi spiega

“Non scherzo un cazzo P*******…questo arriva sabato mattina in ufficio e si presenta con il gemello dicendo che è quello dei due più adatto al lavoro…che tanto basta che lavori uno dei due…che tanto vivono insieme…cioè…ti rendi conto?”

“Dio mio….cazzo se è strana sta roba…mica mi pare normale…”

“Già…solo che questo P******* non lo sopporto…almeno l’altro stava zitto…questo è simpatico come un dito nel culo moltiplicato per cinque…”

“Una mano…”

“No no…solo le dita…ma tenute larghe D*** ****!”

“Mha…”

Tutto mi sembra cosi estremamente privo di senso…è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un vero gemello cattivo.
Alla macchinetta del caffè nel pomeriggio, prosciugati e disperati, discutiamo di Mister Sotuttoio, che non ci lascia in pace un solo secondo, e della gente che viene assunta qua dentro, come al solito pazza, criminale e ambigua. Come il nuovo esperto elettronico, che ci passa davanti proprio in quel momento, già disperso per la ditta senza scopo ne meta, con le mani in tasca e maglioncino fashion, resosi subito protagonista di un audace parcheggio con il suo fuoristrada che in un colpo solo ha eliminato 5 posti auto per la gioia di tutti.

Lo guardiamo passare con il cellulare in mano.

“Io ho fiducia…credo che prima o poi qualcuno sano di mente arriverà anche qua” dico, mentre bevo il solito cappuccino al cioccolato. Ci credo quasi sul serio, con la faccia di uno che attende il messia o il supereroe di turno.

Poi mi giro e noto l’elettricista che vicino ad una macchina da cablare, imita con le braccia il battito d’ali del Condor americano, facendo strani versi. Io e Teo ci guardiamo in faccia, in un misto di ilarità e rassegnazione.

“Come non detto…”

151° giorno – Senior

C’è un nuovo membro del team a lavoro, in prova. Ricorda vagamente Nosferatu.
Me lo sono ritrovato vicino di postazione stamattina, quando mi sono presentato con due ore di sonno addosso, auricolari nelle orecchie, tosse, bestemmie e insulti per tutti al posto del tradizionale “Buongiorno stronzi”.

Lo trovo gracilino. Ha cinquant’anni e dovrebbe essere il nuovo capoccia del settore tecnico, un ruolo decisamente infame qua da noi, perchè devi avere a che fare con il capo supremo, una specie di genio completamente pazzo plasmato nel caos. Appena si alza in piedi parte il mio scanner automatico per i personaggi. E’ alto, dinoccolato, magrissimo e con l’attacco delle gambe decisamente troppo sopra la media. Faccia dura e affilata, piena di spigoli e cavità, capelli radi e spettinati, niente fede al dito. I pantaloni gli svolazzano un po’ anche perchè di vita e di gambe è strettissimo e la cintura fa quattro giri per stringere i jeans a quel manico di scopa…sembra un pallone aerostatico al contrario. E le spalle…larghe meno di un manubrio da BMX per bambini. Indossa una felpa insolitamente piccola e che con quei pantaloni maldimensionati lo fanno sembrare un livello di tetris che sta finendo male. Io me lo immagino da subito con addosso una salopette in jeans con i bretelloni che stanno quasi sospesi sulle scapole e delle scarpe enormi, non so perchè.

Ultimamente faccio troppo il figo per presentarmi alla gente per primo quindi, dopo l’analisi e l’archiviazione, mi siedo, dico due cazzate a Teo e mi isolo dal resto dell’officina ignorando gli altri animali, che non ho voglia di parlare con nessuno oggi e tantomeno enunciare il mio nobile nome ad uno sconosciuto. E’ la mia capa a farlo, tre ore dopo essermi seduto e che mi presenta come il ‘grafico-designer che va e viene quando gli pare’. Calza a pennello. Gli stringo la mano, sorrido, dico anche “buon pomeriggio” e ammetto con me stesso di essere davvero uno stronzo quando mi ci metto.

Nelle ore successive nell’angolo tecnico regna il silenzio…di tomba, di cripta, vampiresco e nosferatico…il che è una novità per un posto in cui non mancano insulti, barzellette, gossip e battutacce a sfondo sessuale ogni dodici secondi. Non so…pare evidente a tutti che regni diffidenza e freddezza tra di noi anche perchè ad ogni tentativo di instaurare comunicazione si viene subito stoppati nell’entusiasmo con movimenti di testa appena accennati e risposte a -13 dB.

Non ci siamo abituati…siamo troppo simpatici per essere ignorati…e anche modesti. Io e Teo ci ritroviamo spiazzati.

Vedete…il precedente ‘Senior Designer’, un pancione di quarant’anni che un bel giorno ha tentato di fotterci tutti i segreti industriali, dopo tre minuti di conoscenza si era subito lanciato in racconti hard delle sue gesta da Casanova lombardo con una trippona di 110 chili raccattata in un pub e regolata sul cassone del suo pick up. Ogni giorno c’erano aneddoti sul suo passato da puttaniere incallito, sulla moglie dalle tette giganti, sulle donne degli altri raccattate la sera nei centri commerciali, sul figlio di dieci anni per cui lui non aveva nessuna considerazione ma che gli dava spudoratamente dell’oritteropo in faccia, uno degli animali più brutti della storia che se uno crede nella bontà di Dio dopo averlo visto ci ripensa.

Questo niente…lavora, lavora, tossisce, lavora, va in bagno 32 secondi ogni 10 ore, non beve caffè, non dice battute, non parla, lavora lavora. Di certo, ha un paio di caratteristiche che il mio capo predilige perchè, come dice Teo, lui i dipendenti li vorrebbe orfani e soli cosi che non abbiano nessuno da cui andare la sera o a cui vogliano bene. Li vuole antipatici, cosi che non abbiano amici, anoressici cosi che possano anche saltare la pausa pranzo ogni tanto e brutti, cosi che nessuna donna li cerchi. Se si accontentassero anche di vivere con uno stipendio da fame sarebbero perfetti. Ecco, questo di certo non è l’individuo più socievole di questa terra e le occhiate annoiate di Teo sono una risposta più che evidente, non sarà mai un compagnuccio di giochi.

Io però devo ammettere che mi sta quasi simpatico e non so perchè. Credo mi faccia tenerezza con quella vocina gentile e dimessa quasi sussurrante, troppo da pesce fuor d’acqua.

Vedete…questa ditta bisogna saperla prendere, soprattutto se devi comandare un po’ o se non vuoi soccombere. E’ una ditta per chi ha personalità e un alto grado di sopportazione alla pazzia. Qua regna il caos supremo, ci si insulta, si manda al diavolo il prossimo, si fanno battute sconce, si sentono le frasi più raccapriccianti mai create dall’animo oscuro dell’umanità, si fanno miracoli tecnici, si fanno disastri da recuperare all’ultimo secondo e più sei pazzo più stai in alto nella piramide e il ‘faraone’ è il più fulminato di tutti. Ecco, è una specie di casa di cura dove i pazienti fanno lavori socialmente inutili e in tutto questo…bhe, questo ingegnere mi sembra davvero troppo calmo e normale per fare il paziente insieme a noi però bho, non si sa mai…

Cioè, magari è il dottore.

149° giorno – Colpo su colpo

La tosse non se ne va.

Mi sono spalmato il corpo di timo ultimamente…sul petto, sotto il naso, sulla fronte, come se fossi un turista tedesco il primo giorno di mare. Con questo classico rimedio della nonna per un po’ è andata meglio ma da due giorni…è tutto come prima.

E’ più di un mese che me la porto dietro, a volte diventa cosi forte che mi fa male anche il petto, a volte invece è solo tosse fastidiosa, che picchietta in gola, come se uno gnomo facesse solletico sulle pareti con una penna di gabbiano. Perchè di gabbiano? Perchè mi sta sul cazzo, il gabbiano.

La mia noncuranza mi impedisce di uscire e andare in farmacia a comprare caramelle miracolose o altre puttanate medico-chimiche per alleviare il problema. Sciroppi, gomme da masticare, non so, uno di quei rimedi ufficiali con scritto “attenzione è un medicinale tenere lontano dalla portata dei bambini”. Ci penso per un’istante e poi me ne dimentico e sono cosi troppo noncurante che nemmeno chiedo ai miei o a mia sorella o al vicino di casa di pensare loro, alla mia salute. Arrivo a sera e mi accorgo che anche quel giorno avrei dovuto fare qualcosa per questa tosse, che secondo me non fa mica bene tenersela per cosi tanto tempo dentro che magari che ne sai, non è altro che un vero proprio organismo che incuba e cresce e che mi sbucherà dal petto stile Alien mentre mangio degli spaghetti sul tavolo bianco della mia casa spaziale.

“Uff…”

Ci sono giorni ‘bene’ e giorni ‘male’. Sabato, dopo l’allenamento, ad ogni colpo di tosse sentivo tutti i dolorini da acido lattico che venivano amplificati. Sotto lo sterno, negli addominali, nelle spalle. Appena finito, ho cominciato a sentire quel cazzo di prurito in gola, dove sta lo gnomo. “Non ci pensare” mi dicevo, ma non pensandoci ci pensi ed ecco ancora più prurito. Un respiro un po’ più profondo del solito e parte la tosse e dopo il primo colpo, come applausi dopo una gag , arriva la grandinata di colpi in grande stile.

Non so…non sono intasato, non ho raffreddori, mi alleno e sto bene, respiro alla grande ma appena mi fermo ritorna.
Forse è psicosomatico, è tipo un granello di pazzia che si è rifugiato nella trachea cadendo dal cervello e che si innesca quando ho tempo per pensare. Forse è il diavolo che non vuole che abbia tregua, quando la tosse mi tiene sveglio anche di notte.

Tossisco adesso….abbastanza forte.

Forse è semplicemente ora di passare in farmacia.

146° giorno – Hydra

Quindi si, mi ritrovavo dietro un loculo con schermo ad ammazzare zanzare, in una specie di lotta all’ultimo sangue, il mio per il loro. Ogni trofeo finiva in uno spazio bianco cosi che risaltassero le righe chiare su quel corpo nero allungato e totalmente alieno, cosi micorospico e fastidioso.

“Ma come pungono cioè…il pungiglione…l’imbuto che sta davanti, se lo schiacci è molle…cos’è…una specie di erezione?”

Diventa duro e si infila come uno spillo forse oppure no, vedono talmente piccolo e dettagliato nel loro micromondo che il più minuscolo dei pori diventa un pozzo petrolifero e la mia pelle ormai bianchiccia è linda sabbia del deserto e i peli sono alberi morti per il caldo e loro non sono altro che ricchi sauditi che estraggono dal mondo, e il mondo sono io, e loro estraggono estraggono mentre il mondo che sono io cerca di ucciderle, una dopo l’altra con manate, ventate, pugni forti, battimani, pannelli di plexiglass, fogli di carta, biglietti di un concerto stampati da una stampante troppo usurata.

Quando conto i miei trofei li, su quel foglio bianchiccio come la mia pelle che è lindo deserto e conto i morti tutto soddisfatto, con la luce dello schermo che mi deforma la faccia e gli zigomi diventano montagne e le occhiaie sembrano voragini e l’autunno oramai incombe sulla mia testa cosi lucida, con quelle luci al neon che corrono per le rughe come fiumi, ecco che vedo che tutto sommato che se io ora sono il mondo infastidito, ecco, allora, siamo circondati da un sacco di zanzare succhiasangue, succhiavita, succhiafelicità, succhiasperanza, succhiasoldi, succhiacazzi nel mondo quello vero e grande, quello che non sono io, quello che cerca di schiacciarci e mandarci via a suon di tempeste, uragani, vulcani in eruzione, depressioni e crisi economiche.

Milioni di zanzare alte basse, belle e brutte, vestite di stracci o Armani, armate di fucili automatici o di pugni o di parole, eleganti e gentili, raffinate, subdoli, che insegnano a scuola, che non imparano nulla, che ami, che scopi, che saltano all’asta, che battono aste, che bevono, si ubriacano e fingono di divertirsi e che ti tradiscono o che tu tradisci quando diventi zanzara. 

Zanzare che non puoi uccidere. 

Ci provi, gli stacchi la testa e il pungiglione e subito ne escono altre due.

Zanzare hydra.

145° giorno – ONE POUND

Sveglio, dopo una notte in cui ho sognato di essere uno a letto che cercava di addormentarsi senza riuscirci e che si svegliava continuamente, imprecando contro Dio. Come se mi fossi addormentato due volte, come se mi svegliassi stanco il doppio.

L’ora e mezza di trasferimento verso Milano che ne consegue, in realtà, è una palla mortale. Niente consueto libro di Charles sottomano che dannato me, l’ho messo sopra il pianoforte in modo da notarlo e raccattarlo prima di uscire ma si è ritrovato sommerso da volantini dell’Unieuro. Dimenticato. Vengo salvato solo dal fedele ipod e da un paio di tizi pazzoidi e che parlano da soli sul sedile a fianco.

Finchè non arriva lei.

Mi si siede vicino, magra anche troppo, capelli corti, viso bellissimo. Ogni volta che si muove mi tocca dentro con il braccio, poi lo appoggia completamente e rimaniamo in contatto per trenta minuti buoni senza che nessuno dei due si stacchi e tutto questo mi ricorda tanto quel racconto di Charles in cui si trova a contatto con una sconosciuta per un intero viaggio in pulman, senza scambiarsi neppure una parola, solo lievi contatti con il piede e l’eccitazione di Charles che sale, quel suo vederlo più intimo, sensuale e sconcio del sesso stesso. Quando arriva la sua fermata e si alza, appoggia tutta la schiena sul mio braccio per sfilarsi la maglia, in un movimento da sinistra a destra, senza separarsi da me. E’ un turbamento strano. Ora capisco cosa intendeva quel vecchio ubriacone.

***

Sotto il cavallo di bronzo mentre leggo perchè si, sono passato in libreria visto che ero in anticipo per comprarmi un libro per il ritorno, anche se in realtà ne ho presi tre. Aspetto un’amica che arriva puntualissima, raggiante e bella come il sole, una buona scusa per non andare a lavoro una mattina altrimenti normale di un giovedi mattina assolato penso. La saluto. Colazione a base di spremuta d’arancia che non so voi, ma io erano anni che non ne bevevo una. Mi riporta un sacco di ricordi di decine di arance sterminate sopra uno spremiagrumi rosso dal quale si riusciva a stento a recuperare due miseri bicchieri, aspra e con grumi e semi. Io piccolo in attesa, mio nonno, mia mamma, tovaglia rossa. Deliziosa.

“Due cubetti di ghiaccio?”

“Mmmh, me lo consigli?”

“In che senso?”

“Bhe, sembri sapere qualcosa che non so”

“E’ più fresca…”

“Mi hai convinto”

Parliamo circa sei mezz’ore di ogni cosa, una specie di Curriculum della vita dalla nascita fino al momento in cui ci siamo visti questa mattina e questo fino ad ora di pranzo, con il tempo che vola letteralmente. A malincuore la saluto, lei sale su un tram preso d’assalto, io ritorno verso la stazione a piedi, circondato da stand modaioli, modelle troppo magre, modelli troppo alti, tappeti sulla strada troppo comodi, uomini d’affari che ridono e fumano, barboni che chiedono spiccioli, promoter che spruzzano profumi a chi le si avvicina, come se fosse spray al peperoncino per stupratori. Mi allontano dal centro con sollievo e mi infilo a mangiare un panino pollo e maionese che fa letteralmente schifo. Dei piccioni mi osservano con fare curioso e io lascio li il pranzo per terra e mi allontano. Con la coda dell’occhio noto che anche i pennuti non sembrano molto convinti della mia scelta.

***

Cesso della stazione. Solito vecchio che raccatta i cinquanta centesimi obbligatori ma stavolta lo trovo più storto di Guernica e pure più in bianco e nero.

“Cabina”

Mi dice che è uno schifo e io innocentamente gli chiedo “cosa?” ma in cuor mio credo si riferisca alla puzza e alle condizioni igeniche del posto.

No.

“Le tavolette…costano settanta euro l’una, ne ho ordinate cinque pagate in anticipo e ancora non me le consegnano, la gente è irrispettosa”

“Ma noi uomini non le usiamo…”

“Si ma le spaccate lo stesso a quanto pare…”

Piscio ed esco, mi lavo le mani. All’uscita ricomincia la tiritera del vecchio ed io che sono in vena di parlare lo incito a continuare. A lui non sembra vero ma un nuovo cliente arriva con uno scintillante cinquanta centesimi nuovo di zecca e il discorso passa in secondo piano. Io me ne vado, fra tre minuti parte il treno.

***

“Tu dove scendi?”

“Varese”

A chiedermelo è una ragazza abbondante ma molto carina. Sta con un’amica carina anche lei ed un ragazzo cieco. 
Vengo a sapere che il ragazzo cieco deve scendere a Varese, mentre loro si fermano prima e quindi non possono accompagnarlo. 

“Ci penso io” dico

Il ragazzo cieco mette le mani un po’ ovunque sulle ragazze fin troppo gentili, racconta storie di palpeggiamenti da parte di ciechi su persone vedenti successi a lavoro, di liti, di gite con fratello e padre, di lavoro, di musica italiana anni ’40, delle donne basse, di Ischia, di quelle alte, dell’esperienza al buio. Vuole sapere tutto di noi e noi parliamo delle nostre vite finchè ne abbiamo voglia. Ridiamo, qualche battuta, io lascio Charles cartaceo sulla borsa e mi introduco parlando di persone basse diventate famose. Un’ora dopo le ragazze scendono, ci salutiamo e dopo due fermate anch’io scendo e finisco con il pensare che conoscere sconosciuti sopra un treno è un’esperienza da rifare mille volte invece che isolarsi dal mondo.

Stazione. Strano andare in giro con un cieco. Lui ti prende a braccetto e ovviamente tu devi fargli presente che ci sono le scale, e che stai facendo una curva. Tutte le strade cambiano, uso i sottopassaggi invece di fare slalom fra le auto saltando mancorrenti. Non puoi evitare la gente con il cellulare in mano e ci andiamo a sbattere ogni quindici metri e tutti ti guardano in maniera strana e devi stare lontano dagli alberi che lui non li vede, e dai tavolini che lui non li vede e dalle promoter che lui non le vede.

“Una volta ero a braccetto con due tizi e mi hanno rubato il portafogli” mi dice

Non so cosa rispondere, vorrei solo chiedergli cosa se ne fa dell’orologio al polso se tanto “non vede l’ora” ma non faccio in tempo a trovare un sistema per fargli quella domanda senza che sembri una battuta del cazzo che lui clicca un paio di bottoni ed ecco che l’orologio scandisce l’ora con voce tecno-metallica. 

Sorride.

Sorride sempre e mi sembra felice. Non lo capisco ma pure io sono un po’ felice.

Lo accompagno al pulman, lo aiuto a salire mentre srotola il bastone e appena parte vado a prendere il mio.

Dentro l’edicola appoggio sul piattino una moneta da due euro e chiedo un biglietto.

“Non sono due euro…”

“Come no?”

“No…”

Guardo la moneta. Sopra c’è l’effige di Tutankhamon, dietro, la scritta ONE POUND.

“E questa da dove cazzo è uscita?”

Immagine

144° giorno – UNO!

Due giorni di fila che esco da lavoro con gli occhi stanchi e un mal di testa mi rimbomba tra le orecchie nonostante oggi sia stato uno dei giorni più silenziosi della storia in ditta, calma placida, solo qualche risata sguaiata di un cliente che sembrava imitasse un macaco.

Controllo il cellulare ogni 21 secondi. Sempre in attesa di risposte a domande e in attesa di darne a mia volta e mi chiedo perchè invece di comportarmi con un nevrotico o una spia con qualcosa da nascondere, non imposti segnali silenziosi che mi avvisino dell’arrivo di qualche messaggio invece di massacrare il pulsante ON già abbondantemente in difficoltà, praticamente mezzo affondato nella scocca. Invece no, il mio cellulare è un sordomuto ormai, non parla, non ascolta, l’ho torturato e seviziato, aspetta solo la morte.

Guardo lo schermo, 3 messaggi. Leggo e rispondo ma subito me ne arrivano altri 4. A volte sembra una sfida ad ‘Uno’. Quando pensi di aver concluso e lo gridi, “UNO!” tutto fiero e soddisfatto, ecco le carte ‘+2’ e ‘+4’ come se piovesse, cambi giro e bastardate che non ti fanno vincere la partita.

Metto in tasca il telefono appena entro nel settore di strada scorticato e perennemente in “lavori in corso”. Mi sento svuotato di energia sotto il sole ancora alto che oggi si raggiungono i venti anche se nuvole lontane sull’orizzonte puzzano di sorpresa fin da qua giù e già mi immagino mentalmente l’odore di asfalto bagnato ma non questo, quello del sud, bombardato di radiazioni solari per mesi e mesi, crepato dal calore, grigio per l’usura, finchè non arriva una rinfrescata spurgatrice, che riempe l’aria di catrame olio e pioggia sporca. Mi piace quell’odore anche se lo so che fa schifo.

La mano va quasi per istinto verso la tasca. “No”

Mentalmente conto fino a “21” resistendo all’istinto. Ci arrivo e vado avanti, “40… 41” avanti “56…57” vado avanti “83…”
Arrivo fino a 144, come avevo deciso fin dall’inzio e parto a scrivere il pezzo di oggi.

Parla di un tizio stanco che cammina su un asfalto sconnesso sotto il sole, fa giochetti strani con la mente, ha la testa stipata di Piani A e B sempre tra l’impossibile e il pazzoide, ha sempre in mano il cellulare, vestito da barbone con barba da fare e che odora l’asfalto d’estate. Davanti al cancello di casa tira fuori le chiavi e, nel gesto, anche il cellulare, involontariamente. Quello cade per terra. L’ennesima volta nella sua breve vita che vola senza colpe e senza scelta, assaggiando l’asfalto scrostato con vetro e plastica, girandosi trentaquattro volte su se stesso. Si china e lo guarda, cosi malconcio e malriparato, “chissà se si accende” pensa. Preme sul tasto di accensione, si accende. Toglie il blocco tastiera…nessun messaggio.

“UNO!” grida al cielo.

142° giorno – 100 Hz #2

L’uomo ci porta in una cantina oscura, muri bianchi grezzi e mille porticine con le sbarre. Sembra una prigione.

Penso che non vorrei essere fatto fuori in questo postaccio, che fa proprio film horror e mi starebbe sul cazzo sporcarmi su quel pavimento ma poi mi dico che non ha senso, perchè dovrebbe farci fuori alla fine? Siamo qua solo per prendere un mobiletto, levargli dalle palle un impiccio.

Mentre cerca le chiavi, l’uomo risponde nervoso al telefono sbraitando “Sono in cantina!”. Pare sia sposato. Pare che non veda l’ora di dare via quel capolavoro di mobilio.
Apre la porta sempre con il telefono infilato nell’orecchio destro. Dentro, una borsa con scritto sopra Guardia di Finanza mi rassicura un attimo anche se la parte malvagia del cervello dice che cosi sarà ancora più facile per lui nascondere i cadaveri, da tutore della legge. Scaffali pieni di trolley, ce ne sono almeno nove tutti colorati, PC, scatole piene di roba e li in mezzo, pezzi di legno verniciato grigio tristezza.

“Eccolo” dice, indicando proprio quei pezzi.

Dio se è brutto.

“Dovrebbe reggere no?” chiedo al mio amico, ma sembra ancora assorto nel guardare quel mobiletto orrendo smembrato.

I pezzi di legno sono spessi quanto lo scafo di un sommergibile e sembrano resistenti.

“Guardate…” dice l’uomo mentre prende e sale sopra un pezzo di legno con tutti e due i piedi.

“Vedete no? Resiste…ci stava sopra il mio vecchio Panasonic a 40 pollici”

“Ah, pure il nostro è un Panasonic…100hz?”

“Si…e quello pesava almeno 45 chili e ci stava sopra senza problemi”

“Il nostro 85…”

“Cosa? Scherzi? C’è dentro un nano morto per caso?”

Non so cosa rispondergli. Il mio amico prende 20 euro e glieli passa, io prendo i pezzi di legno e li carichiamo in macchina, abbandonata vicino all’ingresso di un cantiere senza il minimo riguardo. Una volta a casa, di nuovo la corsa per aprire la finestra passando dal piano di sopra, nuovo trasferimento di pezzi.
La scatola grigia prende forma tra viti, brugole e montaggio stile lego. Spostiamo la tele e infiliamo il mobile nell’angolo. E’ il momento.

Solleviamo quella bara di 82 chili con gli occhi fuori dalle orbite e lo piazziamo sul mobile. Sembrano fatti l’uno per l’altra, come gemelli divisi alla nascita.

Ma ci aspettiamo un crack. 

Non c’è…

“Cazzo pare che regga…”

“Cazzo si…”

Ci meritiamo una Sprite.

 

Immagine

90° giorno – 90°

Il sole batte come un un professionista di baseball sulla carrozzeria martoriata della Lupo che si sa, è un animale selvatico e la città mica gli piace troppo, figurarsi quando fa caldo.

C’è una fila di macchine bloccate perchè ci sono delle riprese dice un ometto dall’accento troppo variegato per essere uno normale. Lo dice mentre ogni tanto chiede qualcosa in un walkie talkie troppo piccolo, che sembra quasi uno di quei primi cellulari Motorola tipo Startac che è anche il mio primo cellulare in assoluto, anche se non funzionava. Me lo aveva regalato il mio cugino quello già grande con un lavoro. 

Ricordo ancora la delusione di quando lo presi in mano…un cellulare senza almeno due luci che si accendono è inutile per un bambino.

L’ometto ha una gamba tutta tatuata che è una cosa che mi fa sempre effetto, perchè non si capisce mai un cazzo e sembra che abbiano infilato la gamba dentro il mare dopo un disastro ambientale. Non si capisce un cazzo di quello che c’è disegnato.

Addosso, ha anche uno di quegli smanicati arancioni di sicurezza e dei capelli tenuti in maniera improbabile, come se fosse una coda di cavallo fatta su capelli troppo corti e con un nastro largo quanto la gamba di un rugbista. Diciamo pure che sembra un vaso per piante da interni. Tutto l’assieme lo fa sembrare uscito da scherzi a parte o da un gay pride, soprattutto quando goffamente ci rassicura che ci vorrà solo un minuto e mezzo per ripristinare l’ordine.

Io intanto schiumo e intravedo già segni umidi sulla maglietta mentre l’aria si fa irrespirabile e le macchine cominciano ad accalcarsi come umani.
Ecco perchè odio andare in giro in macchina e poi, non sopporto l’odore della plastica che si scalda, quei sedili che ti prudono la schiena e tutte quelle superfici nere che non puoi toccare senza lasciarci la pelle attaccata che sembra di stare su un Allegro chirurgo gigante.

Ci muoviamo di nuovo, ancora qualche metro e il Lupo viene parcheggiato ovviamente al sole. La città senza macchina attorno è calda uguale, ribolle come l’inferno e sento i piedi cuocersi alla piastra mentre vado verso il centro.

Dicono che il nuovo stronzo che soffia il caldo in città si chiama Caronte e sia parecchio cattivo. Direi che hanno ragione.


Ma sapete che non so come finire questa pagina di diario? Ho sperato che mi venisse in mente una degna conclusione ma invece nulla.

La lascio cosi.

Fanculo.

87° giorno – Dai un’occhiata in giro…

Alto e magro, che armeggia tra cavi e lenti laser, pantaloni verdi e scarpe da ginnastica troppo grandi, di quelle che hanno 35 centimetri di suola di gomma, al punto che sembrano due boe di galleggiamento. Camicia tenuta dentro i pantaloni, corpo asciutto e magro, naso adunco e bocca sottile, età…sui 50. Sembra una porta stretta con disegnata sopra una figura umana e se ne sta li ad armeggiare alle mie spalle con un accento cadenzato mentre fa domande a Teo, il mio collega.

Suona il telefono, la canzone quella di Mission Impossible in salsa dance, alla quale lui risponde in fretta. Comincia a parlare di appuntamenti, viaggi in macchina, cose da fare e comprare, mentre comincia ad andarsene in giro nel mio micro-mondo lavorativo.

Che magari sia una fottuta spia? Un super-tecnico in incognito con conoscenze militari? Sapete, quelli che orientano satelliti, ti danno le penne laser appunto o che piazzano le bombe sotto le auto. La suoneria pare confermarlo.

D’altronde, e vi giuro che è la verità, io quando sono in mezzo alla gente me lo chiedo sempre chi tra chi mi circonda sia una spia.
Me ne stavo in una piazza di Zurigo qualche settimana fa, a mangiare un sovraprezzato e poco gustoso panino di tre centimetri al salmone affumicato male. Attorno, un sacco di gente.

C’erano vecchi zitti seduti a tavolini all’ombra che osservavano, donne bellissime con cane al seguito, uomini di affari, autisti e artisti di strada. Una signora se ne stava davanti ad una A8 blu metallizzata larga come un palazzo, guardandosi attorno. Un vecchio, vestito bene, senza una sola goccia di sudore nonostante il caldo terrificante era quasi mezzo nascosto da una colonna tonda e toglieva e rimetteva gli occhiali da sole in continuazione. Un’altra signora, di mezza età, sfoggiava uno scioccante vestito mezzo bianco e mezzo nero con tanto di mega cappello al seguito che pareva una parabola satellitare.
Ecco, per me tra tutte quelle persone…una spia c’era di sicuro o un ricercato itnernazionale, o un agente in incognito di qualche organizzazione segreta.

E pensare, che per scoprirlo basterebbe conoscere il loro numero di telefono.

Se non hanno il silenzioso, li chiami ed ecco subito la musichetta di Mission Impossible.

“NA-NA-NANANA-NA-NANANA-NA-NANANA-NA-NANANAAAAA!”