128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

126° giorno – Spettro

La stazione, lunga duecento metri e alta quanto un hangar, è illuminata a ‘serata di Gran Galà’ per gli spettri che la abitano. Tra il ronzio delle scale mobili, i riflessi di vetrate a specchio che coprono congegni e schermi, arriva l’eco di un goffo mostro affamato. Affamato di umani. Proviene da quella tremenda oscurità nera che si vede lì in fondo, oltre gli archi e le luci ambra, i muri in mattoni bianchi.

Gli sono dentro ora, al mostro, con una suora a sinistra che “mi sembra di aver già visto” come ogni vecchia suora che vedo. Questa è carrozzata per il deserto, tessuto beige come una tenda eritrea, borsa in tinta, scarpe da trekking, pelle e tacco basso in gomma, pronta per una campagna evangelizzatrice contro Himmler. Di fronte a me, un uomo grasso sulla quarantina che piega e ripiega nervoso il suo biglietto con le mani piccole e tonde, tenute giunte vicino alla pancia con maglietta blu incollata sopra. Scritta ‘BLUEFIELDS PRO EDGE’ deformata, mentre le restanti sono come inghiottite dai rotoli di ciccia. Mentre mi fissa e io lo fisso, arriva una ragazza dalla porta posteriore, che cammina verso di me. Non è bellissima anche se ha gli angoli arrotondati al punto giusto e due occhi selvaggi che fisso con insistenza, distogliendoli dal grassone. Contraccambia lo sguardo finché non va oltre, ancheggiando pesantemente e calcando i passi con stivali pelle e frange, lasciandomi lì tra suora e ciccione innamorato di me, lasciandomi lì divertito con un paio di fantasie su di lei e sugli shorts che portava, lasciandomi li finché in uscita da quel bunker inabissato, mi ritrovo inondato dal sole con lingue di acciaio che scorrono sui fianchi.

Tra traversa di legno e traversa di legno, su quei binari, ci saranno circa quindici centimetri. Nei due lati corti delle traverse, un perno, diverse viti e bulloni.

Immaginate la noia di scavare, stendere quelle strisce di ferro, inserire, avvitare, bloccare, lubrificare ogni quindici centimetri per un metro, poi due metri e poi un decametro, quattro ettometri e mille chilometri. È così che muore un uomo, dopo anni. Muore e diventa uno spettro che mangia, caga, scopa, dorme ma senza sentire nulla, trascinandosi tra le esistenze degli altri spettri, raggruppandosi in piazze, cinema, centri commerciali, salotti bene, file ai bancomat o davanti a scaffali zeppi di roba inodore e insapore, finché non trovano il coraggio di volarsene via.

Prima eravamo in uno di quei posti da spettri, la vetrina di un distributore di soldi, debiti ed esistenze da prigionieri. Gustavamo mirtilli gonfi sorseggiando succo multivitaminico come se fosse l’equivalente di un Tavernello da tossico. Io allungato sull’asfalto, circondato da muri grigi e muri invisibili, lei seduta nell’angolo. La gente vestita bene passava e ci guardava con sdegno, la gente vestita male passava e ci guardava con sdegno. Sdegno per la mancanza di un tavolo su cui appoggiare mirtilli e succo, mancanza di sedie dove sedersi e non gradini in pietra. Sdegno per la mia mancanza di capelli e faccia tranquillizzante e la mancanza di italianità di lei, la presenza di tatuaggi. Sdegno per non occupare tempo in attività proficue invece di parlare per ore da amici, come se ci fosse un cartello “non bighellonare” affisso dietro le mie spalle, come canta Eddie in Crazy Mary.

“…Little country store with a sign tacked to the side. 
Said ‘NO L-O-I-T-E-R-I-N-G ALLOWED.’
Underneath that sign always congregated quite a crowd…”

Se ti siedi in basso sei meritevole di sdegno ecco il succo multivitaminico della vita.

“Che potere vorresti avere?” mi chiede. “Io un’altra me, per fare un sacco di cose, ancora e ancora, sperimentare su me stessa ma da fuori…” continua.

“Io un corpo astrale…” rispondo. “…uscire dal mio corpo e volare, entrare nelle case e nelle vite degli altri, osservare la normalità, la stranezza e quando accendono le luci la sera o si accorgono che l’acqua nella pentola sta bollendo, rimanendo invisibile e senza corpo”

Entrare in quei muri, oltre i cartelli ‘Zurich’ , dentro quelle bare per spettri.

C’è una ragazza sulla mia destra, un poco più in là, vicino ad un portone. La osservo mentre spolpo un mirtillo aspro nel mio micromondo molto basso. Ha la schiena bianca e nuda, braccia e gambe scheletriche, un vestito nero indossato maldestramente, con la testa dalla faccia gonfia e senza denti piegata di lato per tenere incastrato il cellulare sulla spalla, tenendo in equilibrio una bicicletta con una mano. Il cellulare cade e così la bici. Si china fino a terra con le gambe piegate quasi in modo innaturale per l’estrema lunghezza.

“È un ragno…sembra un ragno”

Rimane chinata per interi minuti per poi rialzarsi e far cadere di nuovo tutto e ora anche il contenuto della borsa è sparso per terra ed eccola di nuovo schiacciata sull’asfalto, come un feto, attorniata da quello che ha, mentre la gente passa con le loro borse, macchine, pensieri, biciclette e con il loro sdegno.

“Dovremmo aiutarla”
“Ho paura che possa urlare, strillarci addosso”
“Anch’io”

Rimango li, seduto in basso. Ogni tanto la osservo e bevo un goccio di succo di multi – vita -minico. Osservatore, invisibile, impalpabile, senza corpo. Corpo astrale.

Rimango li e non faccio nulla.

114° giorno – Made in China

Se per due volte in un giorno ti trovi dentro “China City”…bhe, non sarà una giornata memorabile.

Il commesso ha il busto a “S”, che sta per “storto come un ginepro” e si fa i cazzi suoi con un iPod e cuffie cinesi nelle orecchie. Ha una maglietta blu con grafica fumettosa frontale deformata dalla panza. Non capisco perché abbia la panza, non ce lo vedo a bere birra. Ha la fossetta sul mento, gli occhi piccoli e sembra un ritardato. I suoi fastidiosissimi mocciosi credo cinesi sono sdraiati scomposti su due sedie credo cinesi e guardano cartoni animati credo cinesi su due portatili sicuramente cinesi.

La scenografia è notevole, pare un hangar per dirigibili e poi file e file di prodottacci e vestiti con marche dai nomi del cazzo che sembrano presi da una puntata di Dragonball. Tra pantaloni HRUIITT e ventilatori senza pale di cui dubito il funzionamento, una distesa di porcate in plastica technicolor sicuramente pieni di coloranti e materiali plastici dannosi. Non si capisce come ma sembra la facciano fottutamente apposta a fare del male agli altri, negando l’evidenza. A volte ho la sensazione che sappiano cose che noi ignoriamo o penso che abbiano avuto un Mose ma cinese sceso dal monte Chullalla di sto cazzo con dieci comandanti da trogloditi come “incendiate le foreste” e “fottete il prossimo”.  Di solito però, sono semplicemente convinto che siano dei ritardati.

Ha un non so che di fascinoso muoversi tra quei filari di spazzatura con atmosfera anni settanta. Calcolatrici stile iphone, scarpe da sera, occhiali da sole, coltelli da cucina, giocattoli di dubbio interesse, vestiti e strumenti per il giardinaggio. Tutto ammassato senza alcuna logica sopra scaffali chilometrici.

Inutile dire, che volendo comprare un regalo bruttissimo a mia sorella (visto che sono qui…) ho solo l’imbarazzo della scelta e la questione è decidere quali “leve” toccare.

Simpatia? Disgusto? Fastidio?

Passo in rassegna nuovamente tutto il ciarpame e riesco a restringere il campo a tre elementi.

1° – Palla di vetro della natività, dotata di sfera storta con dentro Gesù, Giuseppe e Maria che sembrano usciti dall’urlo di Munch. Fisionomie allungate e distorte, pitturate nei dettagli probabilmente con un pennello Cinghiale a setole dure da venti pollici, un pastrugno di colori incomprensibile. Giuseppe è quello che se la passa peggio, la faccia sembra la maschera di Scream. All’esterno, a fare da base, bue ed asinello paiono due carcasse mutanti fuse con il pavimento dopo una guerra nucleare.

2° – Riduttore di tavoletta del cesso per bambini, morbida, in plastica. Decorazione floreale, anche se i fiori sembrano stellette ninja, su sfondo verde fogna. Ma c’è anche con gli animali volendo. Il cuscino pare seriamente intenzionato a provocarti irritazioni e colorarti il culo di verde.

3° – Uccellino in gabbia finto, da montare. C’è un campione fuori, per mostrarlo intero, già montato. L’uccellino è caduto dalla base come se fosse morto, anche se è di plastica. Mi fa ridere. Strani ideogrammi e immagini rivelano che con la magia delle pile canta e balla anche se a me, a vederlo steso, sembra il risultato di un’esecuzione con la sedia elettrica. È davvero brutto ma non so perché, mi sembri rispecchi a pieno i proprietari di questo posto del cazzo. Ah! L’uccellino ha il ciuffo.

Ci ragiono un attimo. Alla fine opto per il tocco nostalgico dell’uccellino, che mi costa anche due euro in meno della natività.
Alla cassa, il ginepro cinese parla per la prima volta.

“Cinque euro, dieci per cento di sconto, due euro e settanta” esclama trionfante nel suo italiano stentato dopo aver trafficato con la sua calcolatrice cinese. Che ha grossi problemi con le percentuali evidentemente, oppure, è come dico io: questo è scemo.

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108° giorno – Caro diario

Ah già! Il diario…

Non ho nessuna voglia ne di parlare ne di scrivere ma è un impegno che ho preso, che se anche c’è scritto smettoquandovoglio non è proprio così, anche se vi giuro, vorrei smettere adesso. A proposito, quando mi chiedono il perché del diario io rispondo con robe tipo “è un esercizio per la scrittura”.

Dai è una cazzata…

La verità è che non so perché cazzo scrivo, per chi, come in generale non so che cazzo combino su questo pianeta. Le cose che mi piacciono non mi riescono, forse nemmeno scrivere e non ho risposte a nessuna delle mie domande. Mi riscopro solo uno stupido essere umano incazzato a morte, triste, solitario come il 78% del pianeta.

A volte credo che sia uno schifo.

Però, sono sdraiato comodo caro diario, che non è per tutti, che c’è gente che sta dentro le caverne, sotto i ponti, tra i leoni e che quindi non dovrei lamentarmi, ma rilassarmi e pensare solo a dormire.

Vorrei, ma da fuori entra un gran casino e le finestre aperte mi servono per sopravvivere.

Sopravvivere ecco, in quello sto più o meno riuscendo.

Non benissimo però.

107° giorno – Scatole e sogni

Sui cestini c’è un “grazie per aver tenuto pulito il centro commerciale” preventivo. Così, ti costringono a sentirti in colpa se non lo fai penso, perché sono gentili con te, come quando qualcuno ti chiede un favore sorridendo come se gli avessi detto già “si”. Sei fregato, sei nella tela del ragno. Puoi solo aiutarli o deluderli.

Li guardi. Ti ringraziano e sorridono ancora e capisci che sei fottuto.

Toilette con omino sopra. Il cesso costa 50 centesimi

“È molto pulito” dicono.

Per 50 centesimi deve essere uno specchio quel cesso. Marmo pulito ovunque, un tizio che ti passa la cartigenica. 50 centesimi sono un’enormità in questa economia, pagare per poter pisciare è roba per nuovi ricchi. Entro ma non sento un particolare buon profumo, il marmo c’è ma è finto. Non è nemmeno così pulito visto che intravedo striature di piscio sulle mattonelle. Quando esco manca il sapone di fianco al lavandino. Il soffiatore da parete Magnum è inclinato verso di me e la fotocellula pretende che piazzi le mani attaccate alla bocchetta. Se mi allontano di due millimetri quello smette di sputare aria del Sahara. Non riesco a girarle senza farlo spegnere e le gocce finiscono sui miei pantaloni.
Sembra che mi sia pisciato addosso. Cristo.

Sono già due ore che giro la città da una ‘scatola gigante con l’aria condizionata dentro’ all’altra alla ricerca della sedia da spiaggiata perfetta e visti gli scarsissimi risultati non resta che puntare sugli specialisti. Esco dal cesso, macchina. Dentro una scatola piccola per andare in una scatola grande diversa.

C’è un caldo infernale quando arrivo nella magica bottega della pesca. Obiettivo, cercare una sedia pieghevole da pescatori, con braccioli porta birra da pescatori con buco e retina da pescatori, colore militare mimetico da militari amanti della pesca. Il nome del negozio l’ho inventato io perché quello vero è banale, non adatto alla fama di ‘Mecca del novello Sampei’. Da fuori, sembra che un bambino gigante abbia giocato con secchiello e cemento. I bordi dei muri sono buttati a caso, scale storte, l’edificio è un cubo sbilenco. Dentro, il negozio puzza di candeggina e trasuda asetticità  peggio di un laboratorio medico U.S.A. Teche di vetro con dentro mulinelli. Teche di vetro con dentro ami. Teche di vetro con dentro canne da pesca. Me lo immaginavo come un posto sudicio con pesci puzzolenti imbalsamati attaccati alle pareti ed invece mi ritrovo in una gioielleria dove fanno sperimentazioni sul DNA ittico. È tutto bianco e pulito, ordinato, senza la minima passione.

Giriamo in lungo e largo ma non troviamo nulla, eppure, mi sembra uno stereotipo del tipico pescatore quella sedia. Un vero pescatore ce l’ha per forza. Un vero pescatore, di quelli sulle riviste, non usa seggiole normali. Esausti, chiediamo al commesso. Fa una faccia che è un mix tra terrore è sorpresa, ci mostra degli sgabelli minuscoli e polverosi infilati su di uno scaffale a 10 metri di altezza. Niente braccioli, niente retina, niente colore mimetico. Niente di niente. Usciamo, nel niente di niente di un mezzogiorno in una desolante zona industriale che non offre niente di niente. In mano, ancora niente di niente.

Le speranze muiono definitivamente tra le lunghe file del Briko, un’ora dopo, ennesima scatola fredda. Sembra che non ci sia nessuno, solo luci soporifere e rumori di seghe a nastro anche se non si capisce da dove vengano, forse sono registrate.

“Non si trova mai un commesso quando serve. I commessi non esistono, come le sedie con i braccioli e i buchi per la birra” sentenzio.

Vaghiamo come zombie e capisco che ci servono stimoli. Vedo uno stucco per legno, sulla copertina, un bambino gioca con un T-Rex viola.

“Voglio un T-Rex” esclamo
“Ti ci porto io” dice Fede

Centro commerciale, scatola numero 5. Di fronte a me uno scaffale intero pieno di pelouche di dinosauri. Ci sono tutti, stegosauri, diplodochi, triceratopi…pure quelli sfigati che nessuno ricorda. Li passo in rassegna tutti quanti. Niente T-Rex. C’è qualcosa di sbagliato nel mondo se fra 100 pupazzi di dinosauro non ci sia neanche un T-Rex penso, uscendo sconfitto. Quando esco dalla scatola, mi convinco che forse lo stegosauro me lo potevo anche comprare.

Il viaggio di ritorno è una pena, una ritirata, debacle completa. Arriviamo ad una cittadina di mare che soffre il caldo peggio di un vecchio. Non c’è vita e pure le palme sembrano in difficoltà. Le ombre ribollono mentre in macchina, soffro i postumi di un pranzo cinese che mi debilita peggio di una sbornia.

“Proviamo qua” dice Fede.

Io non ci credo più, ma non lo dico. È giusto che un uomo continui a sognare. Mi sento come un padre che guarda con tenerezza il figlio che dice “voglio fare l’astronauta”. Il negozio è alla nostra destra e quasi non si vede, infossato in una conca con discesa. Esco che il sole quasi mi acceca poi metto a fuoco. Canne, roba da pesca e lì, a destra, verde scuro, braccioli, un buco per la birra…

Incredibile.

La vedo.

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102° giorno – Rubinetto

Dieci gradini per raggiungere il mezzo piano, quello che non calcola mai nessuno, che sta in mezzo tra i piani con i numeri interi, quelli fichi, che nei grattacieli hanno pure le targhette. Il mezzo piano quello che è territorio libero non segnalato che ti chiedi sempre cosa ci sia sotto se è una casa che non conosci. Nel mezzo piano ci infilano finestre fisse per restituire un minimo di dignità ai quei pochi metri piani prima delle altre scale, quelle del nobile primo piano.

C’è odore di pollo, di quello arrosto, di quello che compri nei supermercati a 4 euro che sembrano aborti genetici, appena partoriti con quella plastica unta che li avvolge come orrenda placenta. Non te li immagini come polli veri, per te è un animale che nasce così, in laboratorio, già bruciato di radiazioni con una testa a forma umana, con più arti di quelli che vedi perché glieli tolgono, che quelle non son coscie e non sono ali. Storpiano, per farlo sembrare una gallina al forno. Sono gonfi e stopposi e ne mangio a quintali divertendomi pure a sezionarli sadicamente con forbici trinciatutto dolcemente sdraiandoli su di un letto che credo sia di patate ma mi sa di no.

Non so perché senta odore di pollo, appena lavato, mezzo nudo color amarena, sul mezzo piano, un nulla nei millequattrocentometricubi di granito, tegole, cemento e legno tutto attorno . Non ne ho mangiato. Mi sono cibato di merluzzo non di pollo. Merluzzo di quella strana specie senza occhi e pinne, pelle arancione croccante e che vive dentro scatole nell’artico. Mi fa schifo. Forse l’odore è suggestione, fa parte di quella serie di strani pensieri che mi affliggono quando mangio, cago, discuto del tempo con un cane randagio, mangio polpette, osservo il nulla cosmico nei cervelli della gente o quella specie di nuvola cobalto di smog che mi sento attorno.

Tipo la bottiglia sul tavolo. Storta.

Sconfitta dal freddo glaciale del freezer, tutta piegata, moscia come il cazzo di un vecchio di novant’anni. Per il freddo, non per il caldo.

Leggevo, o forse l’ho studiato o inventato, che dopo un certo livello, il nostro corpo va in tilt e freddo intenso e caldo è la stessa cosa, fa male uguale. Il nostro stupido cervello non distingue la realtà.

Che poi a me mi succede sempre, senza stare a fare esperimenti nella doccia, quando mi innamoro.

È tipo la stessa cosa. Mi ci infogno tra ossessioni e paranoie. Lo sento nella pelle come una bruciatura, si mischia con il gelo del pessimismo, gelosia nel mix, paura, felicità, paura, ansia, paura, al lago assieme, paura. Non ci capisco mai un cazzo.

Ne il cervello ne il cuore lo sanno, se l’amore mi rende vivo o mi uccide.

100° giorno – Liste, vermi, castelli di sabbia

Cento come i giorni del governo, che quasi sembra fatto apposta ma ve lo giuro…no. Vero, sono pelato come il premier ma accidenti, è l’unica cosa che ci accomuna a parte le dieci solite norme che accomunano gli esseri umani, quella lista che finisce con “tutti dobbiamo morire”.

Per certo vi posso dire che non morirò progettista meccanico, perché ci ho provato ma mi stressa e mi mette ansia e non sono abbastanza attento, visto che mi chiamano al mare, come oggi, per problemi, incomprensioni da risolvere e io al mare. A 800 km di distanza dai problemi al 97% causati da te perché “tu sei dove?” al mare, che se mandi dei file subito è meglio già dal tuo ufficio magari, lì, al mare.

Già il mare, che chissà quanti sono i giorni di un mio diario del mare, forse mille, un’infanzia passata a mollo e nella spiaggia alla fine, quando avevo voglia e quando non ne avevo, costretto ad alzarmi senza energie, infilarmi in un auto, sbarcare sulla sabbia, sole ed attesa e poi acqua, tanta acqua, il mare.

Dopo anni, non è cambiato molto.

Faccio meno castelli, vero, e non uso più quelle stuoie che dopo un mese puzzavano, vero. Sto meno in acqua, vero e prendo più sole, vero. Non trovo più utile scavare 10 metri di buca per stanare vermi disgustosi. A volte guido io, pure. Vero.

Però, nonostante le mille e due notti marine, ho ancora degli sfizi da togliermi, come noleggiare un pedalò, fare un tuffo con salto mortale ed arrivare ad uno scambio di 30 colpi a racchettoni. Tutte cose presenti nell’altra lista, quella dei desideri, che nel mio caso è tanto piena di tante cose.

La lista cambia sempre…

Ci sono giorni, che la mia massima ambizione sarebbe riuscire a sorridere. Altri, desidero che lo spazio sia più vicino, che le stelle e i pianeti attorno avessero un volto, un nome, scritto su un biglietto di un aereo spaziale. Spesso invece, voglio solo un sorriso, un abbraccio, un bacio, un gelato a due gusti, un pomeriggio con la mia migliore amica, un sferzata di pioggia che renda lucida la strada, per fotografare i riflessi.

Liste, liste. Una vita di liste, come quelle del governo. Piene di cose da fare, da comprare tipo lista della spesa, di persone da far fuori tipo lista dei nemici, di pizze da ordinare, lista del ristorante.

Una vita di mare, governi, desideri e liste ecco cosa penso mentre un condizionatore Argo muove stanco le sue pale sul muro del bar, mentre attendo la mia acqua non di mare ma tonica, ghiaccio e una fetta di limone con la mezzanotte che si avvicina, con il “centouno” che incombe veloce, carica quasi, come il film.

Mi sveglierò, ancora pelato nel “centouno”, come il premier. Magari punto ad esaudire qualche mio desiderio domani o controllo liste. Magari vado al mare. Magari ricomincio con i castelli di sabbia e i vermi.

Prenderò il più piccolo e lo nominerò Re anzi premier. Premier del mare, sopra il castello.

Primo giorno di governo.

Ci sarà un sacco da fare.

99° giorno – Prigione

Non so perché poi, il mio vero mondo inizia quando la sera entro nella mia camera e “la sera” entra nella mia camera. Tutto il vissuto di una giornata in pratica sparisce subito, inghiottito. Da chi? Da cosa? Perché quasi non lascia traccia?

C’è un piccolo letto stretto e quella luce ambra troppo debole, una finestra che mostra il blu scuro del cielo, quel legno pesante, libri e riviste, armadio aperto, vecchio ventilatore spento. Nessun rumore attorno.

E nessuno attorno. Solo con la mente. La mia prigione.

98° giorno – Bravissimo con gli inizi

Partire con il botto è sempre stato normale per me.

Oggi ad esempio, ho iniziato l’ennesima storia lunga da raccontare e credo che il primo capitolo sia davvero ben scritto e sappiate che raramente io mi faccio i complimenti da solo, anzi…

È che sono bravissimo con gli inizi, da sempre, quindi, quando c’è da scrivere, iniziare un lavoro, conoscere qualcuno sono un drago, ho così tanta energia e voglia che quasi mi stupisco che tutto sia così facile, che tutto vada liscio.

Poi non so, passa poco tempo ed è come se bruciassi il doppio e da entrambi i lati e finisce tutto. Idee e romanzi accantonati, persone che quasi non ti riconoscono e che invece della fiamma ora vedono solo la parte bruciata.

Difficile trovare qualcosa in cui basti solo l’inizio però, non credo che esista. Quindi, come fare se non riuscissi a cambiare? In questo mondo ogni lavoro va finito per bene, ogni romanzo deve avere la sua fine, ogni persona deve essere conosciuta nel tempo…

A meno che non trovassi il modo per rimanere sempre in quel punto ecco, un immenso capitolo primo pieno di dialoghi ed avventure, una specie di vita anti-darwiniana dove niente si evolve ma tutto gira vorticoso, tutto succede ma non cambia neanche con il tempo che passa o persone che scompaiono. Una specie di giorno che ricomincia sempre nella stessa data, già visto in mille film americani.

In un mondo così…ecco, riuscirei a dare il massimo.

Io d’altronde con gli inizi sono bravissimo.