72° giorno – Danni

Oggi ho fatto un incidente in macchina, anche se non sono stato io.

Mia madre infatti, ha colpito lo spigolo di un muretto danneggiando un pochino il paraurti e la colpa è solo mia.

Vi ricordate due giorni fa? Non dovreste…ma comunque, ero in casa, con ospiti in arrivo, quindi prendo le due bottiglie di succhi vari ed eventuali e le infilo nel nano-freezer inscatolato dentro lo scaffale metallico blu che sta in garage, una delle posizioni più scomode che potevo trovare.

Odio quando il mondo reale non funziona come in Tetris, che anche quando un pezzo lo metti sbagliato quello se ne sta li.

No, purtroppo il mondo va avanti con le leggi della fisica e le bottiglie hanno la fastidiosa tendenza a scivolare sopra i pezzi di carne ghiacciati o vaschette di gelato fiordilatte-cioccolato, con il risultato che non c’è verso di farle stare ferme.

Lo ammetto, non ho pazienza in queste situazioni…è più forte di me e mi sento quasi civilmente costretto a mettere dentro la bottiglia e chiudere lo sportello alla velocità almeno pari a quella del suono in modo da anticiparne l’inerzia e incastrarla dentro, intrappolata per sempre…o almeno finchè la pepsi non diventi abbastanza fredda. Cosi ho fatto, come sempre. Come è sempre andata bene aggiungerei.

Solo che stavolta quel cilindro si è vendicato del mio sporco trucco…non so come abbia fatto, forse per istinto di sopravvivenza, ma è riuscito a spingere lo sportello fino ad aprirlo e tutti gli animali morti in forma di bistecca che c’erano dentro…bhe…andati persi insieme a dei pezzi di zucca, il gelato che è diventato una poltiglia nocciola e altri elementi di cui non ricordavo l’esistenza prima dell’era glaciale a cui sono stati sottoposti.

Quando mia madre ha notato il risultato della mia noncuranza questa mattina, non ha potuto fare a meno di arrabbiarsi e prestare meno attenzione ai muri che la circondavano, costringendomi tramite lei a fare quel danno alla macchina.

Accidenti, non ho mai preso per bene le misure di quell’auto.

71° giorno – Sacro Graal

Wimbledon prende possesso della TV e tutte le volte che il giudice esclama “15-love” io capisco “fettina” e quell’erba che riempe lo schermo mi sembra un ottimo contorno di insalata.

Ho fame.

Strana sensazione essere malato con 45° gradi fuori. Io che poi nemmeno ricordavo più come ci si sentiva da ammalati. Un gran senso di fame dicevo, un gran sonno, che stanotte non ho mica dormito un granché. Avevo freddo, ma con il lenzuolo sopra avevo caldo quindi ho tenuto giusto mezzo lenzuolo rimanendo mezzo-scoperto con il risultato che il mio raffreddore è pure mezzo-peggiorato, io che non mi ammalo mai ma al massimo mi mezzo-ammalo.

Non dovevo fidarmi della finestra aperta, in questi due giorni in cui tempeste solari si alternano con nuvole e scrosci d’acqua mixando primavera e autunno alla faccia delle mezze-stagioni sparite. Ne sta arrivando uno adesso di temporale, che si fonde con i residui del giorno, la tipica luce dorata che noi fotografi amiamo, creando una sensazione malinconica.

Mi alzo con fatica, con il fisico di un paralitico dopo un incontro di box con Tyson dei tempi d’oro e vado in cucina, dove ascolto in silenzio se il frigorifero è vivo visto che sono tempi duri anche per lui. A volte cade in coma e c’è la forte preoccupazione che le interiora, ovvero il cibo che c’è dentro, vadano in decomposizione. Una cosa antipatica quando la spesa l’hai stata fatta il giorno prima ma per fortuna il ronzio sommesso mi rassicura un attimo, speriamo passi la notte. Dentro il vecchio frigo, un sacco di robe buone che per scelta non posso mangiare per cui comincio a guardare se in giro ci sia qualcosa di accettabile e io mi immagino che dall’esterno possa assomigliare ad un tecnico di CSI alla ricerca di prove.

“Grissom! Qua c’è una fetta di Bologna!”

Affettati, melone, frutta, coppa di cioccolato con dentro la panna, uova, burro, verdure…naaaa, sto quasi accettando il fatto di lasciare perdere e di ritornare sul letto davanti a quella brutta finale di tennis.

Poi, dietro un panetto di burro e una melanzana esageratamente gonfia, noto un dettaglio, qualcosa di estremamente familiare ed infatti, ecco il Sacro Graal dei miei pomeriggi, lo yogurt alla banana.

Sapete quelle scatole di yogurt attaccate le une con le altre, due gusti in fila. Ce ne sono due di albiccocca, due di fragola, due di banana e cosi via. Quello alla banana è il primo che finisco di solito ma ecco che Dio, o la Fortuna, o qualche divinità tentacolare che esiste in abissi mistici, per dimostrarmi la loro esistenza e benevolenza, si manifestano dentro il mio frigorifero puntualmente rifornendomi di uno yogurt alla banana che in teoria non dovrebbe esistere perchè li hai finiti tutti quattro giorni prima ed è impossibile che te ne sia sfuggito uno. Sacro Yogurt alla banana zen.

“Grazie divinità” penso mentre lo mangio

“Grazie per questo dono, ancora una volta!”

Certo, che se adesso queste divinità alzassero il tiro e materializzassero dentro il frigo anche un po’ di soldi o la donna della mia vita lo apprezzerei di più.

Sembra quando lo zio miliardario ti da 5 euro per comprarti il gelato.

Barbone.

70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

69° giorno – On an empty space

Ho deciso di stare a casa stasera…a non fare nulla.

Scrivo il diario come temporaneo break alla mia consapevole scelta di buttare ore preziose di weekend in partenza.

Il mio fare nulla è davvero fare nulla.

Clicco di qua e di la senza combinare davvero qualcosa. Potrei e vorrei leggere ma non lo faccio. Ho un sacco di film da vedere ancora, ma non lofaccio. Studio, lavorare per me stesso, fare quel “book” di lavori, scrivere quel “book” di racconti, aprire quel “book” con la lista dei miglioramenti personali da perseguire…no, non lo faccio.

Fisso un punto indistinto, talmente indistinto che a volte devo correggere la vista perchè si appanna, con il pensiero che è così perso nel non pensare, che lascia senza opporre resistenza che gli occhi si offuschino, che il fuoco vada perso, che pure le pupille non facciano nulla.

Lasciate perdere, sono convinto che non sia del tutto inutile tutto ciò, spero di trovarci un significato, una motivazione in tutto questo, un giorno.

E a quel punto forse, dovrei davvero trovarmi qualcosa di serio da non fare.

Un nulla più inutile.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.

67° giorno – Ferite

Oggi, hanno bucato la strada che porta alla mia casa, anche lei piena di crepe ormai. C’è un solco, un fossato che passa vicino alla mia ringhiera. Lo tapperanno con della terra e credo che domani ci daranno una passata di nero. Però il segno si vedrà comunque e quello squarcio lungo 30 metri me lo ricorderò.

Strada, casa, cuore.

Il mio povero micromondo viene continuamente bersagliato.

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66° giorno – “D”

Sono le 16.30, caldo, in quello che si può definire un posto del cazzo. Una “D di discount” rossa su sfondo blu e bianco, un quadrato attaccato disarmonicamente su una casa con la sindrome “vorrei ma non posso”, pieno di balconi che dovrebbero farla sembrare diversa dal solito condominio di merda. Aria condizionata a palla dentro la grande D e roba che nessuno ha mai sentito nominare, cloni di prodotti che sentiamo ogni giorno. C’è “ENERGIA” , liquido redbulliano vitaminizzante o le patate San Gallo, tutto a prezzi ridicoli. Un eurospin molto meno famoso, che sembra uscito dall’iraq come del resto tutto il paese che gli sta attorno, a partire dalla stazione con buchi sui muri e binari morti sparsi in giro. Una stazione deserta, in un paese deserto, con un discount…deserto, ma deserto in maniera strana. Sono abituato alle fiumane di individui che razzolano come formiche per raccattare cibo scontato mentre qua, ci sono solo due gorillesse attempate che discutono di fronte a tre metri cubi di succo all’ananas mentre tutti intorno, sette dico sette lavoratori del discount vanno in giro. Non so a fare cosa, ma ne vedo altri li in fondo e pure un paio dietro il bancone, che in un periodo di crisi e di gente senza lavoro, questa D di discount rossa ci sta facendo una bella figura penso tra me e me. Che poi sono tutti silenziosi ed educati e si somigliano pure penso, quando vedo la terza bionda di fila.
E io, quando me ne esco da quel posto, e mi ritrovo ancora nella desolazione più totale, ecco, io mi chiedo se alla fine quel paese non sia tutto li dentro quel discount, che il resto sia solo scenografia. Una sola famiglia poi, perché mi sa che sono tutti parenti là dentro, un discount a conduzione familiare, il loro regno, il loro desolante retaggio.

A vederlo bene quel quadrato blu rosso e bianco, in effetti, potrebbe pure sembrare uno stemma nobiliare.

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65° giorno – Il mondo

Mentre ritornavo dall’allenamento l’orecchio si è tappato. Camminavo facendo smorfie e tentativi di ogni genere per riuscire a stapparlo ma niente di fare…una bolla.
Avere il corpo ovattato fa una strana sensazione…è il cuore la cosa che senti di più, avverti quasi il sangue che scorre e visto che camminavo, i passi hanno cominciato ad andare a ritmo di battito quasi per istinto naturale.

Tum-passo, tum-passo, tum-passo

Tum-passo. Che poi è ipnotico e ti vengono pensieri.

Tum-passo, tum-passo. Penso a quanto ci lamentiamo, io in primis, di quanto sia brutto e cattivo il mondo. Ne parlo con qualcuno e quello mi dice che anche per lui è brutto e cattivo.

Tum-passo. Poi penso che anche quel qualcuno ne parlerà con qualcun’altro, di sicuro, e quel tizio crederà, lamentandosi, che pure con lui il mondo è brutto e cattivo.

Tum-passo. Ancora, penso ad un sacco di gente che si incontra di continuo, ogni giorno e che parla di questo mondo brutto e cattivo, e la visuale si ampia e la gente che dice che il mondo è brutto e cattivo diventano centinaia di individui, poi milioni, poi miliardi. Tutti circondati da gente che rende il mondo brutto e cattivo.

Ma se vai a vedere, attorno a quella folla non c’è rimasto nessuno.

Ma non è che siamo tutti degli stronzi?

64° giorno – Bus

Il pullman e i suoi “abitanti” mi fanno sempre più paura, un mondo in cui gli immigrati ubriachi clandestini sono la parte più rassicurante. Tipo, oggi c’era un tizio, giovane sui 20 anni che flirtava pesante con una donna di 50 anni dai denti marci vestita come un’adolescente. Il giovane è vestito con abiti larghissimi su cui campeggia ovunque la scritta New York Yankees. Beve da una bottiglia d’acqua infilandosi quasi tutto il collo tra i denti. Forse è la bocca il particolare che da più fastidio, anche se non so se per i denti stranamente affilati e ravvicinati vagamente da castoro o per quello che dice. Si vanta di essere un gran picchiatore anche se non si direbbe. Dice che se lo fanno incazzare picchia tutti, che i vicini non lo salutano chissà perché. Una ragazza esce dalla porta del bus e lui la imita, dandogli della puttana perché in shorts, con la cinquantenne che ride sguaiata. Mi guardo con un immigrato ubriaco che mi sta affianco. Ha la tipica faccia di uno perplesso.

Come la mia ma senza la sfigurazione dell’alcool.

Vorrei essere ubriaco anche io.

63° giorno – Weekend

E quindi questo sarebbe il weekend, che inizio lavorando, da solo perché sono andati tutti in vacanza e qualcun altro non risponde. Ora, siamo vicini al primo minuto della domenica, l’odiata domenica e mi accorgo che forse oggi, non ho mai aperto bocca una sola volta. Sento anche una specie di mal di gola latente giù da qualche parte, un misto tra infiammazione e groppo in gola. Più che parlare però vorrei scrivere, ma seriamente. Alzarmi la mattina, fare colazione e poi andare sul balcone per scrivere, a getto, a caso. Mi sto stancando di questi lavori precisi, millimetrici, ancorati alle idee di qualcun altro. Vorrei davvero creare ed esprimermi pienamente, provare e riprovare finché non capisca com’è fatta la mia creatività, che per dovere di sopravvivenza, forse non ho mai visto.