156° giorno – Il costume

Bhe, direi che ci siamo.

Mentre tutto il resto d’Italia si è goduta l’ultima settimana di estate e sole, qua da me è tutto molto chiaro da tempo ed oggi, comincia anche a fare freddo sul serio, che lo senti nelle mani e nel petto, quando esci la mattina in felpa e ti accorgi che non basta più. Tempo venti minuti e sarò ad allenarmi nella solita piazza, ma nei tavolini del bar non ci sarà nessuno, le piastrelle in roccia rossa saranno gelide, l’altalena bagnata e ad ogni trazione, un litro di acqua mi entrerà nel colletto costringendomi a brutte imprecazioni. Circondato da sbarre più scivolose di un’anguilla addormentata e muretti viscidi, con i piedi zuppi per ogni fottuta pozzanghera nascosta dietro l’angolo.

Ho tirato fuori la felpa grigia con cappuccio per il primo vero allenamento autunnale, un’occasione speciale. Ci sto dentro tre volte ed è la stessa con cui ho iniziato a correre quando ero 107 kg di ciccia e che continuo ad usare trenta chili e tre anni dopo. Mi hanno detto mille volte di buttarla, visto che quando ce l’ho addosso sembro una tenda da campeggio afflosciata , ma non ci riesco. La vedo e mi ricordo gli inverni passati a correre sotto la neve e l’impegno e la fatica di ogni santo giorno, con i talloni distrutti, il fiato che spariva dopo un minuto e una specie di katana nella milza. Ma tre anni dopo, che tutto è cambiato, mi ricorda anche che se ce l’ho fatta da depresso ciccione del cazzo posso farcela sempre o almeno provarci, in qualsiasi cosa, sempre.

Si insomma, mi fa sentire forte questa felpa, anche se è larga ed entra aria fredda in mille punti diversi, anche se non è di calzamaglia e non è blu con una S davanti, anche se ha solo un cappuccio ma nessun mantello rosso.

Un costume per supereroi sobri.

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153° giorno – Pasqua

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde mentre attendo che la stampante RICOH multi-accessoriata con scanner, caricatori multiformato, tamburi e slot colori singoli ad innesto rapido sputi fuori risposte cartacee ai miei input annoiati.

“Sai perchè ti sei sempre infilato in situazioni impossibili e complicate? Perchè hai paura di innamorarti davvero di una persona facile da raggiungere…è una cosa inconscia la tua” mi dice la segretaria con voce severa

“Sarà…magari è quello…e poi chissà se mi sono mai innamorato davvero…” rispondo, mentre gioco con una chiavetta USB piena di pezzi della mia vita.

“…quando ci penso…non ne sono davvero sicuro…” continuo.

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde nel terzo giorno di pigrizia di fila, con un po’ di dubbi e di pensieri mentre gioco con puzzle a tinta unita che mi fanno uscire di testa. Devo concedermeli ogni tanto, tre giorni cosi, come faccio per l’insonnia che mi distrugge l’esistenza. Capita, a fine mese, che per tre giorni dorma come tutti gli esseri normali. Capita che dopo un mese di allenamento intenso, mangi pizza per tre giorni di fila. Capita e mi tiene sano di mente ricordarmi che a volte la forza di volontà, l’impegno, la sicurezza, le idee chiare si ritrovino disperse in un banco di nebbia, perse in un bosco, per tre giorni.

Negli ultimi istanti di lavoro, stavolta di giù, lontano dalla super stampante, fisso lo schermo svogliato e uccido un po’ di zanzare tigre. Mi passo la mano destra sui capelli da tagliare, sulla barba incolta e sento quel dolore che morsica il polpaccio. Penso che tanto manca poco alla mezzanotte e che da domani si ricomincia con un paio di pile nuove, cancellando le ultime settantadue ore e i lamenti dei muscoli e i puzzle e i pensieri.

Si, tre giorni di fragilità vanno bene.

Se li è concessi anche Gesù.

148° giorno – Palude

Faccio una camminata per il mio paese sotto un cielo coperto che mi risparmia da un sole ancora estivo. “Mio”…un aggettivo decisamente esagerato. Non mi sento parte di questo buco grigio, come il rapporto tra un agente commerciale e le mille stanze di Motel in cui dorme lungo le autostrade. Una stanza sconosciuta ecco cos’è, da due stelle, carta da parati orrenda, vista sulla provinciale 76, il frigobar…non si apre.

Squarciato a metà da una ferita senza fine che lo divide in due, una strada di rottami e ghiaia che lo attraversa, barriere di cemento ai lati, senso di desolazione e disastro. Dovrebbero esserci binari e treni e gente che sale e scende e che si incontra, si innamora e si ama, ragazzi che deturpano muri con graffiti e spaccano gli schermi della stazione ed invece ghiaia e desolazione e ponti sospesi e sgraziati che attraversano tutto, una Venezia di terra e rifiuti. Dicono che non ci sono soldi e che ogni mattina gli svizzeri si svegliano, vanno nel cantiere e aspettano che arriviamo anche noi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Dicono che negli antri bui di quei tunnel sommersi da acque scure ci sia arsenico e i veleni dell’uomo e che ora è tutta una palude maledetta. Piena di mostri.

La ferita non ha cambiato nulla, tonnellate di roccia e terra sollevati ma nemmeno una pietra spostata negli animi con la gente continua a non uscire e a non salutarsi, a vivere in loculi protetti da siepi e cancelli e chiavistelli su porte e finestre blindate che accidenti, rubano anche di giorno e stuprano di notte e le parole sono fredde come il ghiaccio e i pensieri quelli veri sono in codice indecifrabile. Mancano le piazze e le feste sguaiate, i mercatini, le mamme con i passeggini e i vecchi negozi di una volta con i vecchi grassi e simpatici. Rimangono ferite sull’asfalto e verde umido e selvaggio.

Passo sotto i portici e i cartelli vendesi attaccati sulle vetrine di locali abbandonati sono scoloriti che tanto chi compra ormai, sembra tutto un oratorio abbandonato e tutta la gente dentro l’unico posto con vita dentro, il bar, è grigia e storta.

Non so, non ricordo se sia sempre stato così, se da bambino era diverso, se c’era la gente in giro. Non ricordo se ti segnalavano come individuo sospetto quando uscivi con la nebbia, se fosse normale che i nomi dei vicini nemmeno li conosci adesso. Parchi e aiuole tristi e non ci sono panchine, nemmeno.

Non mi fido di un posto senza posti interessanti in cui sedersi quindi torno a casa. Fra poco pranzerò. Appena finito, penserò sul da farsi ma non credo uscirò di nuovo.

Non ne ho voglia.

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141° giorno – Cover band

Quando guardo un concerto di una cover band non riesco mai a non pensare all’ipotetico dramma esistenziale che ci sta dietro.

Ho davanti un sacco di gente che balla e che canta insieme a me, alza le mani, la incito e lei risponde. Di quel cantante famoso io imito la voce, mi vesto come lui, mi muovo come lui e pure i capelli sono uguali. La gente dice che gli assomiglio davvero e i miei amici mi chiamano “Liga” o “J-Ax” o “Bon Jovi” o “chicazzotipare”. Sono soddisfatto di quel nomignolo, ce l’ho fatta ad essere come il mio idolo penso, le ore di canto per imitare la voce, look ricercato, farsi quel pizzetto orrendo perché nell’ultimo video “Lui” ce l’ha, tutti sforzi ben ricompensati.

Poi passa il tempo, la gente mi chiama per le serate qualche volta ma sempre di meno, spero di viverci finché a qualcuno ancora interesserà stare sotto un palco a sentire quella roba che magari viene fatta meglio da una band come la mia.

Tre anni dopo. Mi hanno annullato la serata. Ho guardato il cantante della cover band che hanno scelto al nostro posto, l’ho guardato faccia faccia ed è uno specchio solo vent’anni più giovane. Ora sono in un pub con gli altri che beviamo depressi una birra. Il bassista vuole chiudere, il batterista chiede perché non abbiate mai fatto dei pezzi nostri, il talento c’era.

Non lo so, mi chiedo come facevo ad essere felice per la gente che mi acclamava per canzoni non mie anche se pure io le adoravo. Acclamava “Lui” non me, io gli assomigliavo, ero un medium per raggiungere “Lui” e adesso mi ritrovo che non sono più così giovane, la band è allo sbando e io non so chi sono, perché ho vissuto una vita ad essere un altro.

A casa, vado in bagno, mi taglio il pizzetto, mi raso i capelli. In camera, guardo i vestiti sulla sedia e mi viene da vomitare, non sono miei, sono “suoi”. Rovisto nell’armadio di mio fratello, mi metto due stracci, esco.

Incontro un amico che stento mi riconosce. Alza la mano.

“Ciao…” e poi si ferma. Poi continua.

Usa il mio vero nome.

Io nemmeno lo ricordavo più.

137° giorno – L’abito del monaco

Mentre confeziono nella noia degli ultimi minuti di lavoro un cuore fatto in filo di stagno, mi ritrovo a pensare a come io appaia alla gente, quando mi incontra. Di certo non sembro uno che confeziona cuori di stagno abitualmente, questo è sicuro.

Quando ieri camminavo tra la gente del corso, provavo ad immaginare di incontrarmi per caso sulla strada per vedere un po’ che impressione faccio, cosi, dall’esterno, a me stesso.

Ha senso?

Indosso una maglietta che mi sta diventando piccola, perchè da quando la spalla sinistra collabora un di più riesco ad allenarmi ogni giorno e questo mi fa sembrare ancora più grosso. Ci sto dentro a stento. Da fuori, un sacco di gente potrebbe pensare che occupo due-tre giorni alla settimana in palestra a pomparmi, per questioni di apparenza, per sembrare grosso e cattivo e far paura alla gente e provarci con le tipe sui tappeti da corsa. Potrei sembrare un tipaccio, uno psicopatico, “non ti conoscessi non ti vorrei mai incontrare da solo in un vicolo” mi dice un amico. Ma loro non sanno che ogni giorno, anche se stanco dal lavoro, mi ritrovo in una piazza, con la gente che prende l’aperitivo e che mi guarda come fossi uno scemo, a sudare e a resistere alla fatica e alle gambe che bruciano, alle braccia insensibili, appeso a sbarre, a muretti, a correre, saltare, ruotare le articolazioni anche quando piove, quando c’è freddo e la neve per terra, quando esco dalla ditta e il sole è sparito da due ore e tutto questo solo per amore del movimento.

Mi incrocio mentalmente sul pavè della piazza e penso che mi vedano serio, che non sorrido mentre cammino dritto e tutto questo riflette la prima impressione. Per loro è un “stanne alla larga” istintivo, ho la faccia di uno da non far salire in macchina se mi trovano a bordo strada che faccio autostop. Uno che non scherza perchè non ama scherzare, inutile farmi battute, sono un duro, cuore di pietra, anche se ne confeziono di stagno. Ma loro non lo sanno, la realtà è che non sanno che non sorrido solo perchè la mia faccia non mi piace cosi tanto quando mi viene da ridere. Non sanno che penso sia cosi anche per gli altri. Magari sbaglio, ma io mi vedo strano, mi sento strano, quasi un po’ forzato quando sorrido. Se mi dicono “ridi che facciamo una foto” ne esce un mezzo ghigno. Poi, bastano due minuti e mi metto a diffondere gioia per ogni stupidaggine mentre ne sparo una ventina pure io. Mi serve qualche minuto per carburare quella parte del cervello.

Mi osservo guardondomi dritto negli occhi e anch’io mi osservo, guardandomi negli occhi mentre mi passo a fianco. Ho lo sguardo tagliente.

Ha senso?

Capisco quando dicono che tiro occhiatacce, credo che da fuori sembra che io odi la gente, che sia costretto ad attraversare fiumane di persone per me insignificanti e che guardo con disprezzo. In realtà osservo tutto, fin nei minimi dettagli ed è perchè scatto mentalmente, come se avessi la mia Fuji sempre in mano. Ogni scena di vita per me è inquadratura, ogni dettaglio insignificante può nascondere del bello, e tutti quei dettagli e i gesti minimi, diventano anche le storie che leggete qua sopra. Non disprezzo, amo.

Se tiro le fila del discorso, ne viene fuori che io sembri davvero una brutta persona da fuori, da sobborgo di Caracas, che nasconde il ferro e fa affari loschi, picchia i bambini, maltratta le donne, pensa solo a se stesso, psicopatico.

La realtà è che faccio il designer, il fotografo street, lo scrittore, ogni giorno. Amo Bukowski e Murakami, mi commuovo con i film, non riesco nemmeno a schiacciare gli insetti che trovo in casa, devo riportarli fuori. Amo fare regali agli altri, ho bisogno degli altri. Adoro il mare, il rumore del fuoco, la luce che rimbalza sugli oggetti, ridere.

Ho sentito un sacco di giudizi riportati, sentendo voci, su di me. “Sembra uno stronzo” “egoista” “egocentrico”. Tutto da gente che mi ha visto una sola volta.Credo di essere abbastanza disastroso alla prima impressione.

Purtroppo la gente è davvero stupida mi dico. Però poi, penso a me stesso e a quante volte anch’io finisca per fare la stessa cosa.

Vorrei davvero provarci d’ora in avanti a non mettere mai più una persona in uno schedario dopo i primi quattro minuti.

Che alla fine anch’io quando sono ‘la gente’ sono stupido.

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131° giorno – Credito terminato

Vodafone mi avvisa che ho finito il traffico Internet ma potrei pagarli però, per continuare a farmi i cazzi degli altri e messaggiare. Credo non lo farò, anche se è il 5 settembre e ciò significa altri 9 giorni senza internet sul cellulare.

Potrebbe essere anche un’esperienza interessante.

Quando penso al mio rapporto con questa tecnologia, lo considero un po’ troppo morboso. Ci sto attaccato troppo, litigo troppo, faccio stalking, importuno persone con questa scatoletta e anche se non voglio, me lo ritrovo in mano pure quando esco con altre persone e sto seduto ad un tavolo invece di chiaccherare e ridere.

Che poi, stasera ero li con due amici, e il credito era già a zero. Cellulare appoggiato li, senza ipotesi di attivazione e solo due cazzate e la mia acqua tonica, ghiaccio e limone e mi è venuto da pensare che con quel coso in mano mi sarei perso un sacco di battute.

Ci preoccupiamo di stare in contatto con mille persone alla volta e spesso non sappiamo godercene nemmeno due.

129° giorno – 100 Hz

“Mi aiuti a togliere la tv dalla macchina, dopo il lavoro?” mi fa un amico
“Si” rispondo.

Esco da lavoro, 17:30, entro in macchina con lui e andiamo a casa sua.

Tutte le domande precedenti, del tipo “ma ha davvero bisogno di aiuto per una stupida televisione?” oppure “ma avrò capito male?” svaniscono dal cervello come macchie trattate con il Vanish. Si, era un messaggio sponsorizzato, comprate Vanish Oxi Action.

Svaniscono perchè quella che credevo fosse la testata del motore posteriore, appena entro nella sua ‘Saxo’, in realtà si rivela essere un tremendo ed enorme televisore Panasonic 36 pollici che occupa tutto il retro e assetta la macchina peggio di una enduro in impennata. E poi la ‘Saxo’ il motore ce l’ha davanti.

Arriviamo a casa del mio amico, che sta in affitto dal mio capo.
Ora, il mio capo è geniale, simpatico e bravo, ma è completamente pazzo e disorganizzato e questa sua casa rispecchia l’architettura della sua mente. Vedete, la televisione dobbiamo metterla al piano terra, dove c’è la camera da letto, solo che non c’è nessuna porta per entrarci. Infatti, bisogna andare al primo piano, dove c’è la cucina, aprire una porta, scendere delle scale a chiocciola mezze metallo e mezze plastica rubate sicuramente ad un ospedale croato ed infine accedere alla camera.

Una cazzata, se dovessimo spostare un moderno LCD, ma questo, è un CRT ricavato da un panzer della seconda guerra mondiale. Appena lo afferriamo dall’unico appiglio plausibile e lo tiriamo su dal portabagagli, le vene negli occhi tipo esplodono, la schiena urla pietà, gli avambracci si tirano a fionda e capisco subito perchè il mio amico voleva una mano.

E’ un fottuto macigno, e si che sono allenato.

Lo rimettiamo giù con terrore. Per arrivare al bordo della finestra, che è ovviamente altissimo, dobbiamo portarlo oltre l’altezza delle spalle e lì diventa culturismo, senza contare che dobbiamo fare rotazioni kung fu per riuscire a metterci in posizione.

Tentiamo un paio di volte ma quel robo ha la stabilità di un monociclo bucato guidato da una castoro ubriaco e che si è appena lasciato con la moglie e per qualche istante, la TV sembra voglia tentare il suicidio fracassandosi per terra, ondeggiando pericolosamente.

Di nuovo giù.

Dopo cinque minuti decidiamo di appoggiarlo almeno sul bordo, utilizzando la tecnica “incliniamolo, appoggiamolo e tiriamolo su”, cosa che ci costa tre avambracci e sei ernie ma dopo un paio di tentativi ecco che quel suo culone grigio di plastica si appoggia sul marmo.

Fatto.

Ora, scappo al primo piano di corsa per poter scendere in camera, mentre il mio amico tiene in sospeso quella follia sul davanzale. Quando arrivo, capisco che non sarà una cazzata neanche il passaggio dopo.

Sposto il divano che c’è sotto e prendo il lato destro del televisore cercando di metterci più forza possibile per alzarlo oltre la struttura della finestra. Appena la TV si appoggia con il suo peso sopra quei 3 millimetri di alluminio ecco che si sentono lamenti e sfrigolii come se un fulmine avesse appena centrato una vecchia in sedia a rotelle.

“Questa cosa non s’ha da fare”

Prendo i cuscini del divano. Con sforzi enormi, riusciamo a sollevare quei 36 pollici di terrore sul davanzale, utilizzando leve svantaggiosissime in cinque millimetri di spazio e a infilare due cuscini sotto, riuscendo a tirarla in dentro, con la speranza che le finestre si riescano a chiudere ancora e che gli infissi non siano da rifare.

Ora, è il mio amico che corre su per scendere giù, che tutta sta storia pare un livello di Super Mario, sapete no, quando entra nei tubi verdi.

Con le ultime energie in corpo, portiamo dentro il mostro e lo sbattiamo in un angolo.

Stremati e con il fiatone ci sdraiamo sul divano, in silenzio, per qualche minuto. Poi, da una mensola, il mio amico prende il manuale d’istruzioni della TV e inizia a cercare.

“Cosa cerchi?”
“Il peso…eccolo…”
“Sarà almeno 60 chili…”
“Pesa 82 chili…”
“Cosa?”
“82 chili…”
“Cazzo pesa quanto me…ma c’è dentro un nano morto per caso? Non ha senso!”

Rimaniamo in silenzio ancora un po’

“Però è bello, consuma come una puttana ma è a 100 Hz” mi dice
“Il mio vecchio era a 60 Hz” gli rispondo

Certo che 40 Hz in più pesano un sacco.

 

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128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

126° giorno – Spettro

La stazione, lunga duecento metri e alta quanto un hangar, è illuminata a ‘serata di Gran Galà’ per gli spettri che la abitano. Tra il ronzio delle scale mobili, i riflessi di vetrate a specchio che coprono congegni e schermi, arriva l’eco di un goffo mostro affamato. Affamato di umani. Proviene da quella tremenda oscurità nera che si vede lì in fondo, oltre gli archi e le luci ambra, i muri in mattoni bianchi.

Gli sono dentro ora, al mostro, con una suora a sinistra che “mi sembra di aver già visto” come ogni vecchia suora che vedo. Questa è carrozzata per il deserto, tessuto beige come una tenda eritrea, borsa in tinta, scarpe da trekking, pelle e tacco basso in gomma, pronta per una campagna evangelizzatrice contro Himmler. Di fronte a me, un uomo grasso sulla quarantina che piega e ripiega nervoso il suo biglietto con le mani piccole e tonde, tenute giunte vicino alla pancia con maglietta blu incollata sopra. Scritta ‘BLUEFIELDS PRO EDGE’ deformata, mentre le restanti sono come inghiottite dai rotoli di ciccia. Mentre mi fissa e io lo fisso, arriva una ragazza dalla porta posteriore, che cammina verso di me. Non è bellissima anche se ha gli angoli arrotondati al punto giusto e due occhi selvaggi che fisso con insistenza, distogliendoli dal grassone. Contraccambia lo sguardo finché non va oltre, ancheggiando pesantemente e calcando i passi con stivali pelle e frange, lasciandomi lì tra suora e ciccione innamorato di me, lasciandomi lì divertito con un paio di fantasie su di lei e sugli shorts che portava, lasciandomi li finché in uscita da quel bunker inabissato, mi ritrovo inondato dal sole con lingue di acciaio che scorrono sui fianchi.

Tra traversa di legno e traversa di legno, su quei binari, ci saranno circa quindici centimetri. Nei due lati corti delle traverse, un perno, diverse viti e bulloni.

Immaginate la noia di scavare, stendere quelle strisce di ferro, inserire, avvitare, bloccare, lubrificare ogni quindici centimetri per un metro, poi due metri e poi un decametro, quattro ettometri e mille chilometri. È così che muore un uomo, dopo anni. Muore e diventa uno spettro che mangia, caga, scopa, dorme ma senza sentire nulla, trascinandosi tra le esistenze degli altri spettri, raggruppandosi in piazze, cinema, centri commerciali, salotti bene, file ai bancomat o davanti a scaffali zeppi di roba inodore e insapore, finché non trovano il coraggio di volarsene via.

Prima eravamo in uno di quei posti da spettri, la vetrina di un distributore di soldi, debiti ed esistenze da prigionieri. Gustavamo mirtilli gonfi sorseggiando succo multivitaminico come se fosse l’equivalente di un Tavernello da tossico. Io allungato sull’asfalto, circondato da muri grigi e muri invisibili, lei seduta nell’angolo. La gente vestita bene passava e ci guardava con sdegno, la gente vestita male passava e ci guardava con sdegno. Sdegno per la mancanza di un tavolo su cui appoggiare mirtilli e succo, mancanza di sedie dove sedersi e non gradini in pietra. Sdegno per la mia mancanza di capelli e faccia tranquillizzante e la mancanza di italianità di lei, la presenza di tatuaggi. Sdegno per non occupare tempo in attività proficue invece di parlare per ore da amici, come se ci fosse un cartello “non bighellonare” affisso dietro le mie spalle, come canta Eddie in Crazy Mary.

“…Little country store with a sign tacked to the side. 
Said ‘NO L-O-I-T-E-R-I-N-G ALLOWED.’
Underneath that sign always congregated quite a crowd…”

Se ti siedi in basso sei meritevole di sdegno ecco il succo multivitaminico della vita.

“Che potere vorresti avere?” mi chiede. “Io un’altra me, per fare un sacco di cose, ancora e ancora, sperimentare su me stessa ma da fuori…” continua.

“Io un corpo astrale…” rispondo. “…uscire dal mio corpo e volare, entrare nelle case e nelle vite degli altri, osservare la normalità, la stranezza e quando accendono le luci la sera o si accorgono che l’acqua nella pentola sta bollendo, rimanendo invisibile e senza corpo”

Entrare in quei muri, oltre i cartelli ‘Zurich’ , dentro quelle bare per spettri.

C’è una ragazza sulla mia destra, un poco più in là, vicino ad un portone. La osservo mentre spolpo un mirtillo aspro nel mio micromondo molto basso. Ha la schiena bianca e nuda, braccia e gambe scheletriche, un vestito nero indossato maldestramente, con la testa dalla faccia gonfia e senza denti piegata di lato per tenere incastrato il cellulare sulla spalla, tenendo in equilibrio una bicicletta con una mano. Il cellulare cade e così la bici. Si china fino a terra con le gambe piegate quasi in modo innaturale per l’estrema lunghezza.

“È un ragno…sembra un ragno”

Rimane chinata per interi minuti per poi rialzarsi e far cadere di nuovo tutto e ora anche il contenuto della borsa è sparso per terra ed eccola di nuovo schiacciata sull’asfalto, come un feto, attorniata da quello che ha, mentre la gente passa con le loro borse, macchine, pensieri, biciclette e con il loro sdegno.

“Dovremmo aiutarla”
“Ho paura che possa urlare, strillarci addosso”
“Anch’io”

Rimango li, seduto in basso. Ogni tanto la osservo e bevo un goccio di succo di multi – vita -minico. Osservatore, invisibile, impalpabile, senza corpo. Corpo astrale.

Rimango li e non faccio nulla.

125° giorno – Agente segreto

“Bin Laden è un’invenzione della CIA americana” dice un tizio dall’aria sospetta e poco alla moda, mentre mi passa affianco, parlando con degli amici. “Accidenti” mi chiedo, quale oscuro segreto potrà mai custodire quest’uomo per dire una roba del genere? Cosa sa che il mondo ignora? E poi, esistono CIA da altre parti, non americane? Altra verità scomoda?

C’è il consorzio italiano agricoltori o roba simile se non ricordo male, che se sei il figlio di qualcuno di loro fai la vita dura a scuola.

“Mio padre lavora per la CIA”
“Bugiardo!” e giù botte. Ma è vero, gestisce la produzione di broccoli.

Agente segreto per la CIA, come nei film. Bello.

Poi però, penso che ci sarà per forza un portiere nell’edificio della CIA, o una alla reception o l’addetto agli ascensori. Anche quelli lavorano alla CIA. Gente che fa fotocopie, che prepara cibo in mensa, che pulisce gli uffici. Gente della CIA. Che si mette grembiuli, divise con spalline a spazzola, tute da operaio, ma con il pass della CIA. Porta fuori la spazzatura, con il cartellino della CIA.

Non so perché, ma a vederla così, non è mica come nei film.