118° giorno – Cactus

Avevo questo cactus da un euro a casa, che ho chiamato “Cactus Killer”. Il corpo era lungo e due braccia sporgevano dai fianchi, girate verso l’alto come Rocky sulle scale di Philadelphia. Era verde scuro con spine rosso-nere scurissime e lunghe.

Mi hanno detto che è morto perché gli ho dato troppa acqua, anche se a me non sembrava. Dopo un momento in cui credevo di averlo perso, si era ripreso e stavano pure uscendo altre braccia verde acceso, tutte in giro. Poi, qualche giorno dopo, il verde è diventato giallo, poi marrone, poi grigio. Poi è morto.

Quando dai il nome a qualcosa ti dispiace sempre quando lo perdi, o muore anche se si tratta solo di un cactus. Dentro la stessa serra, due anni dopo, stessi gatti dormienti e stessa condensa da afa. Stessi vecchi proprietari cotti dal lavoro e dal sole. Sono alla ricerca di un sostituto per “Killer”. Impiego un’ora buona a trovarne uno della stessa specie, nella stessa posa. È più ciccione e le braccia sono più esili ma è un grandioso sostituto. Il vecchio me lo strappa dalla terra e me lo infila in un vasetto arancione, mi mette terra nuova, mi consiglia di non bagnarlo. Eccomi con in mano “Cactus Killer Il”.

Mezz’ora dopo, sono lontano dalla serra. Ho davanti a me un uomo anziano. Quando parla con mio padre, che gli tiene la mano, dice frasi senza senso

“Le vedi, in file, erano lì”

Non riesce a fare un discorso comprensibile. Conosce mio padre da quarant’anni ma è come se fosse un estraneo.
Mio padre lo rassicura, gli racconta fatti di alcuni anni fa che lui non si ricorda più. Continua a fissare un punto indistinto del selciato, indica le crepe sul cemento, ripete “rosso, rosso, rosso”. È grigio. Tutta l’intelligenza svanita. È fermo immobile, è assente.

L’ho conosciuto. Fino a due anni fa era ancora un pozzo d’energia, di conoscenza, con le braccia in alto, come Rocky sulle scale di Philadelphia. Ora è magro, denti consumati, vestito pesante in pieno agosto.Vedo la moglie che quasi piange e la figlia, che nemmeno riconosce più, “scusi signora” le dice.

Niente serra per loro, nessun sostituto.

È tutto molto triste.

115° giorno – Non così comico

Sono sul cesso che leggo un Topolino del 1996, in attesa di mettermi sotto la doccia che per un motivo o per l’altro, oggi arriva in ritardo per il malcontento del mio corpo sotto sale.

1996 significa diciassette cazzo di anni fa e non dieci come continuo a pensare quando leggo anni ’90.

Ho davanti Sansone, un alano gigante spalmato su delle vignette che non fanno ridere. Il suo padrone è alto con i baffi, sua moglie bionda con i capelli impostati stile ficus bonsai, un po’ da vecchia.

E mentre sono qui sul cesso, ad aspettare non so cosa visto che non sto cagando, ne commettendo atti impuri sessualmente soddisfacenti, mi ritrovo a pensare che adesso, diciassette anni dopo, Sansone l’alano sarà bello che schiattato. Marito e moglie avranno comprato un cane più piccolo oppure niente. Lui avrà 65 anni ad occhio, lei 60. Se non ricordo male hanno un figlio, che sarà grande ormai. Magari gli ha dato dei dispiaceri e non è più “il loro piccolo”, come quando c’era Sansone. Ora si droga, ha una ragazza tossicodipendente che ruba libri in biblioteca per rivenderli. Il padre è molto preoccupato e questo aggrava le condizioni del suo cuore. Ah già! Ha il bypass e mancano ancora tre anni alla pensione. La moglie trova soddisfazioni solo nella torta che prepara per il banchetto della Chiesa, è triste. Sansone è sepolto in giardino, quando vedono la loro tomba gli si stringe il cuore. Quelli si che erano bei tempi, ora invece…giornate grigie, capelli grigi, niente prati verdi ma muri grigi. È finito tutto.

Chiudo il Topolino e lo appoggio sul mobile del bagno.

Accidenti sono tristissimo.

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110° giorno – La Flaca

Quando entro in questa piccola città nella città, fatta di blocchi grigi, sei la prima che saluto. Sei sempre stata la prima.

“La Flaca” di Jarabe De Palo suona in continuazione nell’agosto di un ragazzino un po’ troppo paffuto. Nel video c’è questa bellissima barista cubana che fa impazzire tutti e anche me, che faccio colazione guardando MTV.

Le assomigli.

Ti vedo a messa, la prima domenica. Sei abbronzata, capelli corti, vestito rosso a pois bianchi, seduta sul fondo a sinistra mentre io sono nascosto dietro la colonna a destra, per farmi i cavoli miei come al solito. Quando ti vedo capisco di essere innamorato.

Un paio di giorni dopo, era sera, ti conosco, con il resto della compagnia. Scherzo e tu scherzi, parte una sfida di corsa, il tuo sport e i giorni dopo a parlare, le mattine ad aspettare che la tua macchina arrivasse in paese. Ogni sera, vorrei ma non ti riaccompagno a casa, lo fa qualcun altro, un amico. Io non so cosa fare.

Mi fa male da morire. Anche se ci vediamo e scherziamo assieme nei giorni dopo, mi fa male da morire.

La mia estate è finita. C’è una grande “H” di fronte a me, sulla nave. Sapete, dove scendono gli elicotteri.
Sto li un paio di ore buone, mentre la costa si allontana e io mi sento triste come non mai, con il groppo in gola. Ma mi dico che c’è pur sempre l’anno dopo.

Anno dopo anno invece, rimango in silenzio,  aspettando chissà che cosa. Passa una vita e tutto cambia, ti rivedo ma non riesco a dirti nulla. Non posso.

A volte si dice “mi sembra ieri”.

No, non è così, mi sembra una vita parallela, di mille anni fa. Anche se ricordo tutto. Ricordo anche quando faceva male.

Fa male anche adesso che ti sono davanti.

Fa malissimo.

109° giorno – Morte onirica

Guardo questo soffitto sdraiato su un quadrato di cemento pieno di disegni, vetri, sporco, bottiglie in frantumi. Non so perché lo trovi comodo, forse è perché non c’è nessuno che parla, che mi chiede, che mi sta attorno. Un giorno di un’estate fa, riuscii pure ad addormentarmici qua sopra. Mi sembrò un buon sonno.

Niente si muove, ” sono solo io vivo, qui” mi dico.

In certi momenti la solitudine è d’oro anche se ti senti sempre solo e ne hai abbastanza. È una solitudine diversa questa, non è quella che ti ferisce, che torna appena ti ritrovi circondato da persone, con le loro esistenze così lontane da me, così aliene. È più riflessiva ma meno personale. Tipo che adesso, che non ci sono voci ne pensieri, ho abbastanza spazio in testa per pensare al soffitto.

E se cade? Riuscirei a infilarmi in uno di quei vani, al riparo dalle assi più grosse, quelle che si fracasserebbero per prime? Ma come cadrebbe…dubito che possa precipitare così, perfettamente dritto, come se tutti i sostegni spariscano di colpo. Qualcosa si dovrebbe rompere, penso. Guardo con attenzione la struttura, da vite a vite, da sostegno a sostegno. Poi, riesco ad immaginare tutto quel legno che inizia a cadere quasi a rallentatore per poi accelerare, verso di me, che rimango sdraiato in attesa.

È come negli incubi, non riesci a spostarti.

Quando ancora c’era la stazione, vicino casa mia, sognavo spesso di ritrovarmi con un treno in arrivo, sempre più vicino. Le mie gambe erano insensibili, non si muovevano, svuotate da ogni briciolo di energia.

Mi svegliavo sempre prima dell’urto.

Non sono mai morto in un sogno…

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85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

80° giorno – Non si esce vivi dagli anni ’80

Ho in mano una penna blu con scritto “superqualcosa”. Tamburello con il tappo mentre attendo che l’uomo che mi ha dato appuntamento si ri-materializzi. “Ri-” perchè mi ha ricevuto, mollato li con un lavoretto che dovevamo sbrigare assieme e ora lo attendo, per dirgli che ho finito, per congedarmi, per tornarmene a casa.

Giornata di sbalzi, tra temperatura Sahara dell’esterno e aria microartificiale nano-condizionata, di quella che sa di plastica, di quel freddo da bottiglietta spray che si sente che non è roba di madre natura. La trovo in macchina prima nel viaggio d’andata, poi in quell’ufficio dal pavimento simil-pietra di plastica, vetrate giusto appoggiate e fili pendenti tutti intorno, un cantiere più che una ditta. La trovo poi in stazione e in treno e di nuovo in macchina, ancora.

La odio.

Mi annebbia il cervello, mi toglie energie, mi fa pizzicare il naso e non voglio che mi rovini la giornata, che oggi è il giorno di diario numero ottanta, che io non l’avrei mai detto che ci sarei arrivato. Numero che ricorre diverse volte oggi e vi giuro che non lo dico mica apposta. Come Michela che mi dice di non auto-stressarmi che ho 30 anni mica 80, di stare più tranquillo insomma con la mia vita, la mia fretta innata o gli Afterhours che mi ricordano che non si esce vivi dagli anni ’80 anche se mi chiedo dove stia la novità visto che non si esce mai vivi da nessun decennio, che prima o poi muoiono tutti.

Pure io.

A meno che, come leggevo, quel pazzo russo che finisce per “owsky” o “olyev” non ricordo ma non è importante visto che sono tutti giovani, miliardari e fatti con lo stampino, non faccia davvero quella cosa di scaricare la coscienza sui floppy e farci rivivere come ologrammi dentro super-computer e cyborg anatomici, roba da uncanny valley.

Lo farei? Accidenti non lo so…sarebbe una scelta da veri perdenti quindi magari si….

Certo che vedere il futuro sarebbe figo eh, per quanto orrendo e distruttivo possa essere ma tanto da ologramma al massimo possono premere il bottone OFF ed evitare di sentire le mie cazzate del passato, il che sarebbe di sicuro meglio che morire di fame come succede ai giorni nostri che si sa, c’è la crisi.
Magari sarà un futuro alla anni ’80…war games, deserti postnucleari, città abbandonate, ratti assassini….

Prima…appena uscito dalla ditta, dopo l’appuntamento, sono andato ad esplorare quella sottospecie di villaggio iracheno che mi circondava….
Sono andato sul retro di un ristorante giappo-cinese, a proposito di ratti verrebbe da dire, a dare un occhiata ai vicoli nascosti di quel brutto paese, un assieme di muri sporchi, bidoni, biciclette, case diroccate, strade luride bersagliate dal sole cocente, asfalto grigio e a pezzi. Odore di carogna, fogna e qualsiasi altra parola brutta che finisce in “ogna”

Vi dirò…quei tizi degli anni ’80 avranno pur avuto un look pessimo ma ci avevano quasi azzeccato.

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75° giorno – Razzo gomito

Io, quello che si guarda i film ungheresi in bianco e nero, quello che “Tarkovskji è il migliore”, quello che “la sceneggiatura è sterile e mal scritta” , quello che “i personaggi sono banali e poco realistici”, quello che odia i dialoghi epici per caricare le folle, i sacrifici per il bene superiore, i baci e i lieto fine, quello che odia i cliché, gli eventi scontati i personaggi belli, forti e vincenti, le esplosioni tanto per, quello che se si parla di cinema devo sempre dire la mia perché credo di sapere di cosa parlo…

Ecco, io, quello lì di cui vi parlavo, il raffinato del grande schermo, che sta dalla parte dell’indipendente regista underdog, alla fine è uscito esaltato come un bambino per dei robottoni che pestano a sangue dei mostri giganti tra personaggi banali, sacrifici, discorsi, lieto fine, sceneggiature inutili e tutto il resto in mezzo a città rase al suolo ed esplosioni senza senso.

Io, sono un buffone…

13° giorno – Ritardatario

Da piccolo essere in ritardo, perdere il pullman prima e il treno poi, quando andavo all’università, era una cattiva abitudine di cui quasi andavo fiero. Godevo e godo tuttora nel riservarmi minuti in pieno extra time, quando dovresti essere già fuori di casa e invece ti perdi via in mille stupidaggini, scelte stilistiche, news improbabili. Cosi esci, con tranquillità, perchè ormai sei già in ritardo e a quel punto meglio renderlo epico. Gli autobus, i treni, arrivano e partono senza di te, e rimani li in attesa di quello dopo e tutto sommato, lo fai perchè ti piace.
Autobus dopo autobus, treno dopo treno.

Però ogni tanto, quando ti guardi indietro e pensi a tutto quanto hai perso perchè non eri pronto o non hai fatto quello che dovevi fare, a tutti quei treni e autobus, veri o metaforici persi quasi per scelta, o paura o pura stupidità ti arriva quel fremito di rimpianto per un’occasione persa o per una scelta che andava fatta. Qualche domanda ti viene…

Magari molti di noi nascono per salire su quei treni e altri no. Magari quello in cui sono davvero bravo, è arrivare ad un soffio da quella porta in cui forse potrei anche entrare sforzandomi, facendo l’ultimo scatto ed invece rimango li. Le porte mi si chiudono davanti ed ho solo pochi istanti per vedere chi c’è dentro, dove sta andando, prima di sedermi ed aspettare e fantasticare come mio solito, su cosa sarebbe stato quel viaggio.

Chissà se è autosabotaggio o semplice ‘essere se stessi’.


“Quello bravo a perdere i treni” 
però, non suona cosi bene ad essere sinceri.

9° giorno – Vuoto

Oggi pensavo a tante persone, cose e fatti. Alcuni tristi o poco simpatici. Il tutto condito da un senso di nausea dovuto a fumi di plastica bruciata che a molti in ditta non danno grosso fastidio ma a me creano un malessere persistente, nonostante mascherine, aria fresca, precauzioni. Si trascina da ore.

Quindi vorrei lasciare spazio al vuoto questo nono giorno, solo per questa volta. Alla fine il vuoto di una mancanza, di una persona, di una pagina o riflessione, di un qualsiasi stato d’animo in cui la misura non è mai giusta spesso è anche fin troppo rumoroso e riempe testa e cuore. Il bianco sa parlare anche fin troppo bene.