84° giorno – Poesia

Bene bene, che scrivere di questo giorno, adesso che sono le 3:01 e non ne ho nessuna voglia?

Penso a qualcosa di breve, una frase ad effetto rapida che dia l’illusione che ci abbia pensato per tipo tutto il giorno, una frase che mi faccia sembrare uno che sulla vita ci fa dei ragionamenti pesanti, uno intelligente e non uno scemo come tanti.

“La finestra sulla mia anima oggi era rigata di pioggia”

Bella no? Sembra che sia stato per ore in riflessione sul disagio del mio essere guardando un albero piegato dal vento mentre sorseggiavo una tisana su un pavimento in tek.

“Oggi c’è spazio solo per i miei ingombranti vuoti”

Sempre meglio. Forse sono stato a ragionare sull’amore che non trovo invece, sulle incertezze e sulla solitudine. Io da solo in una grotta o in una stanza bianca con la luce tremula di una candela, vestito con un saio, braccia e gambe conserti tipo maestro di yoga o maestro Yoda.

In realtà, ho mangiato un gelato, poi un hamburger, sono andato in giro a dire stupidaggini con altri scemi e a vedere un filmaccio americano di quelli stupidi. Non ho pensato o pianto, ne ragionato sulla mia esistenza o fatto qualcosa di davvero interessante.

Ma se vi piace di più, posso riassumerlo con un “assaporare i dolci gusti della terra e imparare dalle crude immagini di un mondo perverso”

Così, per sembrare un uomo profondo…

80° giorno – Non si esce vivi dagli anni ’80

Ho in mano una penna blu con scritto “superqualcosa”. Tamburello con il tappo mentre attendo che l’uomo che mi ha dato appuntamento si ri-materializzi. “Ri-” perchè mi ha ricevuto, mollato li con un lavoretto che dovevamo sbrigare assieme e ora lo attendo, per dirgli che ho finito, per congedarmi, per tornarmene a casa.

Giornata di sbalzi, tra temperatura Sahara dell’esterno e aria microartificiale nano-condizionata, di quella che sa di plastica, di quel freddo da bottiglietta spray che si sente che non è roba di madre natura. La trovo in macchina prima nel viaggio d’andata, poi in quell’ufficio dal pavimento simil-pietra di plastica, vetrate giusto appoggiate e fili pendenti tutti intorno, un cantiere più che una ditta. La trovo poi in stazione e in treno e di nuovo in macchina, ancora.

La odio.

Mi annebbia il cervello, mi toglie energie, mi fa pizzicare il naso e non voglio che mi rovini la giornata, che oggi è il giorno di diario numero ottanta, che io non l’avrei mai detto che ci sarei arrivato. Numero che ricorre diverse volte oggi e vi giuro che non lo dico mica apposta. Come Michela che mi dice di non auto-stressarmi che ho 30 anni mica 80, di stare più tranquillo insomma con la mia vita, la mia fretta innata o gli Afterhours che mi ricordano che non si esce vivi dagli anni ’80 anche se mi chiedo dove stia la novità visto che non si esce mai vivi da nessun decennio, che prima o poi muoiono tutti.

Pure io.

A meno che, come leggevo, quel pazzo russo che finisce per “owsky” o “olyev” non ricordo ma non è importante visto che sono tutti giovani, miliardari e fatti con lo stampino, non faccia davvero quella cosa di scaricare la coscienza sui floppy e farci rivivere come ologrammi dentro super-computer e cyborg anatomici, roba da uncanny valley.

Lo farei? Accidenti non lo so…sarebbe una scelta da veri perdenti quindi magari si….

Certo che vedere il futuro sarebbe figo eh, per quanto orrendo e distruttivo possa essere ma tanto da ologramma al massimo possono premere il bottone OFF ed evitare di sentire le mie cazzate del passato, il che sarebbe di sicuro meglio che morire di fame come succede ai giorni nostri che si sa, c’è la crisi.
Magari sarà un futuro alla anni ’80…war games, deserti postnucleari, città abbandonate, ratti assassini….

Prima…appena uscito dalla ditta, dopo l’appuntamento, sono andato ad esplorare quella sottospecie di villaggio iracheno che mi circondava….
Sono andato sul retro di un ristorante giappo-cinese, a proposito di ratti verrebbe da dire, a dare un occhiata ai vicoli nascosti di quel brutto paese, un assieme di muri sporchi, bidoni, biciclette, case diroccate, strade luride bersagliate dal sole cocente, asfalto grigio e a pezzi. Odore di carogna, fogna e qualsiasi altra parola brutta che finisce in “ogna”

Vi dirò…quei tizi degli anni ’80 avranno pur avuto un look pessimo ma ci avevano quasi azzeccato.

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79° giorno – Il treno

“Downbound train” del Boss nelle orecchie mi parla di amore, treni e vita. Esco mezz’ora dopo da casa oggi, in ritardo per il lavoro e quasi mi sembra di aver fregato il Truman Show perché in giro non ci sono le comparse della mia vita ne rumori in lontananza. Silenzio, caldo ed io che cammino. Il boss mi racconta che tornando a casa, dopo una corsa disperata, non ha più trovato la sua donna, con in lontananza il fischio di un treno in partenza. Lei è dentro quel treno, ne è sicuro. Lo ha lasciato.

Mi manca la stazione… prendere il treno dal mio paese. La verità è che sono malinconico…e mi mancano un sacco di cose, non solo due rotaie. Da piccolo, non ho mai chiesto di crescere o diventare grande, andava bene così. Troppo sognatore per realizzare che certi desideri non si realizzano, che c’è sempre un limite. Un bambino invece, può credere in tutto, senza dover iniziare a costruire qualcosa o dimostrare di valere a qualcuno, scontrarsi con le persone, con le idee, con la stupidità umana. Un bambino può ambire ad ogni cosa senza sembrare stupido, senza attirare odio o scherno. Può essere astronauta, ingegnere, scienziato o calciatore…è bello essere bambini.

Adesso è tutto diverso.

Certo, va a giorni, a volte sei disilluso e cazzo, non basta un argano da porto a tirarti su. Altre, hai una ferma convinzione tatuata a fuoco sulla pelle e spaccheresti il mondo. Probabilmente la realtà del tuo essere sta nel mezzo…ancora ci credi ma cominci ad avere paura anche se non sai di cosa o almeno, non ne sei sicuro…

Del fallimento…

O paura di non provarci nemmeno. Accontentarsi e un giorno pentirsene.

Oppure paura di riuscirci e poi perdere tutto, come il Boss, proprio adesso, nelle mie cuffie.

Il suo amore non c’è più mi spiega, il fischio del treno è lontano e lui non può più rincorrerla, è finita.

Si butta in ginocchio e piange.

78° giorno – “Sccciuuuuuurlllp!”

“Sccciuuuuuurlllp!”

Periodaccio questo, perché ho la tendenza a non sopportare le persone.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Che mi infastidisce ogni cosa, dai gesti ai pensieri, alle ideologie. Le parole e l’abbigliamento, le acconciature. Quasi tutto.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Però non reagisco violentemente, non faccio scenate, “serbo tutte queste cose nel mio cuore” come Maria che chissà perché sta cosa della Bibbia mi è rimasta. Se non sbaglio stava sempre alla fine del Vangelo, quando Gesù tipo diceva qualcosa di fico o montava un casino dei suoi e visto che al resto non prestavo attenzione, la frase finale era il segno che potevo svegliarmi. Ci sta che me la ricordi.

“Sccciuuuuuurlllp!”

C’era scritto anche qualcosa del tipo “ama il prossimo tuo come te stesso” ma ultimamente niente da fare, e questo continuo “Sccciuuuuuurlllp!” peggiora solo la situazione. D’altronde, perché fare casino mentre si mangia? Risucchiare roba come un’idrovora mentre il resto della gente non fa il minimo rumore consumando lo stesso piatto? Tutti tranquilli ed educati mentre te “Sccciuuuuuurlllp!”. Non ti guardo ma mi immagino un muso sporco di sugo e pezzi di animali sparsi in giro, particelle di cibo che svolazzano per inerzia dopo ogni “Sccciuuuuuurlllp!”.

Come faccio, Bontà Celeste, ad amare il prossimo mio se quello moltiplica la mia insofferenza più di pani e pesci? Che poi il mio auto-masochismo non fa altro che farmi concentrare su quel rumore, quell’ostentare gusto, come se fosse la sostituzione di un “complimenti al cuoco” ma fatto con degli “Sccciuuuuuurlllp!” più fastidiosi di un rutto.

“Sccciuuuuuurlllp!” 

Mi alzo e urlo con tutto me stesso: “basta con sti versi! Se mangi un brodo che fai, imiti una barca a motore?”. Sguardi sconcertati, forchette che cadono, finalmente silenzio di tomba…anzi, di sepolcro. Verrò cacciato, insultato, crocifisso. Parte la rissa e l’indignazione, sono la nuova pietra di scandalo della famiglia…

…mi piacerebbe, ma invece stringo solo ha forchetta più forte mentre serbo i miei film mentali dentro il cuore, tacendo pavidamente. Alla mia destra nessun meritato silenzio di sconcerto, solo…

“Sccciuuuuuurlllp!”

75° giorno – Razzo gomito

Io, quello che si guarda i film ungheresi in bianco e nero, quello che “Tarkovskji è il migliore”, quello che “la sceneggiatura è sterile e mal scritta” , quello che “i personaggi sono banali e poco realistici”, quello che odia i dialoghi epici per caricare le folle, i sacrifici per il bene superiore, i baci e i lieto fine, quello che odia i cliché, gli eventi scontati i personaggi belli, forti e vincenti, le esplosioni tanto per, quello che se si parla di cinema devo sempre dire la mia perché credo di sapere di cosa parlo…

Ecco, io, quello lì di cui vi parlavo, il raffinato del grande schermo, che sta dalla parte dell’indipendente regista underdog, alla fine è uscito esaltato come un bambino per dei robottoni che pestano a sangue dei mostri giganti tra personaggi banali, sacrifici, discorsi, lieto fine, sceneggiature inutili e tutto il resto in mezzo a città rase al suolo ed esplosioni senza senso.

Io, sono un buffone…

73° giorno – Prigioniero

Un mio grande amico mi ha regalato una foto di qualche anno fa. Ritrae un ciccione seduto su una panchina, la faccia tonda e sofferente, dietro una grata, un gusto nel vestire decisamente poco raffinato con maglione grigio e canotta in bella vista. La foto si chiama “prigioniero di se stesso” e il ciccione sono io. Un estraneo, vedendomi adesso, potrebbe pensare che tutto sia cambiato ma in realtà non è proprio così. Credo di essere ancora dentro la prigione della mia mente, una stupida penitenza auto-imposta che non mi fa rischiare, non mi fa sfidare il mondo e mi costringe a provare mille paure diverse, a parlare sottovoce. Ho paura di troppe cose anche se la battuta pronta e gli atteggiamenti mascherano tutto in qualche modo, fa sembrare come se ogni cosa mi scivolasse addosso mentre in realtà si incastrano nelle mille crepe della mia finta corazza.

Sempre più spesso però, sento una vocina che parla salendo da un punto dietro lo stomaco.
“So cosa hai fatto l’estate scorsa” mi dice tipo, con la voce da killer, accusatoria.
“Ero al mare, come ogni anno” gli rispondo facendo finta di nulla, ma so di cosa parla.

Intende tutti quegli anni sprecati ad attendere che fosse il mondo ad adattarsi.

No, non è mica così che vanno le cose, il mondo non si adatta a chi lo abita ma TU, se non vuoi essere quello che cambia, devi essere forte abbastanza da plasmarlo a martellate. Come lo vuoi te.

Sono in grado? Sono forte abbastanza? Devo darmi una risposta, devo uscire dalla cella il prima possibile.

E scoprirlo.

72° giorno – Danni

Oggi ho fatto un incidente in macchina, anche se non sono stato io.

Mia madre infatti, ha colpito lo spigolo di un muretto danneggiando un pochino il paraurti e la colpa è solo mia.

Vi ricordate due giorni fa? Non dovreste…ma comunque, ero in casa, con ospiti in arrivo, quindi prendo le due bottiglie di succhi vari ed eventuali e le infilo nel nano-freezer inscatolato dentro lo scaffale metallico blu che sta in garage, una delle posizioni più scomode che potevo trovare.

Odio quando il mondo reale non funziona come in Tetris, che anche quando un pezzo lo metti sbagliato quello se ne sta li.

No, purtroppo il mondo va avanti con le leggi della fisica e le bottiglie hanno la fastidiosa tendenza a scivolare sopra i pezzi di carne ghiacciati o vaschette di gelato fiordilatte-cioccolato, con il risultato che non c’è verso di farle stare ferme.

Lo ammetto, non ho pazienza in queste situazioni…è più forte di me e mi sento quasi civilmente costretto a mettere dentro la bottiglia e chiudere lo sportello alla velocità almeno pari a quella del suono in modo da anticiparne l’inerzia e incastrarla dentro, intrappolata per sempre…o almeno finchè la pepsi non diventi abbastanza fredda. Cosi ho fatto, come sempre. Come è sempre andata bene aggiungerei.

Solo che stavolta quel cilindro si è vendicato del mio sporco trucco…non so come abbia fatto, forse per istinto di sopravvivenza, ma è riuscito a spingere lo sportello fino ad aprirlo e tutti gli animali morti in forma di bistecca che c’erano dentro…bhe…andati persi insieme a dei pezzi di zucca, il gelato che è diventato una poltiglia nocciola e altri elementi di cui non ricordavo l’esistenza prima dell’era glaciale a cui sono stati sottoposti.

Quando mia madre ha notato il risultato della mia noncuranza questa mattina, non ha potuto fare a meno di arrabbiarsi e prestare meno attenzione ai muri che la circondavano, costringendomi tramite lei a fare quel danno alla macchina.

Accidenti, non ho mai preso per bene le misure di quell’auto.

70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

10° giorno – Le piccole cose

Il tempo non basta mai e il tempo corre. Oggi non sono riuscito a fare metà delle cose che volevo fare e a quest’ora, quando magari vorrei rilassarmi, rimangono ancora un paio di faccende odiose da sistemare. Sono giusto riuscito a ritagliarmi un’ora per fare un paio di salti e una mini-seduta di allenamento. Certo che il tempo scivola via veloce…fai sempre le stesse cose e ti accorgi che invece di essere ancora un bambino hai 30 anni, non hai un lavoro sicuro, non hai prospettive, non sai cosa fare dei tuoi sogni e non sai se poi qualcosa valgano davvero, non hai una donna ne un ideale di persona con cui puoi stare davvero bene, non hai la serenità di portare avanti i tuoi impegni, non sai cosa sarà di te fra tre mesi.

Però tutto sommato, in tutta questa riflessione negativa ma non troppo, mi sono accorto che c’è il sole e una leggera aria fresca,…e si sta bene. Ho nelle cuffie Quattro dei Calexico, ho una cena che mi aspetta a casa, mia sorella che mi proporrà di vederci una puntata di xfiles assieme, qualcuno mi chiederà di uscire, qualche altro amico vorrà discutere di un’idea folgorante, mio padre mi mostrerà la sua ultima creazione, avrò nuove canzoni da scoprire, curiosità da leggere, fotografie da guardare, dettagli e piccole cose, tutte attorno.

C’è forza anche nei dettagli, questa è forse la mia personale morale quotidiana.

Ci pensavo anche poco fa, mentre mi allenavo. Stavo scendendo da un muretto…una cosa banale e poco rischiosa. Saltando giù, ho toccato con la punta sul bordo e mi sono sbilanciato…per qualche attimo ho creduto di cadere con la faccia sull’asfalto ma all’ultimo secondo ho recuperato l’equilibrio e in qualche modo sono atterrato sulle mie gambe. Allora ho realizzato che se non stai attento alle piccole cose che ti circondano, senza fare tutto con la massima cura, con attenzione e concentrazione, rischi di cadere e farti male.

Nella vita non succede lo stesso?