282° giorno – La scala #2

Mi hanno sbloccato l’osso sacro, buttato sul lettino e tirato di qua e di la, preso dai piedi e rigirato anca per anca ed ora spero che la schiena inizi a collaborare seriamente ad un trattato di pace che porti avanti una relazione lunga e proficua…sono moderatamente speranzoso anche per questa notte ed è la novità del giorno visto che ho sempre paura del risveglio e del check-up fisico fatto di scricchiolii e fitte ovunque. Ho deciso di andare alla scala, dove mi alleno quando l’inverno piovoso diventa una costante, sono appena uscito dallo studio dopo aver infilato le spoglie borghesi nello zaino per indossare quelle del traceur part-time, ancora sotto la pioggia, ancora nel freddo mentre salto una corda nell’indifferenza della città, congestionata e allagata che quando piove capisci che non è poi cosi piatta come credevi…è tutto un fiume e un torrente e specchi d’acqua che riflettono tutte le luci ed è pieno di luci questo posto, messe anche dove la gente non guarda e non cammina. Le domande tra le piu stupide mi vengono in mente mentre salto la corda, come “dove finiscono tutti i criminali della piazza quando piove…dove vanno a nascondersi?” che di posti malfamati ma al chiuso nei paraggi non ne conosco da quando alla stazione hanno messo il presidio caramba perenne. Io intanto salto la corda fino al distacco braccia…altro che correre, che ormai mi massacra caviglia e ginocchia…meglio saltare a ritmo, coordinare i piedi finché non cominciano ad andare da soli ‘destro…sinistro…destro…sinistro…uniti…avanti…dietro…’ ed è un po come danzare, dancing in the rain…da solo come uno scemo, addosso stracci che peggio non si può, puzzolente e brutto ma a ritmo, con il rumore su quelle piastrelle sporche in sincronia con il battito”Tum-Tum-Tum”.

Passano i minuti e ancora salto…e spero davvero che una volta raffreddati i muscoli, a casa, il fisico ricominci a collaborare…mi serve…un tassello da mettere in posizione e ricominciare meglio da domani mattina , per una volta riposato che chissà, magari ne saltano fuori altri ancora che lo si dice sempre…cose positive chiamano cose positive.

279° giorno – Dovevo fare il dottore…

Son qua nel deserto di una sala d’attesa…mia madre non sta bene e me la sono ritrovata a casa in pausa pranzo e quindi “andare a prendere il numero dal dottore” per non farla uscire da bravo figlio premuroso. Odioso sistema…perdi tempo prima e pure dopo, che devi stare li un’ora davanti alla porta chiusa con la fila di gente che aspetta ferma tipo dall’ora di colazione poi, aprono la porta dal centro di comando al piano di sopra e via un’altra mezz’ora ma dentro stavolta…almeno quello…e finalmente prendi il numero e torni a casa per ri-uscire un’ora e mezza dopo per fare la visita che a stare li a fare la mummia finisci per impazzire…e visto che tanto mi pagano a ore tutta sta faccenda mi sta pure costando un sacco di soldi ma non importa, la famiglia prima di tutto.

Per prendere appuntamento, bisogna mettere le mani sopra un asettico touch screen con lo stesso schema di colori della sala, azzurro mare e arancione spensierata gioventù, giusto per mitigare la tristezza del posto anche se non so per quale motivo, a rivederlo cosi rinnovato mi ritornano in mente i muri beige con vernice lucida grumosa e le panche marroni rigide fissate al muro che c’erano prima, pensavo averlo dimenticato, rimosso…ed invece ecco il ricordo che affiora bello limpido e ancestrale. Premi sul nome del dottore e grazie alla magia oscura dovrebbe uscire da una fessura il numero dell’appuntamento e c’è pure il tabellone segnapunti nuovo di pacca con tanto di inning e punteggio aggiornato con pure i fuoricampo. La cosa che però trovo complicata, in questi giorni in cui la mia personalità e allegria sta sotto i minimi storici, è affrontare la gente che entra ben dopo di me e subito si fionda sul totem….vedete…non è ancora attivo…c’è da aspettare le 14:30 e sono giusto le 14:04 quindi, non sputa fuori i biglietti di carta e quelli si siedono delusi\e sulle gommose sedie arancioni in attesa pure loro…ma cosa accadrà alle 14:30? Ci sarà un rush violento verso il touchscreen? O prevarrà il buonsenso? E in caso di scontro violento, succederà come al solito che qualcuno intervenga in mia difesa “no guardi che questo stava qua molto prima di lei…ed è un brav’uomo…me lo ricordo ancora nel Vietnam quando combattevamo fianco fianco per la nostra patria” oppure tutti zitti e io in balia di quelli che insistono e che sono di fretta e sono vecchi e sbraitano…

“Ai miei tempi i giovani avevano rispetto per i vecchi…lei non si e alzato nemmeno dalla seggiola per lasciarmi il posto”

“Ma cazzo…ce n’erano trentotto liberi ed ho preso quello piu lontano da tutto e tutti ma che diavolo volete”

…e ci sarà il furbo che sta in giro a camminare intorno pronto a scattare all’ora X e tu che fai…ci litighi? Ne hai voglia sul serio? Urlare contro il vecchio che manco vede ed ha la schiena a 45 gradi? E penso che tipo potrei alzarmi e camminare pure io stile guardiano e se poi mi passa avanti comunque qualcuno vabbè, amen…basta che non sia una folla, un paio li posso tollerare se mi assicuro un posto decente…anche se mi maledico cazzo, perché io il turno agli altri non lo rubo mai.

Sta entrando un po’ di gente e tutti subito si lanciano a schiacciare e si chiedono perché non funzioni senza nemmeno impegnarsi a leggere il cartello che spiega tutto, poco sopra, e nessuno di quelli che stanno già qua da un po’ dice niente, manco io…e li vediamo premere da scemi e controllare sportelli e solo un minuto dopo gli diciamo in coro “fino alle 14:30 niente” e io son sempre più nervoso…per la gente ma soprattutto perché ci sono i vecchi che han problemi a premere e invece di appoggiare il dito normalmente lo strisciano, tamburellano, chiedono aiuto e intanto sono le 14:26 da quaranta minuti e la sala è quasi piena e io ci scommetto, quasi tutti furbi.

Voglio andarmene…stressante essere da questa parte della barricata…dovevo fare il medico ecco la verità, loro non devono prendere il numero. Me lo ricordava pure il mio PC stamattina, mentre frugavo tra le mail…sapete quei siti del cazzo che ti inondano di proposte di lavoro chiedendoti di passare Premium e sfruttare un sacco di fantastiche offerte come ‘i tuoi bigliettini da visita a soli 5 euro’ che mi chiedo sempre dove stia il guadagno…beh, uno di questi siti tutto euforico stamattina mi avvisa strombazzante che c’è roba per me e io mi immagino a San Francisco a fare il designer-fotografo-surfista quindi apro e leggo…

“Fisico Endocrinologo” c’è scritto e ve lo dicevo prima, che io l’ho sempre saputo che dovevo fare il dottore.

275° giorno – Ciao Microchippy

Alle 5 di mattina sento mio padre che si alza e va in cucina, poi torna.

“È vivo?” gli faccio
“No…”

…e mi ritrovo a piangere come un bambino, anche per tutta questa notte tormentata in cui cercavo di incastrare i pezzi del puzzle del ‘domani’ sempre evitando di alzarmi per andare a controllare se fosse ancora vivo…cosi…per paura. Mi giravo nel letto pensando a come avvolgere la gabbia l’indomani per non fare entrare freddo, dove lasciare la macchina per andare dal veterinario, a che ora chiamarlo…ma in realtà inconsciamente sapevo…sapevo appena Microchippy si è messo a dormire sul fondo della gabbietta che non c’era già più niente da fare e tutte le idee di una voliera e una canarina da compagnia e forse anche liberarlo la prossima estate sono sparite di colpo e forse sbaglio a renderlo cosi tanto umano e cosi poco animale ma quando ogni tanto gli parlavo ero convinto che ascoltasse davvero tutti i miei progetti.

Mi alzo, che la vita deve continuare e non aspetta e c’è la gabbietta vuota vicino alla porta di casa…chiedo a mio padre dove  ha messo il corpo e lui mi risponde “nella terra…li fuori” e anche lui ha la voce quasi rotta dalla commozione e io mio padre commosso forse non l’ho mai visto quindi non dico altro e lo lascio seduto in sala. Mangio ma la tazza di latte la lascio a metà, nel tragitto casa-ditta non metto nemmeno gli auricolari e mi ritrovo solo ad osservare gli uccelli che volano tra i rami mentre poi, a lavoro, passano le ore e mi sembra di stare in un film a moviola…non sto combinando nulla, penso e ripenso e mi sento solo parecchio colpevole perché non ho fatto abbastanza…che ‘Se…’ e ‘Ma…’ e se fossi subito andato dal veterinario allora Chippy sarebbe già guarito e zampettante e tutti mi dicono “Non ci puoi fare nulla” ed “Era già troppo tardi” e mi dico che magari hanno davvero ragione loro e sono io che sbaglio ma non lo accetto ancora…lo capirò più avanti spero…ma non capiscono che quello che mi tormenta, non è il fatto della morte di un esserino a cui ero legatissimo…è il sapere che è morto nel buio di una cucina, di notte e da solo…e mi dispiace troppo anche perché sono conscio della libertà che DOVEVA avere e non ha avuto…e visto quanto ho negato ad un essere senza colpe e puro, il minimo che si DOVEVA a Chippy era fare il possibile perché stesse bene, il più a lungo possibile…che si dovrebbe almeno morire al sole e chiudere gli occhi perché c’è troppa luce e non farlo nel nero più nero.

Ma non ci sono riuscito.

L’aver fallito…questo mi tormenta…l’aver fallito.

273° giorno – Forza Microchippy

L’anima di un uomo che vola in cielo…la dipingevano con un cardellino i pagani, un cardellino come il mio Chippy. Non sta bene…e sono preoccupato. So che è un uccellino minuscolo ma mi ci sono affezionato al punto che spesso penso sia il mio alter-ego pennuto…a volte penso che siamo entrambi in gabbia e con tanto da dare ma che viene fuori solo ogni tanto, come quando vorrei che cantasse più spesso. Forse è raffreddore o altro…si gonfia ogni tanto e non è mai buon segno, deve aver preso freddo, basta uno spiffero in un giorno di vento. Abbiamo sistemato la gabbietta sotto il sole, tenuto al caldo, recuperato erbe specifiche da fargli mangiare e c’è l’uovo che lo aspetta domani prima di passare alle medicine, anche se adesso che sta al buio con il panno sopra le sbarre ho paura di non ritrovarlo saltellante domani, come ogni giorno…ho paura che muoia…che quando ti abitui a una cosa non pensi a come possa cambiare e distruggersi in un istante. La giornata è stato il classico raid sui forum tra esperti che dicono la loro, tra medicine da nomi strani e veterinari in erba. Parlano di controlli sul petto, feci, piume, macchie da trovare, gente che punta subito sl tragico, altri saccenti che accusano altri di ignorare la fragilità di questi animali e io mi ritrovo nella mia eterna condizione di non potere…anzi…di non sapere come occuparmi di qualcuno che non sia me stesso e non so cosa fare se non sperare in Madre Natura facendo il tifo per lui.

Solo adesso forse, ripensando alla mia gabbia e a Chippy malato, riesco a capire le parole di un amico…so che non c’entra nulla ma i pensieri scorrono da soli…comunque, mi diceva che io ho paura di una relazione seria…ecco perché non riesco a fare sul serio…è solo paura…dico di volere qualcosa di stabile e duraturo ma in realtà è una menzogna e io quasi risentito rispondevo che no…che diceva cazzate e che è il mondo e le donne e la società e l’universo che ce l’hanno tutti con me…ed invece no…è davvero paura di non sapermi occupare di qualcuno, rimanendo fermo immobile aspettando che succeda qualcosa, che qualcuno sistemi i pezzi al posto mio.

272° giorno – Vento

Questo bus devo averlo preso un milione di volte…andate, ritorni, pieno e maleodorante, vuoto e traballante come adesso. Vuoto dentro com’era vuoto fuori alla fermata, io e il vento…e un sacco di freddo nonostante il sole splendente e l’azzurro da cartolina…tutto un bluff ma forse è proprio colpa sua…il vento, freddo…e questa tuta che lascia passare troppi fili d’aria…chissà poi se ha un nome questo vento…non sembra popolo che dia nome a queste cose quello che mi sta attorno, non sembrano interessati…e non sembrano interessanti…il vento è vento come gli alberi sono alberi e i pesci sono pesci e le persone invisibili…invisibili come il vento. La città è deserta e tu ti immagini tutti dentro bar alla moda a innalzare calici e mostrare candida ceramica orale che li dentro sono tutti amici e tutti stanno bene ma passo davanti al ‘Lounge’ e ‘Free time’ e ‘Socrate’ e quasi non c’è nessuno ma forse è presto e forse io non guardo con attenzione le vite degli altri…sono di corsa…vestito in tuta che corre per la città, verso la scala, l’unico posto che al momento ha un’anima anche se temporanea e illusoria mentre il resto lo trasformo in scie sfocate in vista periferica.

Questa città non la sopporto più…le piazze, le strade, i locali e i parcheggi a 1.20€ all’ora…e gli impegni e il cielo, le luminarie e questo autobus puzzolente che a notte fonda si riempie di emarginati…non sopporto più l’odore di cioccolato che si mischia alla birra nell’aria la sera e il recinto in cui hanno messo il paese e le macchine parcheggiate davanti al cancello, gli appartamenti da 50 metri quadrati a 500 euro al mese, le grate alle finestre per i ladri di giorno, i lavori da dieci ore sotto neon gelidi, le strade che non ricordo, gli inverni infiniti, i vestiti alla moda, gli sguardi da un altro mondo, i vicini che non ti salutano…le persone…e questo vento ostile e freddo mentre l’unico che sento mio è il maestrale che spazza il mare e le spiagge e porta ginepro e timo e corbezzolo…non lo sopporto più questo vento senza nome e queste strade senza nome e queste luci fredde tutte attorno che illuminano a spettro questa città che non sa nemmeno come mi chiamo e che forse mai mi ha dato un nome.

271° giorno – Si vive una volta sola…se ne muoiono mille

Nemmeno accendo il caldobagno…mi siedo direttamente nella vasca…fredda…faccio scorrere l’acqua e metto il tappo…giusto un goccio di bagnoschiuma…c’è scritto ‘Aloe Vera’ sopra ed è verde chiaro…prendo il soffione e mentre mi siedo simmetrico rispetto al tappo e piego le gambe come a formare un laghetto artificiale, dirigo il getto verso il filamento di bagnoschiuma che serpeggia sotto l’acqua. Comincia a formarsi schiuma…sempre di più…nemmeno si vede l’acqua mentre quelle bolle bianche vanno ancora più in alto, circondate dalle mie gambe. Poi…appena l’acqua è abbastanza alta, mi sdraio per godermi il bagno, aspettando che l’acqua mi copra completamente e mettermi a ragionare-pensare-illuminarmi d’immenso…ma dopo cinque minuti appena, sono fuori…succede sempre ormai…vorrei la doccia invece di questa vasca lunga due metri…non voglio crederci…ma l’Emanuele che adorava stare in un bagno caldo per ore forse è morto…morto come tutti gli altri Emanuele prima di lui, che si vive una volta sola ma se ne muoiono mille, si muore e ci si risveglia vivi ma diversi. Quando ti riscopri diffidente, cinico, insensibile…morto, morto, morto. O un giorno, di ritorno a casa per pranzo, non trovo nulla in frigo…apro lo sportello della dispensa, allungo la mano verso una scatoletta di delizioso tonno rosa succulento, varietà pinna gialla squartati a dovere e io ho sempre adorato il tonno eppure una vocina nella testa mi dice “Ma che fai…non aprirla” ma non ascolto, la apro, sgocciolo l’olio in eccesso, ne mangio due forchettate…non mi piace…non mi piace più il tonno…da quel giorno il tonno crudo è morto da quando io amante del tonno sono morto, chissà quando. E pure le delusioni cocenti, quando credevo che l’avrei sposata prima o poi, credendo in strade che si incrociano per destino e poi invece finiscono tempi e ne iniziano altri…morto…morto…morto e sto per morire altre due volte…della prima non ne parlo…non voglio…c’è troppa insicurezza ma la seconda invece…gruppo di Amici prima…quelli con la A maiuscola…quelli che seleziono strettamente da quando son morto risvegliandomi diffidente…bene, uno vuole andarsene…estero, carriera, opportunità…l’altra andrà a convivere probabilmente, mettendo il cartellino ‘Famiglia’ al petto o comunque allontanandosi da una città che odia e mi accorgo…son secondi… che sto rimanendo solo e sei preparato da tempo a tutto questo…ma al freddo della cosa non ti ci abitui…e adesso lo sento, il freddo…gli amici che spariscono nelle pieghe della coppia e della famiglia di proprietà in quattro mura e impegni, tempo che muore, genitori che invecchiano, Sorella che si fa grande con idee chiare in testa mentre io penso ancora ai viaggi on the road, alle partite di calcetto, le serate moleste, al tempo che ancora hai in abbondanza, sentirsi ancora un po’ ragazzino lontano dai problemi e responsabilità e i cassetti dei sogni belli aperti…no…forse non più, forse sono una barca in cantiere e stanno tirando giù sostegni…solo adesso…e lentamente scivolo nell’acqua per provare a galleggiare, per vedere se navigo, da solo…morire e risvegliarsi anche da questo…quante volte già…quante volte ancora.

 

269° giorno – Il giorno in cui pensai a noi e scrissi…

Sei la cosa migliore e giusta…ma anche la più sbagliata…e io sono maledetto, perché voglio commettere l’errore, anche se a volte fa male e altre malissimo il solo pensiero…anche se il sole sorgerebbe lo stesso se dimenticassi tutto e voltassi le spalle…le macchine intaserebbero le strade di scie bianche e rosse come ogni notte, la gente mi ignorerebbe comunque passandomi a fianco…uomini che continuerebbero a morire e bambini nascere. Ma amo sbagliare, sentire le fitte allo stomaco e i brividi e credere che posso…e devo…anche se per il mondo e l’universo pieno di galassie e pianeti e forze oscure sarà meno importante di un granello di polvere che vaga nel vuoto…non mi interessa…per me sarà tutto.

265° giorno – I pezzi troppo lunghi non li legge nessuno

Ho dimenticato gli occhiali a casa, solo davanti allo schermo del PC di ritorno dalla pausa mi accorgo che manca qualcosa…che manca qualcosa in più delle solite mancanze…mentre per un attimo mi riapproprio della mia vita che da quanto sto pensando non ricordo nemmeno di aver camminato, non ricordo che canzone avevo nelle orecchie…non ricordo su che cosa ho lavorato tutta la mattina… sovrappensiero…come in un’infinita serie di calcoli di un problema quasi impossibile da risolvere. E’ da una vita che sono sovrappensiero. Da una vita.

La giacca è bagnata sulle spalle, l’occasione giusta per parlare della neve sulle strade e della pioggia che scende dagli alberi, che il bianco diventa goccia trasparente e il pino marittimo si diverte per almeno dieci metri a lavarmi con disprezzo mentre nel cielo è pace ed equilibrio ghiacciato. Me ne accorgo solo quando la butto sul mio tavolo-scrivania e la vedo bicolore, quando la tolgo per mostrarmi nel mio solito completo tristezza-lavoro…mi fa sembrare più vecchio e triste e sono cosi sovrappensiero che di sicuro me lo dirà pure Chiara che sembro vecchio e triste.

“Non sono triste…non sono vecchio…sto pensando…”

“E a cosa pensi…”

“A cose…perlopiù confuse…riflessioni su certe persone e certe questioni che questa mattina ho fatto un discorso con un’amica e poi si è evoluto e mi è rimasto in testa in tante forme e colori diversi”

“Dovresti sorridere di più…”

“Non sono triste ho detto…”

“…e trovarti una ragazza..ti servirebbe una ragazza…”

“Si…e a volte mi servirebbe anche un carroattrezzi ma mi arrangio con il cric”

“Vedi? Proprio di questo parlo”

” Se ben ti ricordi…” dico al ‘Me Stesso’ “…c’eravamo dati dei compiti precisi e obiettivi da rispettare…abbiamo preso a martellate la nostra anima di legno per trasformarla in volontà di ferro…anzi…più del ferro che quella non si deve piegare o rompere per nessun motivo…quindi non abbiamo bisogno di niente e di nessuno”

“Menti a te stesso…quindi mi stai mentendo”

“No…sono abbastanza forte…forte il giusto”

“Giusto per cosa?”

“Punti a farmi ripetere mille volte le stesse cose…basta…”

Il trucco…il trucco…com’era il trucco…c’è da interrompere il flusso di pensieri a catena che manda in eccitazione il cervello che così si autoalimenta tirando fuori sempre lo stesso pensiero…dannato ‘Me Stesso’ stavolta ti frego…il trucco…il trucco…il trucco…concentrarsi su un oggetto neutro e tagliare il cordone ombelicale alla mente…le cuffie…le cuffie…le cuffie sono gialle…da lavoro…quando le metto mi stringono troppo la testa ecco perché sono passato ai tappi, quelli arancioni…mi piace appallottolarli…cosi morbidi all’inizio e duri quando li comprimi e mi ricordano il Didò, la pasta modellabile che pare si possa anche mangiare…cioè, si che si può ovvio…ma mi ricordo che quando me lo dissero rimasi quasi stupito stile “Ma no dai che cagata” ma poi se ci pensi quella roba la usano i bambini…vuoi che non la possano mangiare che quelli mettono in bocca di tutto? Io da piccolo finii in ospedale…in bocca nulla ma mi rimase nel naso la testa di un omino lego e ci infilai il dito per tentare di tirarlo fuori e quello che andava sempre più in fondo finché poi non sono andato da mia madre…che idee del cazzo che si hanno da bambini…io poi ero strano, pure sonnambulo…sempre avuto disturbi del sonno…una volta pisciai addosso a mia cugina grande mentre parlavo di autoscontri completamente immerso nel mio universo REM…stare sveglio nella notte era quasi un obbligo, sempre stato cosi, colpa del cervello che gira in moto perpetuo, dovrebbero studiarlo come fenomeno fisico…ci scoprirebbero cose interessanti per la cosmologia astrofisica nucleare particellare medica…lo sezionerebbero come quello di Einstein che l’hanno tenuto trent’anni dentro un cazzo di barattolo per poi affettarlo…scopri che lo spazio non è vuoto ma si piega come lenzuola sopra le curve di una modella e finisci con il cervello in un barattolo, una vita straordinaria dentro un barattolo…la vita è strana e a volte una merda…che tu sia artista o fanullone quella è bella o una merda e finisce in un barattolo, merda in barattolo, vita di artista, merda d’artista in barattolo come Manzoni, l’altro…che era artista e non quello scrittore e che aveva casa a Venezia…”adoro Venezia!” mi dice Indiana Jones in un pezzo di pensiero che compare qua, di fianco alla mia sedia monca da lavoro e “pure io” gli rispondo…”ci volevo tornare…me lo dico sempre…a volte vorrei andarci d’inverno…a volte la sogno con il sole…da solo…a volte in compagnia…sento che mi può fare bene Venezia…sento che è la medicina per qualcosa di cui soffro ma che ancora non capisco e tu…tu mi capisci?” …ma quello è già sparito, spariscono tutti prima o poi e non sai mai come comportarti…se prendere il braccio alla gente e non mollare la presa, obbligarli a restare o andare avanti per la propria strada e aspettare che siano loro ad afferrarti…”Ma tu guarda…’Me Stesso’…alla fine ci sei riuscito stronzo di uno a farmi tornare al punto di partenza…al pensiero fisso di tutta una mattina e a farmi sembrare vecchio e triste e sovrappensiero ancora una volta…a farmi scrivere inutilmente un altro giorno portando avanti questa striscia di pezzi…discorsi…pensieri su carta o come vuoi chiamarli…non importa…quando ieri forse…davanti a quella pizza…se il tuo amico avesse insistito avresti scritto ‘Ho smesso. Punto’ ieri notte…giorno duecentosessantaquattro di diario e sarebbe finita subito…come vorresti davvero…mollando il peso senza più coltivare in segreto il desiderio che chi ti legge un giorno diventi gruppo e poi folla e poi moltitudine e cosi ti sentirai forte davvero anzi…forte il giusto…adorato il giusto…benvoluto il giusto…con le giuste sicurezze economicosentimentalistabilitàemotive per trattenere il braccio di chiunque tu voglia con i mezzi che la tua mente e il tuo fisico e la tua volontà non hanno e mai avranno ma sappilo…sbagli…stai sbagliando tutto…non sembri il più bravo ma solo vecchio e triste e sovrappensiero e speri speri e fai calcoli e pianifichi e ti metti in gioco fingendo sicurezza e credendo di farcela…ma perdi di vista i fatti…riempi fogli bianchi di scritte nere allungando all’inverosimile il tuo pensiero per pagine e pagine per raggiungere pubblico e poi altro pubblico…quando la realtà che nemmeno provi ad osservare e capire e fare tua è che spesso quello che scrivi e quello che pensi e che spalmi in pezzi troppo lunghi…come questo…non li legge nessuno”

263° giorno – La compagna di allenamento

Io mi alleno tra due piazze collegate con scale, sbarre e pezzi di strada, anche se erano due mesi o forse più…anzi ‘più’ che non ci ritornavo…soliti conti in sospeso con virus, ginocchia, dolori muscolari e il fatto che io mi dimentichi sempre di fare stretching quando serve, quindi sempre.

Non mi conosce nessuno…ma mi salutano tutti…beh si…tranne quella bellissima ragazza baciata dal sole del condominio sotto i portici in realtà…lei ancora non mi saluta ma gli altri, tutte le famiglie, quando escono e mi incrociano sorridono o un cenno di riconoscimento, mi dicono due parole tipo “sempre ad allenarti eh?” e io “eh si…grazie salve”…fa piacere ecco.

Quest’estate, esco dal lavoro e ancora il sole splende e nell’aria ci sono i gradi di adesso ma moltiplicati per dieci. Verso le sei, ogni giorno, sbuca fuori questa vecchietta che ha una particolare adorazione per me…mi chiama dalla finestra e io mollo l’allenamento ogni volta per stare lì a fare due chiacchiere anche se significa fare lo strillone delle notizie serali visto che è sorda e non sente un cazzo di niente. I discorsi sono sempre i soliti…operazione al bacino da fare…cosi gli dice il dottore ma lei non se la sente che non si sa come va e io che le dico che dovrebbe farla che camminare bene è una cosa importante visto che le piace andare in giro dai nipoti nonostante gli ottantatre anni e lei che parla in dialetto lombardo e capisco solo due parole su venti ma faccio comunque ‘si’ con la testa e mi ripete stavolta in italiano che alla sua età è dura cambiare e che la vita è cosi che c’è chi resta e chi va come suo marito e come andrà andrà e poi chiede di me del lavoro e di mia madre…non so perché mi chiede sempre di mia madre.

Fatto sta che un giorno, vado ad allenarmi ma sono incazzato, piove pure e io sto li con cappuccio e rabbia e mani che si stringono, volume che perfora i timpani, salti che distruggono le ginocchia e manco mi importa perché voglio che il male si senta più della rabbia e che i denti si stringano per la fatica e non per i pensieri e sto li, sotto il portico, a sudare come un maiale e a sfogarmi e vedo la tapparella che si alza e la vecchina che si affaccia alla finestra…la noto con la coda dell’occhio e mi chiama, fa gesti…mi saluta.

Io però la ignoro, ho il cappuccio e faccio finta di non vedere, mi giro, inizio a correre tra piazze e scale sfuggendole alla vista stando sotto piante e archi e infilandomi per il resto della serata nell’altra piazza, quella grande, quella in cui non mi caga nessuno.

Poi torno a casa…e i giorni dopo ultimi impegni, lavori da finire, serate finali, parto, Sardegna per un mese e più, al ritorno subito malato e subito altri impegni e mi faccio male, mi alleno a casa, mi alleno con altre persone in altri posti, poi non mi alleno e basta per due mesi, ricomincio, autunno e influenze, altri dolori ed eccoci qui, che riprendo sperando in un po’ di tregua…e sono già tre giorni che passo nella piazzetta e vedo la tapparella giù e le luci spente e ci penso…sapete a cosa…che forse è morta, che a quell’età pure malconci può succedere che come dice lei c’è chi va e c’è chi resta e mi dispiace perché ripenso a quel giorno che non dovevo ignorarla ma fermarmi e parlarle, che la rabbia se vuoi con la testa la controlli e non lasci che sia lei a controllare te, che il rispetto per gli altri e le gentilezze fanno parte di te e non si dimenticano per una giornata storta.

E adesso sono qui, che faccio un po’ di esercizi e c’è freddo e il vento e la pioggia e la mente sgombra e controllata, il volume a 24 e la felpa di superman quasi zuppa quando quella luce si accende e la tapparella si alza. Sbuca la testa della vecchina ma non guarda me…solo fuori, nemmeno mi ha notato dietro gli alberi tutto incappucciato…sta li e guarda la piazza, il vento la pioggia e il buio con i suoi pensieri e io mi dico che potrei pure starmene qua dietro a farmi i cazzi miei ma poi vado verso il centro della piazza, dove può vedermi anche se so già che mi parlerà del bacino e del dottore e dei nipoti e del marito e delle scelte e mi chiederà di mia madre, come ogni volta ma si…che importa, mi tolgo il cappuccio, faccio quattro passi verso il centro e alzo un po’ la voce.

“Salve come va?”

261° giorno – Nebbia di un giorno in cui nasco di nuovo

Di solito non penso e non scrivo la mattina…i pensieri e i sogni della notte sono ancora mischiati e confusi e i vari sistemi di controllo fanno partire tutti quei piccoli programmini che si chiamano ansie, paure e sogni nel cassetto…ma ‘di solito’ appunto…è che oggi sono uscito senza gli auricolari che hanno il compito di distrarmi dal riavvio del ‘Me Stesso’ mentre gli occhi si concentrano sui piedi e la strada umida che sta sotto nei 400 metri che mi separano dalla mia sedia monca e i colleghi e il lavoro di un nuovo giorno.

Guardavo Masterchef ieri, c’era un concorrente anziano che si giustificava di un piatto non al massimo e prestazioni non all’altezza “Oggi sono nato strano” dice…era più o meno una frase del genere.

“Tu nasci ogni giorno?” gli chiede Joe

“Si…io nasco ogni giorno” risponde fiero il vecchio.

Io trovo che sia una frase di una bellezza straordinaria…magari frutto di un errore che forse ha sbagliato a parlare per poi stare al gioco non so, nemmeno importa…è una frase o meglio, un concetto bellissimo…davvero più adatto ad un vecchio forse, con ancora tanta passione ma relativamente pochi giorni davanti…rinascere ogni giorno, sapere che oggi può essere il giorno giusto o quello più sbagliato della tua vita.
Ho passato tanti anni di gioventù a non combinare relativamente nulla, una specie di bella addormentata ma brutta e con la barba…se sommassi i giorni unici di cui ho ricordi vividi di vita vissuta seriamente negli ultimi anni ne risulterebbe una sommatoria proprio bassa e alle tre cifre di certo non ci arrivo…quando le ore sono uguali l’una con l’altra, fossero anche milioni è come moltiplicare per zero, non son servite a nulla ed è il rimpianto che mi affligge di più perché ero…sono…stupido e non pensavo…penso…al tempo che non torna più indietro ed è da li che si genera tutta la malinconia di cui ho serbatoi e cisterne cosi ricolme che ogni goccia nuova fa traboccare quella melassa densa dai toni sepia.

“Facciamo finta di credere a questa magia del nasco ogni giorno” mi dico, mentre la nebbia consuma le luci e le case e le macchine parcheggiate e ci sono solo io che cammino in un paese morto…”mi sveglio…a colazione mangio anche un pezzo di cioccolato alle nocciole…il cioccolato mette allegria…non dovrei farlo ma potrei smaltirlo a lavoro…potrei fare venti volte le scale come obiettivo…non l’ho mai fatto…a pranzo cucino qualcosa di veloce invece di arrangiarmi come al solito…ho la casa piena di libri di cucina e non ho mai combinato nulla…e poi a lavoro ci torno facendo un’altra strada…potrei sbirciare dentro quella nuova ditta che han costruito affianco ai nostri vicini e acerrimi nemici…manco so cosa fanno…poi vabbé…Il lavoro è il lavoro…non si scappa…ma il pomeriggio dura poco e scivola via…pensavo di tornare a casa e riposarmi un po’ e allenarmi per poi farmi una doccia e guardarmi un film…ma potrei tirare fuori subito il sacco da boxe finché c’è ancora un filo di luce e allenarmi senza perdere un’ora sopra un letto…mangiare qualcosina…chiamare un amico e proporgli di andare al Twiggy che oggi c’è una specie di cover band del Boss…si beve qualcosa…si fanno due chiacchiere…si torna a casa a riposare e domani si rinasce di nuovo…forse la nebbia se ne sarà andata o forse rimarrà sulle strade come oggi…potrei fare foto…chiedere in prestito l’ennesima volta il cavalletto da Mirko…prendere un treno e andare a scattare a Como…chiamare Antonio che non lo sento da un po’…andare dalla mia barista Polacca…iniziare ad imparare un’altra lingua che ho la fissa del russo da un po’ di tempo…la sera fare un salto al corso di fotografia di Marco…buttarci dentro due parole finché le luci del locale non si spengono…riabbracciare il cuscino…lenzuola come placenta…chiudere gli occhi e aspettare una nuova rinascita e un nuovo giorno…”

Sapete che c’è…di solito son giochetti e discorsi che tutti noi ci facciamo spesso, in testa suonano come Mozart. Un mio amico una volta mi disse “oggi ho fatto una riunione con me stesso” e lui quando di solito partecipe a questi discorsi tra sé e sé prende sempre grosse decisioni, finali, risolutive, dolorose. La mia voce invece parla in continuazione ed è un po’ come essere sposati, non mi do molto ascolto…mi sono deluso cosi tante volte…sono andato contro le mie imposizioni pure vergognandomi, che non mi prendo più nemmeno sul serio…è come quando a trent’anni tua madre ti sgrida, entra da una parte ed esce dall’altra, nemmeno l’hai ascoltata alla fine anche se ti ferisce comunque il fatto che ce l’abbia con te. Però, forse per me ancora non esistono ferite abbastanza dolorose da farmi capire quando cambiare passo serve per forza, quando il crederci a parole non basta più…nonostante il mio impegno nel vivere davvero il più che posso, e vi giuro che ci sto davvero provando, sono ancora ben lontano dal rinascere…sembra che la pigrizia e quei barili di malinconia, quel corpo imperfetto e insicuro remino contro tutto il bene che posso farmi nel credere nei concetti, nelle belle frasi e nelle idee, nelle riunioni con me stesso e le parole urlate negli specchi.

E’ molto stupido questo guscio esterno malandato, questa macchina in manutenzione perenne e la volontà è pure una gran una troia lasciatemelo dire…ti prende e ti lascia in continuazione…e poi, l’ho sempre saputo che quello più intelligente dei due ‘me’ sta dentro il cranio e la convivenza è difficile quando credi che abbia quasi sempre ragione anche se il dubbio, prima di addormentarmi, rimane sempre…parla tanto quello lì, forse troppo…non mi lascia in pace un attimo.

E se fosse lui il problema?