137° giorno – L’abito del monaco

Mentre confeziono nella noia degli ultimi minuti di lavoro un cuore fatto in filo di stagno, mi ritrovo a pensare a come io appaia alla gente, quando mi incontra. Di certo non sembro uno che confeziona cuori di stagno abitualmente, questo è sicuro.

Quando ieri camminavo tra la gente del corso, provavo ad immaginare di incontrarmi per caso sulla strada per vedere un po’ che impressione faccio, cosi, dall’esterno, a me stesso.

Ha senso?

Indosso una maglietta che mi sta diventando piccola, perchè da quando la spalla sinistra collabora un di più riesco ad allenarmi ogni giorno e questo mi fa sembrare ancora più grosso. Ci sto dentro a stento. Da fuori, un sacco di gente potrebbe pensare che occupo due-tre giorni alla settimana in palestra a pomparmi, per questioni di apparenza, per sembrare grosso e cattivo e far paura alla gente e provarci con le tipe sui tappeti da corsa. Potrei sembrare un tipaccio, uno psicopatico, “non ti conoscessi non ti vorrei mai incontrare da solo in un vicolo” mi dice un amico. Ma loro non sanno che ogni giorno, anche se stanco dal lavoro, mi ritrovo in una piazza, con la gente che prende l’aperitivo e che mi guarda come fossi uno scemo, a sudare e a resistere alla fatica e alle gambe che bruciano, alle braccia insensibili, appeso a sbarre, a muretti, a correre, saltare, ruotare le articolazioni anche quando piove, quando c’è freddo e la neve per terra, quando esco dalla ditta e il sole è sparito da due ore e tutto questo solo per amore del movimento.

Mi incrocio mentalmente sul pavè della piazza e penso che mi vedano serio, che non sorrido mentre cammino dritto e tutto questo riflette la prima impressione. Per loro è un “stanne alla larga” istintivo, ho la faccia di uno da non far salire in macchina se mi trovano a bordo strada che faccio autostop. Uno che non scherza perchè non ama scherzare, inutile farmi battute, sono un duro, cuore di pietra, anche se ne confeziono di stagno. Ma loro non lo sanno, la realtà è che non sanno che non sorrido solo perchè la mia faccia non mi piace cosi tanto quando mi viene da ridere. Non sanno che penso sia cosi anche per gli altri. Magari sbaglio, ma io mi vedo strano, mi sento strano, quasi un po’ forzato quando sorrido. Se mi dicono “ridi che facciamo una foto” ne esce un mezzo ghigno. Poi, bastano due minuti e mi metto a diffondere gioia per ogni stupidaggine mentre ne sparo una ventina pure io. Mi serve qualche minuto per carburare quella parte del cervello.

Mi osservo guardondomi dritto negli occhi e anch’io mi osservo, guardandomi negli occhi mentre mi passo a fianco. Ho lo sguardo tagliente.

Ha senso?

Capisco quando dicono che tiro occhiatacce, credo che da fuori sembra che io odi la gente, che sia costretto ad attraversare fiumane di persone per me insignificanti e che guardo con disprezzo. In realtà osservo tutto, fin nei minimi dettagli ed è perchè scatto mentalmente, come se avessi la mia Fuji sempre in mano. Ogni scena di vita per me è inquadratura, ogni dettaglio insignificante può nascondere del bello, e tutti quei dettagli e i gesti minimi, diventano anche le storie che leggete qua sopra. Non disprezzo, amo.

Se tiro le fila del discorso, ne viene fuori che io sembri davvero una brutta persona da fuori, da sobborgo di Caracas, che nasconde il ferro e fa affari loschi, picchia i bambini, maltratta le donne, pensa solo a se stesso, psicopatico.

La realtà è che faccio il designer, il fotografo street, lo scrittore, ogni giorno. Amo Bukowski e Murakami, mi commuovo con i film, non riesco nemmeno a schiacciare gli insetti che trovo in casa, devo riportarli fuori. Amo fare regali agli altri, ho bisogno degli altri. Adoro il mare, il rumore del fuoco, la luce che rimbalza sugli oggetti, ridere.

Ho sentito un sacco di giudizi riportati, sentendo voci, su di me. “Sembra uno stronzo” “egoista” “egocentrico”. Tutto da gente che mi ha visto una sola volta.Credo di essere abbastanza disastroso alla prima impressione.

Purtroppo la gente è davvero stupida mi dico. Però poi, penso a me stesso e a quante volte anch’io finisca per fare la stessa cosa.

Vorrei davvero provarci d’ora in avanti a non mettere mai più una persona in uno schedario dopo i primi quattro minuti.

Che alla fine anch’io quando sono ‘la gente’ sono stupido.

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135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

116° giorno – “Outside”

Non ricordo che nome abbia l’indice del piede. Mi sembrava di saperlo, me lo ha detto qualcuno, da qualche parte. Ce l’ho sotto l’occhio, testa bassa mentre tengo una mano appoggiata sulle piastrelle bianche, acqua scrosciante sul cervello e pensieri. La doccia sulla testa mi piace anche se mi sento strano. Anzi no, mi sento incazzato.

Navigo in una specie di periodo oscuro che a volte vedo meno nero, a volte di più. Un po’come la mia mano sulle piastrelle bianche.

“Oggi è molto abbronzata”

Mi chiamo Emanuele, ho quasi trent’anni e sono incazzato e molto abbronzato. Devo ancora perdere qualche chilo ma sono muscoloso, sono pelato, ho la barba, sembro un tipaccio, sono solo, non so comportarmi, mi lamento, non so come si chiama il dito indice del piede, mi sfogo su quelli che mi vogliono bene, non uso profumi, sono complicato, non so fare un granché.

“Ti vedo da fuori, sbagli” mi dice un mio caro amico al telefono. Mi ha chiamato perché oggi mi ha chiesto quanto nero era il nero e io gliel’ho spiegato.

“Nero nero, anche sui bordi”

Di solito sui bordi c’era l’alone.

Mi dice che io sbaglio, non è che sono sbagliato, sbaglio, Emanuele, trent’anni, incazzato e sbaglio, non sono sbagliato.

“Devi cambiare, cambiare come ti approcci al mondo perché fidati, da dentro è diverso è da fuori che si vede e io lo vedo. Te la ricordi quella volta? ”

Me la ricordavo quella volta. Da dentro era diverso.

Mi fa arrabbiare. Ancora.

Prima della doccia, ero vicino a delle sbarre in un parco e tutto mi faceva male, non potevo continuare. Schiena, spalla, braccio, ginocchio, cuore. Ho iniziato a prendere a pugni i sostegni di legno delle sbarre, ‘tum-tum’

“…è da fuori che si vede…”

‘TUM-TUM’

Mi sono un po’ rovinato le nocche sul legno, tirando quei pugni. Ora, oltre ad essere Emanuele, trent’anni, incazzato, ho anche le nocche che fanno male. Quando torno e mi lavo, sapone liquido bianco docciaschiuma, mano abbronzata nera sulle piastrelle e le nocche bianche, mi brucia tutto.

“…e si vede da fuori…”

Magari è dagli occhi o dalla bocca, o dalle nocche sbucciate che si vede come sono, chi sono io…Emanuele…trent’anni… nocche sbucciate…molto abbronzato. Incazzato anche quando mi asciugo, con ancora qualche chilo di troppo, abbronzati anche quelli. Incazzato alle poste.Incazzato quando stritolo biscotti frollini dentro la tazza di latte. Incazzato mentre ordino una pizza. Incazzato quando scrivo i pezzi. Incazzato quando non faccio nulla, e sono sdraiato e non penso e non dovrei esserlo, incazzato.

Ora che mi asciugo, molto abbronzato, di fronte al mio specchio, con la ciccia, i muscoli, la pelata e la barba e gli occhi arrabbiati che mi guardano da dentro me lo chiedo, che aspetto abbia da fuori, chi sono io da fuori, cosa faccio io da fuori.

Che è da fuori che si vede…

112° giorno – Decimali

Un unico pensiero fino a quando riuscirò a prendere sonno, questa notte. Ne sono terribilmente certo.

Le ossessioni sono durissime, sono zecche. Prosciugarsi lentamente mentre nella testa c’è il rumore di un martello all’opera, che parte ovattato in lontananza per poi diventare forte, persistente.

“Persistente…non ci penso”

Lo dico facendo un respiro profondo, cercando un equilibrio ma il risultato è che ci pensi più di prima. Provi a pensarci con tutto te stesso allora, facendo il contrario, aspettando che il cervello si stanchi ma tutta quella energia diventa una stretta alla pancia implacabile. Come bere fuoco.

Forse c’è solo da fuggire e ritrovarsi troppo lontano per agire, sbagliare, aggiungere caos. Fare disastri. Perdere tutto. La via del codardo, che ho preso mille volte dopo le altre mille che ci ho provato, fallito, ricominciato, riprovato, fallito di nuovo e di nuovo, ancora e ancora.

Non so esattamente come succedano le cose, li, dentro la testa, poi nella gola e nello stomaco, nella pancia e in quei puntini sulla pelle quando senti un brivido. È possibile che tutto quel casino sia una specie di vento vorticoso che ti mischia l’alfabeto e il pensiero A diventa B e ti svegli che è cambiato tutto e nemmeno sai quando, perché, come. Magari in un sogno, dopo un’idea, con una stretta di mano o durante una telefonata, non lo sai. Butto via tempo in un impegno costante all’insegna di creare categorie, selezione precisa di cose da fare e non fare, cosa pensare e non pensare, schedario di persone e come comportarsi con loro ma si tratta solo di mucchietti di foglie separate, come nel prato davanti casa, autunno, rastrello in mano, nuvole nere all’orizzonte e brontolio sommesso del cielo. Basta un piccolo tempestoso vento di dubbio e incertezza per spazzare tutto, mischiare le carte in tavola. Pragmatismo, logica sono fatti per scontrarsi con istinto e sentimento e io sono animale. Cazzo, lo so già chi vince.

L’ho sempre saputo che i miei mucchietti sono solo castelli di carta. Non ci riesco a ragionare, risolvere equazioni, distinguere tra giusto e sbagliato, riuscire ad avere risultati esatti, senza virgole.

Quando esco tra di voi, tra la gente e ci vediamo, faccia a faccia, mi chiedo se lo noti  che tutto sta cambiando e che io sto cambiando, ancora una volta.

Il destino di una vita fatta di virgole e decimali.

110° giorno – La Flaca

Quando entro in questa piccola città nella città, fatta di blocchi grigi, sei la prima che saluto. Sei sempre stata la prima.

“La Flaca” di Jarabe De Palo suona in continuazione nell’agosto di un ragazzino un po’ troppo paffuto. Nel video c’è questa bellissima barista cubana che fa impazzire tutti e anche me, che faccio colazione guardando MTV.

Le assomigli.

Ti vedo a messa, la prima domenica. Sei abbronzata, capelli corti, vestito rosso a pois bianchi, seduta sul fondo a sinistra mentre io sono nascosto dietro la colonna a destra, per farmi i cavoli miei come al solito. Quando ti vedo capisco di essere innamorato.

Un paio di giorni dopo, era sera, ti conosco, con il resto della compagnia. Scherzo e tu scherzi, parte una sfida di corsa, il tuo sport e i giorni dopo a parlare, le mattine ad aspettare che la tua macchina arrivasse in paese. Ogni sera, vorrei ma non ti riaccompagno a casa, lo fa qualcun altro, un amico. Io non so cosa fare.

Mi fa male da morire. Anche se ci vediamo e scherziamo assieme nei giorni dopo, mi fa male da morire.

La mia estate è finita. C’è una grande “H” di fronte a me, sulla nave. Sapete, dove scendono gli elicotteri.
Sto li un paio di ore buone, mentre la costa si allontana e io mi sento triste come non mai, con il groppo in gola. Ma mi dico che c’è pur sempre l’anno dopo.

Anno dopo anno invece, rimango in silenzio,  aspettando chissà che cosa. Passa una vita e tutto cambia, ti rivedo ma non riesco a dirti nulla. Non posso.

A volte si dice “mi sembra ieri”.

No, non è così, mi sembra una vita parallela, di mille anni fa. Anche se ricordo tutto. Ricordo anche quando faceva male.

Fa male anche adesso che ti sono davanti.

Fa malissimo.

80° giorno – Non si esce vivi dagli anni ’80

Ho in mano una penna blu con scritto “superqualcosa”. Tamburello con il tappo mentre attendo che l’uomo che mi ha dato appuntamento si ri-materializzi. “Ri-” perchè mi ha ricevuto, mollato li con un lavoretto che dovevamo sbrigare assieme e ora lo attendo, per dirgli che ho finito, per congedarmi, per tornarmene a casa.

Giornata di sbalzi, tra temperatura Sahara dell’esterno e aria microartificiale nano-condizionata, di quella che sa di plastica, di quel freddo da bottiglietta spray che si sente che non è roba di madre natura. La trovo in macchina prima nel viaggio d’andata, poi in quell’ufficio dal pavimento simil-pietra di plastica, vetrate giusto appoggiate e fili pendenti tutti intorno, un cantiere più che una ditta. La trovo poi in stazione e in treno e di nuovo in macchina, ancora.

La odio.

Mi annebbia il cervello, mi toglie energie, mi fa pizzicare il naso e non voglio che mi rovini la giornata, che oggi è il giorno di diario numero ottanta, che io non l’avrei mai detto che ci sarei arrivato. Numero che ricorre diverse volte oggi e vi giuro che non lo dico mica apposta. Come Michela che mi dice di non auto-stressarmi che ho 30 anni mica 80, di stare più tranquillo insomma con la mia vita, la mia fretta innata o gli Afterhours che mi ricordano che non si esce vivi dagli anni ’80 anche se mi chiedo dove stia la novità visto che non si esce mai vivi da nessun decennio, che prima o poi muoiono tutti.

Pure io.

A meno che, come leggevo, quel pazzo russo che finisce per “owsky” o “olyev” non ricordo ma non è importante visto che sono tutti giovani, miliardari e fatti con lo stampino, non faccia davvero quella cosa di scaricare la coscienza sui floppy e farci rivivere come ologrammi dentro super-computer e cyborg anatomici, roba da uncanny valley.

Lo farei? Accidenti non lo so…sarebbe una scelta da veri perdenti quindi magari si….

Certo che vedere il futuro sarebbe figo eh, per quanto orrendo e distruttivo possa essere ma tanto da ologramma al massimo possono premere il bottone OFF ed evitare di sentire le mie cazzate del passato, il che sarebbe di sicuro meglio che morire di fame come succede ai giorni nostri che si sa, c’è la crisi.
Magari sarà un futuro alla anni ’80…war games, deserti postnucleari, città abbandonate, ratti assassini….

Prima…appena uscito dalla ditta, dopo l’appuntamento, sono andato ad esplorare quella sottospecie di villaggio iracheno che mi circondava….
Sono andato sul retro di un ristorante giappo-cinese, a proposito di ratti verrebbe da dire, a dare un occhiata ai vicoli nascosti di quel brutto paese, un assieme di muri sporchi, bidoni, biciclette, case diroccate, strade luride bersagliate dal sole cocente, asfalto grigio e a pezzi. Odore di carogna, fogna e qualsiasi altra parola brutta che finisce in “ogna”

Vi dirò…quei tizi degli anni ’80 avranno pur avuto un look pessimo ma ci avevano quasi azzeccato.

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79° giorno – Il treno

“Downbound train” del Boss nelle orecchie mi parla di amore, treni e vita. Esco mezz’ora dopo da casa oggi, in ritardo per il lavoro e quasi mi sembra di aver fregato il Truman Show perché in giro non ci sono le comparse della mia vita ne rumori in lontananza. Silenzio, caldo ed io che cammino. Il boss mi racconta che tornando a casa, dopo una corsa disperata, non ha più trovato la sua donna, con in lontananza il fischio di un treno in partenza. Lei è dentro quel treno, ne è sicuro. Lo ha lasciato.

Mi manca la stazione… prendere il treno dal mio paese. La verità è che sono malinconico…e mi mancano un sacco di cose, non solo due rotaie. Da piccolo, non ho mai chiesto di crescere o diventare grande, andava bene così. Troppo sognatore per realizzare che certi desideri non si realizzano, che c’è sempre un limite. Un bambino invece, può credere in tutto, senza dover iniziare a costruire qualcosa o dimostrare di valere a qualcuno, scontrarsi con le persone, con le idee, con la stupidità umana. Un bambino può ambire ad ogni cosa senza sembrare stupido, senza attirare odio o scherno. Può essere astronauta, ingegnere, scienziato o calciatore…è bello essere bambini.

Adesso è tutto diverso.

Certo, va a giorni, a volte sei disilluso e cazzo, non basta un argano da porto a tirarti su. Altre, hai una ferma convinzione tatuata a fuoco sulla pelle e spaccheresti il mondo. Probabilmente la realtà del tuo essere sta nel mezzo…ancora ci credi ma cominci ad avere paura anche se non sai di cosa o almeno, non ne sei sicuro…

Del fallimento…

O paura di non provarci nemmeno. Accontentarsi e un giorno pentirsene.

Oppure paura di riuscirci e poi perdere tutto, come il Boss, proprio adesso, nelle mie cuffie.

Il suo amore non c’è più mi spiega, il fischio del treno è lontano e lui non può più rincorrerla, è finita.

Si butta in ginocchio e piange.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.