131° giorno – Credito terminato

Vodafone mi avvisa che ho finito il traffico Internet ma potrei pagarli però, per continuare a farmi i cazzi degli altri e messaggiare. Credo non lo farò, anche se è il 5 settembre e ciò significa altri 9 giorni senza internet sul cellulare.

Potrebbe essere anche un’esperienza interessante.

Quando penso al mio rapporto con questa tecnologia, lo considero un po’ troppo morboso. Ci sto attaccato troppo, litigo troppo, faccio stalking, importuno persone con questa scatoletta e anche se non voglio, me lo ritrovo in mano pure quando esco con altre persone e sto seduto ad un tavolo invece di chiaccherare e ridere.

Che poi, stasera ero li con due amici, e il credito era già a zero. Cellulare appoggiato li, senza ipotesi di attivazione e solo due cazzate e la mia acqua tonica, ghiaccio e limone e mi è venuto da pensare che con quel coso in mano mi sarei perso un sacco di battute.

Ci preoccupiamo di stare in contatto con mille persone alla volta e spesso non sappiamo godercene nemmeno due.

130° giorno – Mare aperto

2:27 di mattina e non ho nessuna idea, nessun concetto di cui parlare, sdraiato in una stanza non mia, densa di oggetti non  miei e scatole non mie mentre fisso un soffitto bianco non mio. Odore di petrolio dalla valigia che mi sta a fianco che rimane nel naso, luce soffusa, dietro la testa.

Di solito i miei spazi vuoti li riempo con pensieri e parole ma oggi nulla, forse è perché ho bevuto troppo. Latte, acqua e succo d’arancia e pure frappe di banana riempito eccessivamente, che strabordava dal tappo, innaffiandomi la mano che teneva il bicchiere e poi la maglietta, come un bambino piccolo. Ho bevuto al punto che sono gonfio e rotolante come un pallone, perché ne sentivo bisogno come un tossico in astinenza e ormai tutto il mio vuoto è liquido e io senza i miei spazi vuoti pieni di tempeste non so esprimermi.

O forse, è come dice Charles, per poter scrivere devi essere o molto triste e molto felice e al momento, sono in un moto ondoso che mi tiene a galla senza troppi patemi, che per me è strano, si, non stare a fondo.

Ovvio, non sto ancora su una barca a vela in vacanza, palle al sole e gnocche in bikini, al massimo su una zattera in compagnia di un pallone da volley con una faccia disegnata sopra.

Però il mare non è tempesta, la notte è leggera e tranquilla, pesci volanti a pelo d’acqua che saltano, acqua a 15 decibel, la leggera luce di un alba che si avvicina.

Ora ci sarebbe solo da avvistare terra.

129° giorno – 100 Hz

“Mi aiuti a togliere la tv dalla macchina, dopo il lavoro?” mi fa un amico
“Si” rispondo.

Esco da lavoro, 17:30, entro in macchina con lui e andiamo a casa sua.

Tutte le domande precedenti, del tipo “ma ha davvero bisogno di aiuto per una stupida televisione?” oppure “ma avrò capito male?” svaniscono dal cervello come macchie trattate con il Vanish. Si, era un messaggio sponsorizzato, comprate Vanish Oxi Action.

Svaniscono perchè quella che credevo fosse la testata del motore posteriore, appena entro nella sua ‘Saxo’, in realtà si rivela essere un tremendo ed enorme televisore Panasonic 36 pollici che occupa tutto il retro e assetta la macchina peggio di una enduro in impennata. E poi la ‘Saxo’ il motore ce l’ha davanti.

Arriviamo a casa del mio amico, che sta in affitto dal mio capo.
Ora, il mio capo è geniale, simpatico e bravo, ma è completamente pazzo e disorganizzato e questa sua casa rispecchia l’architettura della sua mente. Vedete, la televisione dobbiamo metterla al piano terra, dove c’è la camera da letto, solo che non c’è nessuna porta per entrarci. Infatti, bisogna andare al primo piano, dove c’è la cucina, aprire una porta, scendere delle scale a chiocciola mezze metallo e mezze plastica rubate sicuramente ad un ospedale croato ed infine accedere alla camera.

Una cazzata, se dovessimo spostare un moderno LCD, ma questo, è un CRT ricavato da un panzer della seconda guerra mondiale. Appena lo afferriamo dall’unico appiglio plausibile e lo tiriamo su dal portabagagli, le vene negli occhi tipo esplodono, la schiena urla pietà, gli avambracci si tirano a fionda e capisco subito perchè il mio amico voleva una mano.

E’ un fottuto macigno, e si che sono allenato.

Lo rimettiamo giù con terrore. Per arrivare al bordo della finestra, che è ovviamente altissimo, dobbiamo portarlo oltre l’altezza delle spalle e lì diventa culturismo, senza contare che dobbiamo fare rotazioni kung fu per riuscire a metterci in posizione.

Tentiamo un paio di volte ma quel robo ha la stabilità di un monociclo bucato guidato da una castoro ubriaco e che si è appena lasciato con la moglie e per qualche istante, la TV sembra voglia tentare il suicidio fracassandosi per terra, ondeggiando pericolosamente.

Di nuovo giù.

Dopo cinque minuti decidiamo di appoggiarlo almeno sul bordo, utilizzando la tecnica “incliniamolo, appoggiamolo e tiriamolo su”, cosa che ci costa tre avambracci e sei ernie ma dopo un paio di tentativi ecco che quel suo culone grigio di plastica si appoggia sul marmo.

Fatto.

Ora, scappo al primo piano di corsa per poter scendere in camera, mentre il mio amico tiene in sospeso quella follia sul davanzale. Quando arrivo, capisco che non sarà una cazzata neanche il passaggio dopo.

Sposto il divano che c’è sotto e prendo il lato destro del televisore cercando di metterci più forza possibile per alzarlo oltre la struttura della finestra. Appena la TV si appoggia con il suo peso sopra quei 3 millimetri di alluminio ecco che si sentono lamenti e sfrigolii come se un fulmine avesse appena centrato una vecchia in sedia a rotelle.

“Questa cosa non s’ha da fare”

Prendo i cuscini del divano. Con sforzi enormi, riusciamo a sollevare quei 36 pollici di terrore sul davanzale, utilizzando leve svantaggiosissime in cinque millimetri di spazio e a infilare due cuscini sotto, riuscendo a tirarla in dentro, con la speranza che le finestre si riescano a chiudere ancora e che gli infissi non siano da rifare.

Ora, è il mio amico che corre su per scendere giù, che tutta sta storia pare un livello di Super Mario, sapete no, quando entra nei tubi verdi.

Con le ultime energie in corpo, portiamo dentro il mostro e lo sbattiamo in un angolo.

Stremati e con il fiatone ci sdraiamo sul divano, in silenzio, per qualche minuto. Poi, da una mensola, il mio amico prende il manuale d’istruzioni della TV e inizia a cercare.

“Cosa cerchi?”
“Il peso…eccolo…”
“Sarà almeno 60 chili…”
“Pesa 82 chili…”
“Cosa?”
“82 chili…”
“Cazzo pesa quanto me…ma c’è dentro un nano morto per caso? Non ha senso!”

Rimaniamo in silenzio ancora un po’

“Però è bello, consuma come una puttana ma è a 100 Hz” mi dice
“Il mio vecchio era a 60 Hz” gli rispondo

Certo che 40 Hz in più pesano un sacco.

 

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128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

127° giorno – Cinismo liquido

Chiedo ad una ragazza di uscire con me. L’avevo già fatto nel gennaio duemilatredici e come allora, non mi interessa un granché la risposta.

Ai tempi ero stato liquidato con un “non adesso, ho da studiare, ho esami” e altri blablabla. Mi chiedo se adesso la risposta sarà “non adesso, ho da lavorare, da allenarmi, da vedere quella serie tv che tanto mi piace” e altri blablabla che virtualmente occupano ventiquattrore piene di energia al giorno, al punto che gli altri o almeno “me” non sono contemplati.

In realtà non sono convinto perché tanto non c’è scintilla, e io seguo solo quelle o razzi segnalatori ed esplosioni. Non riesco mai ad aspettare una persona, conoscerla e valutare. Sempre amori intensi o non corrisposti, assoluti e al limite del patetico, tragici come un poema di Shakespeare perché se no non hanno senso, non sono abbastanza. Ecco perche piango in “Pearl Harbour” e “Forrest Gump”, rispecchiano il “finché morte non vi separi troppo presto”, una costante della mia vita. Infatti, dopo un po’, quasi vicino alla quadratura del cuore  le cose iniziano a bruciare, fiamma alta venti metri colore blu cobalto e quello che rimane è solo una pioggia di cenere così bianca che pare Natale.

“Mha…”

Mentre penso, svestendomi, rispondo a mia madre dicendole che si, andrò a messa questa mattina, che è domenica. Lei esce, io entro in vasca, dove penserò, scrivendo mentalmente bellissimi inizi di romanzi che rimarranno incompiuti, pensando a lei, a lei e me e infine a me e basta, con rimorsi, rimpianti e anni buttati da ricordare. Non ci vado a messa in realtà, a mia madre mento sempre da un po’ di tempo. Qualcuno mi da del debole per questo, che ho l’età di poter fare quello che voglio senza preoccuparmi degli altri, che se voglio posso tatuarmi come desidero, bestemmiare come desidero, scopare senza sentimento qualsiasi ammasso di carne che riesca ad intortare, fottere il prossimo, spillare soldi, lavorare meno e guadagnare di più facendo il furbo, incurante delle lacrime che sgorgano sulle guance di chi mi sta di fronte, dei loro pensieri, delle loro domande e delusioni, dei loro “dove ho sbagliato, che ne è stato, dove l’ho perso”.

Sembro costretto ad immergermi nel loro cinismo estremo, nell’egoismo, come se fossi abbandonato in una giungla e quello fosse l’unico frutto disponibile. Dovrei non fregarmene delle sofferenze degli altri, del dolore che posso procurare, in una specie di lotta tra highlander in cui ne rimarrà soltanto uno, perché gli altri di me non si curano, che non gliene importa un cazzo se ti feriscono a morte, come se fosse una giustificazione per fare altrimenti, spronato ad affrontare la vita con un’ascia dietro le spalle, tenuta nascosta.

Ma perché dovrei fregarmene?

Per un po’ci ho provato ad incarnare l’egoismo e il cinismo, pubblicizzato come il perfetto antidoto per il mondo che ci circonda. Ma mi sono accorto che non mi voglio bene abbastanza per essere così, a stento mi sopporto. Mi piacciono di più quelli che mi stanno attorno, soprattutto quando mi fanno sentire meno solo.

Perché dovrebbe essere meglio fregarmene, se sono tristi o pieni di problemi? Io li preferisco quando mi sorridono.

A volte penso che chi mi consiglia il cinismo, non sopporta avere a che fare con gente come me.

126° giorno – Spettro

La stazione, lunga duecento metri e alta quanto un hangar, è illuminata a ‘serata di Gran Galà’ per gli spettri che la abitano. Tra il ronzio delle scale mobili, i riflessi di vetrate a specchio che coprono congegni e schermi, arriva l’eco di un goffo mostro affamato. Affamato di umani. Proviene da quella tremenda oscurità nera che si vede lì in fondo, oltre gli archi e le luci ambra, i muri in mattoni bianchi.

Gli sono dentro ora, al mostro, con una suora a sinistra che “mi sembra di aver già visto” come ogni vecchia suora che vedo. Questa è carrozzata per il deserto, tessuto beige come una tenda eritrea, borsa in tinta, scarpe da trekking, pelle e tacco basso in gomma, pronta per una campagna evangelizzatrice contro Himmler. Di fronte a me, un uomo grasso sulla quarantina che piega e ripiega nervoso il suo biglietto con le mani piccole e tonde, tenute giunte vicino alla pancia con maglietta blu incollata sopra. Scritta ‘BLUEFIELDS PRO EDGE’ deformata, mentre le restanti sono come inghiottite dai rotoli di ciccia. Mentre mi fissa e io lo fisso, arriva una ragazza dalla porta posteriore, che cammina verso di me. Non è bellissima anche se ha gli angoli arrotondati al punto giusto e due occhi selvaggi che fisso con insistenza, distogliendoli dal grassone. Contraccambia lo sguardo finché non va oltre, ancheggiando pesantemente e calcando i passi con stivali pelle e frange, lasciandomi lì tra suora e ciccione innamorato di me, lasciandomi lì divertito con un paio di fantasie su di lei e sugli shorts che portava, lasciandomi li finché in uscita da quel bunker inabissato, mi ritrovo inondato dal sole con lingue di acciaio che scorrono sui fianchi.

Tra traversa di legno e traversa di legno, su quei binari, ci saranno circa quindici centimetri. Nei due lati corti delle traverse, un perno, diverse viti e bulloni.

Immaginate la noia di scavare, stendere quelle strisce di ferro, inserire, avvitare, bloccare, lubrificare ogni quindici centimetri per un metro, poi due metri e poi un decametro, quattro ettometri e mille chilometri. È così che muore un uomo, dopo anni. Muore e diventa uno spettro che mangia, caga, scopa, dorme ma senza sentire nulla, trascinandosi tra le esistenze degli altri spettri, raggruppandosi in piazze, cinema, centri commerciali, salotti bene, file ai bancomat o davanti a scaffali zeppi di roba inodore e insapore, finché non trovano il coraggio di volarsene via.

Prima eravamo in uno di quei posti da spettri, la vetrina di un distributore di soldi, debiti ed esistenze da prigionieri. Gustavamo mirtilli gonfi sorseggiando succo multivitaminico come se fosse l’equivalente di un Tavernello da tossico. Io allungato sull’asfalto, circondato da muri grigi e muri invisibili, lei seduta nell’angolo. La gente vestita bene passava e ci guardava con sdegno, la gente vestita male passava e ci guardava con sdegno. Sdegno per la mancanza di un tavolo su cui appoggiare mirtilli e succo, mancanza di sedie dove sedersi e non gradini in pietra. Sdegno per la mia mancanza di capelli e faccia tranquillizzante e la mancanza di italianità di lei, la presenza di tatuaggi. Sdegno per non occupare tempo in attività proficue invece di parlare per ore da amici, come se ci fosse un cartello “non bighellonare” affisso dietro le mie spalle, come canta Eddie in Crazy Mary.

“…Little country store with a sign tacked to the side. 
Said ‘NO L-O-I-T-E-R-I-N-G ALLOWED.’
Underneath that sign always congregated quite a crowd…”

Se ti siedi in basso sei meritevole di sdegno ecco il succo multivitaminico della vita.

“Che potere vorresti avere?” mi chiede. “Io un’altra me, per fare un sacco di cose, ancora e ancora, sperimentare su me stessa ma da fuori…” continua.

“Io un corpo astrale…” rispondo. “…uscire dal mio corpo e volare, entrare nelle case e nelle vite degli altri, osservare la normalità, la stranezza e quando accendono le luci la sera o si accorgono che l’acqua nella pentola sta bollendo, rimanendo invisibile e senza corpo”

Entrare in quei muri, oltre i cartelli ‘Zurich’ , dentro quelle bare per spettri.

C’è una ragazza sulla mia destra, un poco più in là, vicino ad un portone. La osservo mentre spolpo un mirtillo aspro nel mio micromondo molto basso. Ha la schiena bianca e nuda, braccia e gambe scheletriche, un vestito nero indossato maldestramente, con la testa dalla faccia gonfia e senza denti piegata di lato per tenere incastrato il cellulare sulla spalla, tenendo in equilibrio una bicicletta con una mano. Il cellulare cade e così la bici. Si china fino a terra con le gambe piegate quasi in modo innaturale per l’estrema lunghezza.

“È un ragno…sembra un ragno”

Rimane chinata per interi minuti per poi rialzarsi e far cadere di nuovo tutto e ora anche il contenuto della borsa è sparso per terra ed eccola di nuovo schiacciata sull’asfalto, come un feto, attorniata da quello che ha, mentre la gente passa con le loro borse, macchine, pensieri, biciclette e con il loro sdegno.

“Dovremmo aiutarla”
“Ho paura che possa urlare, strillarci addosso”
“Anch’io”

Rimango li, seduto in basso. Ogni tanto la osservo e bevo un goccio di succo di multi – vita -minico. Osservatore, invisibile, impalpabile, senza corpo. Corpo astrale.

Rimango li e non faccio nulla.

125° giorno – Agente segreto

“Bin Laden è un’invenzione della CIA americana” dice un tizio dall’aria sospetta e poco alla moda, mentre mi passa affianco, parlando con degli amici. “Accidenti” mi chiedo, quale oscuro segreto potrà mai custodire quest’uomo per dire una roba del genere? Cosa sa che il mondo ignora? E poi, esistono CIA da altre parti, non americane? Altra verità scomoda?

C’è il consorzio italiano agricoltori o roba simile se non ricordo male, che se sei il figlio di qualcuno di loro fai la vita dura a scuola.

“Mio padre lavora per la CIA”
“Bugiardo!” e giù botte. Ma è vero, gestisce la produzione di broccoli.

Agente segreto per la CIA, come nei film. Bello.

Poi però, penso che ci sarà per forza un portiere nell’edificio della CIA, o una alla reception o l’addetto agli ascensori. Anche quelli lavorano alla CIA. Gente che fa fotocopie, che prepara cibo in mensa, che pulisce gli uffici. Gente della CIA. Che si mette grembiuli, divise con spalline a spazzola, tute da operaio, ma con il pass della CIA. Porta fuori la spazzatura, con il cartellino della CIA.

Non so perché, ma a vederla così, non è mica come nei film.

124° giorno – C’è la crisi…

Prime commissioni da fare post-rientro. In mattinata visto che ho deciso di non andare a lavoro per grossi problemi, appuntamenti importanti, questioni di duro risolvimento, tutti riassumibili in un “non avevo nessuna cazzo di voglia di lavorare”. Prima tappa Vodafone Store che ho una gran voglia di finanziare produttori di cellulari recentemente. Vedete, il mio attuale intelligentofonino sta passando una mezza crisi, roba di violenza domestica in cui ammetto di avere colpe. Lo picchio, lo lancio, lo avvolgo in nastri adesivi per coprire le cicatrici che gli causo da bravo marito bastardo. La nostra relazione è finita da mesi.

Esco di casa con Sorella, vincolati ai soliti tempi stretti e limitati tipici di questo inferno. Nel viaggio di andata, scherzo sull’utilità di quel posto messo nel mezzo di quel cesso di paese in cui viviamo. Un progetto pretenzioso ma d’altronde  io tifo sempre per i poveri, i pazzi, i romantici, anche se finiscono male e il tizio era un mezzo hippy tranquillo e spaesato con capelli a caso e montatura improbabile.

L’ultima volta, prima di partire, mi ha pure regalato due cover.

“Mi sta simpatico…” anche se “magari lo troviamo chiuso” dico a Sorella, ridendo.

Lo troviamo chiuso. Dentro, rifiuti buttati a caso e il tavolino sbilenco con il simbolo Vodafone mezzo staccato. Serranda abbassata, vetri luridi con ancora le promozioni di agosto attaccate sopra. Sembra il risultato di uno scambio di opinioni post-G8 tra black block e polizia violenta. Controllo pure il pavimento alla ricerca di sagome fatte con il gesso e cartellini con i numeri sopra ma trovo solo pezzi di stand e rottami. Più che un negozio appena chiuso sembra un regolamento di conti con mazza da baseball per contorno. Roba di racket, roba di mafia.

Ci rimango male.

“Vabbe Elo, andiamo a prendere i cartelli” dico a Sorella, dopo 5 minuti di ‘rimanercimale’ con sguardo fisso.
“Che cartelli?”
“Ci servono due cartelli vendesi”

Di nuovo in macchina in mezzo alla giungla urbana umida lombarda ma per fortuna il negozio è vicino. Tempo due minuti parcheggiamo e andiamo verso “Targhe & Timbri” che di queste cose ne è sempre pieno. Subito di fronte al negozio infatti, sulla vetrina, ecco due cartelli vendesi, come quelli che cercavo.

“Per cessata attività” c’è scritto, nello spazio bianco.

Questa crisi ha rotto le palle.

123° giorno – La passerella

La gente si raggruppa come squali corallo attorno a due ballerini impegnati ad agitarsi su note brasicubanospagnole estive in rapida successione. Nei due secondi di pausa tra un tormentone e l’altro la gente applaude, la gente fa video, la gente balla.

Mi chiedo perché non se ne stiano seduti a pensare a cosa lasciano dietro, a dove stanno andando, a cosa ci sarà da fare domani. Mi chiedo perché ridono, perché sembrano in vacanza, perché mangiano gelati tutti rilassati mentre la vita è quella che è in un mondo che è quello che è,  una specie di passarella traballante affacciata sull’oceano. Ma sopra quel legno che oscilla ci sono solo io a quanto pare perché sembra evidente che sulle navi siano tutti felici. Tranne me.

“Vorrei dormire” dico ad un cane dall’aria assonnata ma quello si gira dall’altra parte. Forse anche lui vuole dormire. La sua padrona è sdraiata che prende il sole, addormentata. È bella e mi metto a guardarla per un po’ che tanto mancano ancora tre ore e mezza di ventosa navigazione e qua, la gente, non ha nessuna intenzione di smettere di divertirsi e di essere felice. La felicità altrui un po’mi nausea ultimamente e finisce che mi ritrovo con il mal di mare per la prima volta nella vita.

“Un’ondata anomala di felicità” dico tra me e me

“Che succede ragazzo…non ti piace la festa?” mi chiede  il capitano sceriffo con cappello da cowboy e stella sul petto. Stivali in coccodrillo, pipa in bocca e pizzetto. Non l’ho nemmeno sentito arrivare.

“Non so cosa voglia dire…sono solo depresso” rispondo

“Bhe, è meglio che ti fai tornare il sorriso ragazzo, non voglio problemi sulla mia nave, è tutto tranquillo e voglio che così rimanga, mi hai capito sì?”

Accarezza le due pistole sul fianco con i palmi della mano, roteandoli sui calci. “Ding” fanno gli speroni sul tacco.

Annuisco ma non capisco.

Un battito di ciglia ed eccomi sulla passerella della vita affacciata sull’abisso del mondo. Il ponte della Megaexpress three, la gente, il cane e la ragazza…tutto sparito.

Sotto la trave, tra la schiuma, è pieno di squali e il legno scricchiola e si muove, ondeggia per il vento. Aspetto che qualcuno mi ordini di camminare, di andare verso il bordo o che mi infili tre millimetri di acciaio formato spada nella schiena per “incoraggiarmi”ad andare avanti ma non sento nessuno. Strano, non è così che vanno le cose. La gente cattiva ci gode in situazioni simili.

Provo a girarmi, pronto a vedere le orde di pirati di cui sono prigioniero che iniziano a ridere e che mi spingono giù insultandomi e facendo scommesse ma li non c’è nessuno. Aguzzo la vista e li vedo, lontani, al centro del ponte del vascello, vele gonfie sopra di loro. Davanti a tutti c’è lo sceriffo che li fronteggia, mentre quella ciurmaglia di manigoldi sta in file ordinate. Sembra che rispondano a dei saluti militari impartiti dal capitano sceriffo ma non riesco a decifrarli e da qua non sento nemmeno che dicono.

Mi chino sulla passerella molto delicatamente e a gattoni raggiungo il muro di dritta gonfio di acqua e scrostato da sale e tagli d’accetta. Mi faccio largo tra barili di Grog e sartiame, sempre chinato ma ora sul ponte in legno nero che puzza da fare schifo e che mi unge mani e ginocchia.

Faccio attenzione mentre oltrepasso due mozzi ubriachi e svenuti e raggiungo l’albero maestro, alle spalle dei pirati, nascondendomici dietro, sporgendomi solo un attimo per osservarli e capire.

Butto un occhio oltre quel cilindro enorme. Li sento,li vedo.

Stanno ballando la macarena.

122° giorno – Il solito

Passo dal Bar Fraoni che è da sempre il crocevia di ogni “Che si fa?”. Entro e chiedo “il solito” che se ci pensate bene, è una cosa che tutti vogliono fare almeno una volta nella vita.

“Suonala ancora Sam…” mi viene da dire.

Schweppes, ghiaccio, limone. Non so da dove mi sia uscita, non ricordo di aver mai bevuto roba simile prima di un mese fa, altro bar, in un posto senza mare attorno, tavolino fuori, cameriera carina “Schweppes”
“Ghiaccio e limone?”
“Si, e mettici una cannuccia gialla”

Che ne so che qualcosa non sia cambiato di colpo quel giorno. Sono diventato vecchio forse, in quel momento, o diverso da prima, che le cose cambiano. Sentimenti che si trasformano, persone diventate irriconoscibili, posti che te li ricordavi completamente diversi. Quindi anch’io mi sento in diritto di cambiare qualcosa, che domani mattina parto e fra due domani “il solito” lavoro, “le solite”persone, routine e ritmi, scalette di marcia strette, un tempo di vita basato sui secondi, sull’essere utile e “se poi avanza tempo allora forse…”

Mha…22.36 e sto sputando sangue in un lavandino. Il mio nuovissimo spazzolino White Fresh bianco e verde a durezza media mi sta massacrando le gengive come un hooligan. Però pulisce meglio, è nuovo, con setole che fanno magie.

Cambiare le cose è dura, da perderci i denti per le musate, da sputare sangue. Ma so cosa voglio, forse da quando ho ordinato una Schweppes in un bar del Nord, non so. Provare ad ottenere quello che voglio, magari solo per collezionare un altro insuccesso alla fine ma non importa.

Il “solito” non mi basta più.