111° giorno – Auguri vecchio bastardo

Oggi è il compleanno di Bukowski. Non che fossi lì ad aspettare sullo scoccare della mezzanotte con un bicchiere di whiskey in mano anzi, nemmeno lo sapevo il giorno, l’ho scoperto da un link su Facebook, ricondiviso con malinconia giusto per farmi vedere, darmi un tono da figo intellettuale.

In realtà, appena sveglio stamattina, verso le dieci, ho pensato solo a non far nulla tutto il giorno. Dormire, stare sdraiato, mangiare, bere, pensare alle ragazze. Con il senno di poi è come avrebbe vissuto Henry Chinaski il giorno del suo compleanno quindi lo considero un po’ il mio omaggio a Charles.

Pensando a come scriveva, finisco ad interrogarmi su me stesso in versione scrittore. La forza di Bukowski era lo stile, perché nessuno mai aveva scritto in quel modo, che anche adesso stupisce per quanto è secco, essenziale e duro ma al contempo poetico e tremendamente descrittivo.

Mi interrogo perché “lo stile” è il mio cruccio, da sempre. Ho come l’impressione che tutto sia già stato detto in tutti i modi possibili ed il giro di parole sia sempre lo stesso, come vivere in un mondo in cui non fanno più nuove canzoni rock, perché tutte le combinazioni possibili sono già state usate.

Spesso mi chiedo se il mio stile si riconosca oppure sia solo un accozzaglia di copiature e plagi da tutti quelli che mi hanno influenzato. Chiedo agli altri e mi dicono che ho il mio stile. Mi rileggo e non lo capisco, non lo vedo. Cerco di affinarlo ma non so come si fa. È una specie di cazzo di ossessione, una fobia che accidenti, non so nemmeno se è reale.

Dovrei pensare ai contenuti non allo stile, mi dicono.

Non capiscono.

Non capiscono che io adoro non dire nulla, parlare del nulla, arrabbiarmi con il nulla.

E per farlo serve, lo stile.

110° giorno – La Flaca

Quando entro in questa piccola città nella città, fatta di blocchi grigi, sei la prima che saluto. Sei sempre stata la prima.

“La Flaca” di Jarabe De Palo suona in continuazione nell’agosto di un ragazzino un po’ troppo paffuto. Nel video c’è questa bellissima barista cubana che fa impazzire tutti e anche me, che faccio colazione guardando MTV.

Le assomigli.

Ti vedo a messa, la prima domenica. Sei abbronzata, capelli corti, vestito rosso a pois bianchi, seduta sul fondo a sinistra mentre io sono nascosto dietro la colonna a destra, per farmi i cavoli miei come al solito. Quando ti vedo capisco di essere innamorato.

Un paio di giorni dopo, era sera, ti conosco, con il resto della compagnia. Scherzo e tu scherzi, parte una sfida di corsa, il tuo sport e i giorni dopo a parlare, le mattine ad aspettare che la tua macchina arrivasse in paese. Ogni sera, vorrei ma non ti riaccompagno a casa, lo fa qualcun altro, un amico. Io non so cosa fare.

Mi fa male da morire. Anche se ci vediamo e scherziamo assieme nei giorni dopo, mi fa male da morire.

La mia estate è finita. C’è una grande “H” di fronte a me, sulla nave. Sapete, dove scendono gli elicotteri.
Sto li un paio di ore buone, mentre la costa si allontana e io mi sento triste come non mai, con il groppo in gola. Ma mi dico che c’è pur sempre l’anno dopo.

Anno dopo anno invece, rimango in silenzio,  aspettando chissà che cosa. Passa una vita e tutto cambia, ti rivedo ma non riesco a dirti nulla. Non posso.

A volte si dice “mi sembra ieri”.

No, non è così, mi sembra una vita parallela, di mille anni fa. Anche se ricordo tutto. Ricordo anche quando faceva male.

Fa male anche adesso che ti sono davanti.

Fa malissimo.

109° giorno – Morte onirica

Guardo questo soffitto sdraiato su un quadrato di cemento pieno di disegni, vetri, sporco, bottiglie in frantumi. Non so perché lo trovi comodo, forse è perché non c’è nessuno che parla, che mi chiede, che mi sta attorno. Un giorno di un’estate fa, riuscii pure ad addormentarmici qua sopra. Mi sembrò un buon sonno.

Niente si muove, ” sono solo io vivo, qui” mi dico.

In certi momenti la solitudine è d’oro anche se ti senti sempre solo e ne hai abbastanza. È una solitudine diversa questa, non è quella che ti ferisce, che torna appena ti ritrovi circondato da persone, con le loro esistenze così lontane da me, così aliene. È più riflessiva ma meno personale. Tipo che adesso, che non ci sono voci ne pensieri, ho abbastanza spazio in testa per pensare al soffitto.

E se cade? Riuscirei a infilarmi in uno di quei vani, al riparo dalle assi più grosse, quelle che si fracasserebbero per prime? Ma come cadrebbe…dubito che possa precipitare così, perfettamente dritto, come se tutti i sostegni spariscano di colpo. Qualcosa si dovrebbe rompere, penso. Guardo con attenzione la struttura, da vite a vite, da sostegno a sostegno. Poi, riesco ad immaginare tutto quel legno che inizia a cadere quasi a rallentatore per poi accelerare, verso di me, che rimango sdraiato in attesa.

È come negli incubi, non riesci a spostarti.

Quando ancora c’era la stazione, vicino casa mia, sognavo spesso di ritrovarmi con un treno in arrivo, sempre più vicino. Le mie gambe erano insensibili, non si muovevano, svuotate da ogni briciolo di energia.

Mi svegliavo sempre prima dell’urto.

Non sono mai morto in un sogno…

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108° giorno – Caro diario

Ah già! Il diario…

Non ho nessuna voglia ne di parlare ne di scrivere ma è un impegno che ho preso, che se anche c’è scritto smettoquandovoglio non è proprio così, anche se vi giuro, vorrei smettere adesso. A proposito, quando mi chiedono il perché del diario io rispondo con robe tipo “è un esercizio per la scrittura”.

Dai è una cazzata…

La verità è che non so perché cazzo scrivo, per chi, come in generale non so che cazzo combino su questo pianeta. Le cose che mi piacciono non mi riescono, forse nemmeno scrivere e non ho risposte a nessuna delle mie domande. Mi riscopro solo uno stupido essere umano incazzato a morte, triste, solitario come il 78% del pianeta.

A volte credo che sia uno schifo.

Però, sono sdraiato comodo caro diario, che non è per tutti, che c’è gente che sta dentro le caverne, sotto i ponti, tra i leoni e che quindi non dovrei lamentarmi, ma rilassarmi e pensare solo a dormire.

Vorrei, ma da fuori entra un gran casino e le finestre aperte mi servono per sopravvivere.

Sopravvivere ecco, in quello sto più o meno riuscendo.

Non benissimo però.

107° giorno – Scatole e sogni

Sui cestini c’è un “grazie per aver tenuto pulito il centro commerciale” preventivo. Così, ti costringono a sentirti in colpa se non lo fai penso, perché sono gentili con te, come quando qualcuno ti chiede un favore sorridendo come se gli avessi detto già “si”. Sei fregato, sei nella tela del ragno. Puoi solo aiutarli o deluderli.

Li guardi. Ti ringraziano e sorridono ancora e capisci che sei fottuto.

Toilette con omino sopra. Il cesso costa 50 centesimi

“È molto pulito” dicono.

Per 50 centesimi deve essere uno specchio quel cesso. Marmo pulito ovunque, un tizio che ti passa la cartigenica. 50 centesimi sono un’enormità in questa economia, pagare per poter pisciare è roba per nuovi ricchi. Entro ma non sento un particolare buon profumo, il marmo c’è ma è finto. Non è nemmeno così pulito visto che intravedo striature di piscio sulle mattonelle. Quando esco manca il sapone di fianco al lavandino. Il soffiatore da parete Magnum è inclinato verso di me e la fotocellula pretende che piazzi le mani attaccate alla bocchetta. Se mi allontano di due millimetri quello smette di sputare aria del Sahara. Non riesco a girarle senza farlo spegnere e le gocce finiscono sui miei pantaloni.
Sembra che mi sia pisciato addosso. Cristo.

Sono già due ore che giro la città da una ‘scatola gigante con l’aria condizionata dentro’ all’altra alla ricerca della sedia da spiaggiata perfetta e visti gli scarsissimi risultati non resta che puntare sugli specialisti. Esco dal cesso, macchina. Dentro una scatola piccola per andare in una scatola grande diversa.

C’è un caldo infernale quando arrivo nella magica bottega della pesca. Obiettivo, cercare una sedia pieghevole da pescatori, con braccioli porta birra da pescatori con buco e retina da pescatori, colore militare mimetico da militari amanti della pesca. Il nome del negozio l’ho inventato io perché quello vero è banale, non adatto alla fama di ‘Mecca del novello Sampei’. Da fuori, sembra che un bambino gigante abbia giocato con secchiello e cemento. I bordi dei muri sono buttati a caso, scale storte, l’edificio è un cubo sbilenco. Dentro, il negozio puzza di candeggina e trasuda asetticità  peggio di un laboratorio medico U.S.A. Teche di vetro con dentro mulinelli. Teche di vetro con dentro ami. Teche di vetro con dentro canne da pesca. Me lo immaginavo come un posto sudicio con pesci puzzolenti imbalsamati attaccati alle pareti ed invece mi ritrovo in una gioielleria dove fanno sperimentazioni sul DNA ittico. È tutto bianco e pulito, ordinato, senza la minima passione.

Giriamo in lungo e largo ma non troviamo nulla, eppure, mi sembra uno stereotipo del tipico pescatore quella sedia. Un vero pescatore ce l’ha per forza. Un vero pescatore, di quelli sulle riviste, non usa seggiole normali. Esausti, chiediamo al commesso. Fa una faccia che è un mix tra terrore è sorpresa, ci mostra degli sgabelli minuscoli e polverosi infilati su di uno scaffale a 10 metri di altezza. Niente braccioli, niente retina, niente colore mimetico. Niente di niente. Usciamo, nel niente di niente di un mezzogiorno in una desolante zona industriale che non offre niente di niente. In mano, ancora niente di niente.

Le speranze muiono definitivamente tra le lunghe file del Briko, un’ora dopo, ennesima scatola fredda. Sembra che non ci sia nessuno, solo luci soporifere e rumori di seghe a nastro anche se non si capisce da dove vengano, forse sono registrate.

“Non si trova mai un commesso quando serve. I commessi non esistono, come le sedie con i braccioli e i buchi per la birra” sentenzio.

Vaghiamo come zombie e capisco che ci servono stimoli. Vedo uno stucco per legno, sulla copertina, un bambino gioca con un T-Rex viola.

“Voglio un T-Rex” esclamo
“Ti ci porto io” dice Fede

Centro commerciale, scatola numero 5. Di fronte a me uno scaffale intero pieno di pelouche di dinosauri. Ci sono tutti, stegosauri, diplodochi, triceratopi…pure quelli sfigati che nessuno ricorda. Li passo in rassegna tutti quanti. Niente T-Rex. C’è qualcosa di sbagliato nel mondo se fra 100 pupazzi di dinosauro non ci sia neanche un T-Rex penso, uscendo sconfitto. Quando esco dalla scatola, mi convinco che forse lo stegosauro me lo potevo anche comprare.

Il viaggio di ritorno è una pena, una ritirata, debacle completa. Arriviamo ad una cittadina di mare che soffre il caldo peggio di un vecchio. Non c’è vita e pure le palme sembrano in difficoltà. Le ombre ribollono mentre in macchina, soffro i postumi di un pranzo cinese che mi debilita peggio di una sbornia.

“Proviamo qua” dice Fede.

Io non ci credo più, ma non lo dico. È giusto che un uomo continui a sognare. Mi sento come un padre che guarda con tenerezza il figlio che dice “voglio fare l’astronauta”. Il negozio è alla nostra destra e quasi non si vede, infossato in una conca con discesa. Esco che il sole quasi mi acceca poi metto a fuoco. Canne, roba da pesca e lì, a destra, verde scuro, braccioli, un buco per la birra…

Incredibile.

La vedo.

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106° giorno – Segnalibro

Mi serve un segnalibro.

Un numero posso ricordarlo mi dico, poi passano i giorni e il 52 diventa 64. O era 80?

Dopo due giorni è una combinazione del lotto.

Trovo uno scontrino, del 2005, in una ciotola. È una ciotola di quelle importanti, vip. Una di quelle ciotole che contengono chiavi, tessere e monetine-occupa-tasche. Sotto quelle chiavi e monete, tutto piegato con cura, quello scontrino appunto.

Mi chiedo che senso abbia tenere uno scontrino di 6 anni fa. Lo leggo e lo rileggo e mi sembra una normale spesa, in un normale supermercato, in una normale estate del 2005. Ci sono mozzarelle, pesce, coca Cola, schifezze da sgranocchiare del tipo patatine, arachidi, tacos. Gelati simili ad altri famosi, proprio uguali, che credi di aver fatto un affare finché non li mangi.

Spesso paghi di più per un motivo. Non sempre. Spesso.

Verdura anche se sembra strano che siano sullo scontrino, che siamo pieni di verdura qua. Vedete, suonano alla porta e una sequela di vecchi che non ricordo di aver mai visto ma che dicono di conoscermi, scarica cassette nere colme di ortaggi sul mio tavolo. Alcuni giganti. Ricordo melanzane e cipolle giganti. I vecchi si riportano a casa la cassetta nera, lo dicono quasi sommessamente che gli serve e non so perché, la cosa quasi mi fa incazzare, perché sono una merda egoista, perché poi dovrò trovare un posto per tutta quella verdura gratuita. Li accompagno alla porta, scocciato, e li rassicuro dicendo “dirò ai miei che sei passato” anche se il nome non lo ricordo già più. Ai miei non dico niente.

Detersivo. Per piatti, cucina, pelle, pelle di donna, capelli di donna, lavatrice, lavastoviglie. Solito campionario che noi uomini veri non comprendiamo, che per noi basta che faccia schiuma e funziona, “pulisce”, anche se esce da un canale di scolo con grata corrosa, animali morti, acqua marrone torbida, “pulisce”. Poi, sono contrario a questi detergenti epidermici dai mille gusti. È una cospirazione per farti mangiare. Sei li che ti lavi e attorno hai flaconi che profumano di pesche, more, caffè, melone, frutti di bosco, vaniglia. Una volta ne ho provato uno al cioccolato bianco, il profumo era quello. L’ho assaggiato e per poco stavo male. Finita la doccia, mi sono vestito e sono andato fino allo spaccio della Lindt, vicino a casa mia. Ho comprato una tavoletta da 400 grammi di cioccolato bianco con miele e mandorle e l’ho mangiato tutto da solo seduto su un muretto lercio, sudato per il caldo. Se non avessi capito l’inganno, sarei tornato a casa per farmi un’altra doccia, ai frutti di bosco, “Voglio dei frutti di bosco”avrei detto. “Magari con sotto una fetta di cheesecake” avrei detto. È il loro gioco e io l’ho capito.

Continuo con altre elucubrazioni, che so più o meno cosa significa ma che uso come personale sinonimo di “stronzate”

Mia madre guarda un film.

“Ma…ti serve questo?”

Prende lo scontrino

“È del 2005…”

“Si, mi serve come segnalibro…posso?”

“Si…cioè…chissenefrega…”

“Chissenefrega”

La risposta perfetta ad un sacco di elucubrazioni.

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104° giorno – Infinite horizons

Quando mi giro sento paura.

Non la provavo da quando stavo sul bordo di un ponte, con gli occhi nel vuoto. Non mi piace.

Vedo le figure sulla spiaggia e sono piccole e pure io mi sento piccolo mentre attorno il mare si muove, un ostile nulla liquido.

Lì dentro da un’ora, posando lo sguardo verso quell’orizzonte infinito. Bello, metaforicamente, quasi di pace, il momento. Poi, è come un brutto sogno, mi riscopro lontano e di colpo, debole. All’improvviso, paura. Se poco prima era un gioco senza pensieri ora sento la spalla che fa fatica, le gambe che bruciano e quelle persone che continuano ad  essere piccole, li in fondo,  mentre le onde mi sovrastano in un su e giù che fa sparire anche la spiaggia dalla vista.
Cerco di tornare tra gli umani e anche questo, metaforicamente, sarebbe bello ma dentro la rabbia del mare penso solo alla spalla che è quasi insensibile  mentre cerco il più possibile di trovare spinta nella schiuma bianca che a volte mi sommerge, mi fa sentire pesante, mi riempie le orecchie e il naso di sale e acqua.  Ormai mi giro e mi rigiro senza tecnica, sbattendo le gambe e le braccia, riposando qualche secondo, quando le onde si calmano per qualche istante, respirando senza farmi prendere dal panico, tenendo d’occhio la riva, la direzione giusta.

Mi ci vogliono quindici minuti di lotta per riuscire a toccare di nuovo la sabbia con i piedi, con i polmoni che scoppiano, il cuore a mille. Ho le gambe che ancora tremano quando mi siedo sulla spiaggia e mostro di nuovo il volto verso quell’orizzonte infinito.

Per un attimo ci ho pensato davvero…

http://www.youtube.com/watch?v=RvloMFBffn4

103° giorno – E se…

Dentro una saletta d’aspetto e sono le 17.17. Che ci crediate o no, è l’orario che mi capita più spesso di leggere e non so se sia un buon segno a dirla tutta.

“Bzzzzzz” insieme a un “frrrrrr” in un unica melodia caratteristica del caro vecchio condizionatore che lavora ad alto ritmo in un altro palazzone dalle forme strane senza motivo. Un rumore che, lo ammetto candidamente, mi piace, soprattutto in queste salette in cui ci sono io e sei sedili di cui uno storto. Mi fa sentire meno solo, soprattutto quando sei appena uscito da un formicaio gigante con la scritta supermercato fuori, pieno di gente, barbe, pantaloncini, mercanzia, scale mobili.

E panini.

Un’ora prima, “Un Crispy McBacon”, dico

La cassiera, carina ma con qualcosa che non mi convince, mi risponde
“Un Big Mac invece al posto del Crispy?”

Ma che cos’è…un’asta? Entro in un concessionario per chiedere una coupé e mi vendono una monovolume? Oppure sai qualcosa che io non so? Che forse nel Crispy ci sputano dentro di più, o che il bacon lo fanno da un animale che inizia sempre per “M” ma che finisce in “antide religiosa”?

“Aspetto il Crispy grazie”, detto talmente glaciale che mancava solo facessi “Bzzzzzz” e “Frrrrrrr” pure io, per sembrare un condizionatore barbuto.

Mi accomodo spazientito di fianco ad una giovane attillata in bianco che mostra scapole e spalle secche come uno scheletro in un aula di anatomia. La mia cassiera intanto, convince due giovani anime perdute a fidarsi di lei e a dirle cosa vogliono ordinare.

Individuo maschio, capelli che non hanno mai conosciuto un pettine, maglietta blu con sopra un disegno stinto, pantaloncini kaki. Abbraccia la sua compagna, che ha lo sguardo di una che ha appena scoperto la tomba di Tutankhamon anche se l’unica cosa vagamente egizia nei paraggi è la forma del McFlurry e l’età dell’olio di frittura.

Si approccia al bancone timoroso e chiede “Cioè, ma tipo devo prendere per forza il menu?”

(Ci sono i prezzi dei panini singoli e li stai guardando, e non c’è nessun gorilla bodyguard con in mano una pistola che ti possa costringere a fare qualcosa… )

Siamo tutti un po’perplessi.

“No perché…spiegami come funziona con quel panino…”

(Lo mangi? Sai, il tipico gesto di alimentarti? Per le spiegazioni su come aprire le scatole facciamo un corso serale comunque, si chiama “Uso del pollice opponibile” )

“Cosa mi consigli?”

(Di iniziare da qualcosa di più semplice, tipo prendere il numero in macelleria ma senza ordinare. Dopo il primo mese, puoi passare a comprare un chilo di arance al mercato. Vedrai che un giorno, se ti applichi, potrai pagare un bollettino in posta)

La mia cassiera carina anche se strana, il classico tipo che ha qualcosa che non torna e non capisci se è la voce, o il sorriso, o la interpretazione della regola aurea data dai suoi genitori durante il concepimento, bhe, è tipo turbata e intanto di Crispy eccone tre sugli scivoli. Ma lei non si muove, rimane lì a cercare di capire la coppia new generation. Il ragazzo è tipo accasciato come un morto sul bancone mentre cerca di decifrare i geroglifici nella lista dei panini. La ragazza aggiunge confusione blaterando roba pagana.

Forse con la mente mi sente esclamare “Cristo il mio Crispy” perché la cassiera fa uno scatto, sguardo perso nel vuoto. Prende il panino e si gira verso di me, viso contro viso. La coppia sta ancora parlando e discutendo, chissà, magari si chiedono la differenza tra bovini e polli. Guardo negli occhi la cassiera (forse sono quelli che non mi convincono?) e pure lei mi guarda, in maniera strana, come se avessi qualcosa che non la convince, forse gli occhi, forse la voce, forse la bocca ma ecco che finalmente, dopo qualche secondo, mi dà il mio Crispy.

Con la mente, torno un’ora avanti, di nuovo nella stanzetta, senza nessuno che non mi convince e con un Crispy in incubazione, nello stomaco che aspetto e aspetto…

“Bzzzzzzz”
“Frrrrrrrrr”

Sarei in questa stanza se avessi preso un Big Mac?

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102° giorno – Rubinetto

Dieci gradini per raggiungere il mezzo piano, quello che non calcola mai nessuno, che sta in mezzo tra i piani con i numeri interi, quelli fichi, che nei grattacieli hanno pure le targhette. Il mezzo piano quello che è territorio libero non segnalato che ti chiedi sempre cosa ci sia sotto se è una casa che non conosci. Nel mezzo piano ci infilano finestre fisse per restituire un minimo di dignità ai quei pochi metri piani prima delle altre scale, quelle del nobile primo piano.

C’è odore di pollo, di quello arrosto, di quello che compri nei supermercati a 4 euro che sembrano aborti genetici, appena partoriti con quella plastica unta che li avvolge come orrenda placenta. Non te li immagini come polli veri, per te è un animale che nasce così, in laboratorio, già bruciato di radiazioni con una testa a forma umana, con più arti di quelli che vedi perché glieli tolgono, che quelle non son coscie e non sono ali. Storpiano, per farlo sembrare una gallina al forno. Sono gonfi e stopposi e ne mangio a quintali divertendomi pure a sezionarli sadicamente con forbici trinciatutto dolcemente sdraiandoli su di un letto che credo sia di patate ma mi sa di no.

Non so perché senta odore di pollo, appena lavato, mezzo nudo color amarena, sul mezzo piano, un nulla nei millequattrocentometricubi di granito, tegole, cemento e legno tutto attorno . Non ne ho mangiato. Mi sono cibato di merluzzo non di pollo. Merluzzo di quella strana specie senza occhi e pinne, pelle arancione croccante e che vive dentro scatole nell’artico. Mi fa schifo. Forse l’odore è suggestione, fa parte di quella serie di strani pensieri che mi affliggono quando mangio, cago, discuto del tempo con un cane randagio, mangio polpette, osservo il nulla cosmico nei cervelli della gente o quella specie di nuvola cobalto di smog che mi sento attorno.

Tipo la bottiglia sul tavolo. Storta.

Sconfitta dal freddo glaciale del freezer, tutta piegata, moscia come il cazzo di un vecchio di novant’anni. Per il freddo, non per il caldo.

Leggevo, o forse l’ho studiato o inventato, che dopo un certo livello, il nostro corpo va in tilt e freddo intenso e caldo è la stessa cosa, fa male uguale. Il nostro stupido cervello non distingue la realtà.

Che poi a me mi succede sempre, senza stare a fare esperimenti nella doccia, quando mi innamoro.

È tipo la stessa cosa. Mi ci infogno tra ossessioni e paranoie. Lo sento nella pelle come una bruciatura, si mischia con il gelo del pessimismo, gelosia nel mix, paura, felicità, paura, ansia, paura, al lago assieme, paura. Non ci capisco mai un cazzo.

Ne il cervello ne il cuore lo sanno, se l’amore mi rende vivo o mi uccide.