136° giorno – L’uscita di scena

Succede che sei dentro alla sala Giove, fila G che come con le donne, è sempre il punto giusto, e ti guardi un film in cui il protagonista prima guarda divertito nel suo letto quattro fighe nude che si strusciano poi, viene tradito, quasi ucciso e abbandonato in un pianetaccio ostile ma lui niente, picchia a sangue mostri con ottocento denti, venti lame e spuntoni e altra roba letale, si sistema fratture infilando chiodi e girando pezzi di gambe a mani nude e non contento, si inietta veleno per passatempo e fa atterrare un esercito pieno di feccia spaziale armata di fucili, coltelli, sparafulmini, bombe e tutte le robe dannose per la salute che potete immaginare e che vogliono infilargli la testa nella scatola dell’happy meal. Tutto secondo i piani ovviamente, decide di fregare ai gentiluomini in visita una navetta spaziale, diminuendone il numero dei passeggeri drasticamente, diciamo pure tendendo allo zero, utilizzando femori di mostri con lame sopra e tagliando giogulari, arti, teste e pigliandoli pure per il culo tipo facendogli “Buuu” alle spalle quando non se lo aspettano o con gli scherzi telefonici. Non contento, si mette pure a tagliare pezzi di bestiacce incazzate mentre massacra gli umani rimanenti e guida moto volanti nella notte piovosa di uno schifo di pianeta in cui pure i fottuti sassi vogliono la tua pelle. Si cauterizza una ferita di un metro che pare il morso di un’orca assassina con un residuo di bomba atomica e riesce pure a svagarsi con un mercenario lesbica come le aveva precedentemente annunciato a metà film, giusto per concludere in bellezza.

Un protagonista con due coglioni quadri insomma, un film da veri uomini sudati e brutti, palestrati e tatuati.

Eccolo lì con la sua navetta, davanti il futuro, deve solo uscire di scena con qualcosa di epico e un dito medio alzato.

“Di a tizia di tenere un posto per me nel suo cuore e tu tizio, non perdere il tuo coraggio” dice nell’ultima scena, tra lo sconcerto dei feromoni della sala.

Tutti ci guardiamo.

Ma che cos’è sta roba da checche?

135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

134° giorno – Mentolo

Collaudo un bagnoschiuma con cristalli di mentolo che mi lasciano una bella sensazione di freschezza ma anche il grosso dubbio su che cosa sia il mentolo che se ci penso non lo immagino in cristalli ma mi sa di qualche estratto liquido ricavato torturando povere piante di menta. Lo trovi nelle gomme da masticare e nelle creme e nelle sigarette e nei bagnoschiuma e visto che anche fuori mi sembra più fresco, forse c’era anche nella pioggia di oggi. Non sono ancora sicuro che volessi la frescura di una tempesta mezza estiva, perché mi ritrovo sdraiato sul letto nella mia solita posizione stupida con cuscino piegato in due e cinquanta centimetri di letto regalati al nulla, con le gambe che sporgono dal fondo, i polpacci appoggiati sul legno e nullafacimento totale visto che ho deciso che non esco più stasera che due gocce sono ok e pure quattro e pure otto sono ok però accidenti, mi sembra che si esageri adesso. Acqua acqua acqua dappertutto e il tetto del garage di fronte, quello del vicino, che pare una piscina, torrenti scendono copiosi dalle discese, laghi in pianura e tutte le previsioni con colonnelli che ridono quando dicono che l’estate è finita e che arrivano le brutte cose che portano altra acqua. Il non fare nulla fresco di mentolo non è un mio metodo standard di occupare una domenica pomeriggio. Guardare dalla finestra con la musica nelle orecchie il nero che prende possesso del cielo, il vento freddo che mi fa venire voglia di mettermi una maglietta appesa troppo lontana da me e allora cerco di non pensare e dormire, tra il “bzzz” del pc  e il vento che fa “wooosh” e io che dico “brrr”.

Freddo.

Dannato mentolo.

133° giorno – Chicken Stupid

Non sia mai che i cicciobimbi che si strafogano di happy meal capiscano che mucche e polli vengono segati a fette e infilati dentro i panini quindi, sul coperchio del mio panino unto e ciccione, McDonald pensa bene di mettere origami di galline e formine di vacche a fianco a gioiose foto di ortaggi che amano farsi scorticare, che quelli tanto se ne stanno sempre zitti.

Il mio panino si chiama 1955 anche se visto quanto tempo ci hanno messo a prepararlo ora dovrebbe essere almeno 1983, quando sono nato. In quell’anno qui c’era un Burghy probabilmente e le patatine non erano appena sotto il livello letale di assunzione di sale e la Coca Cola senza ghiaccio non sapeva di caffè diluito moltissimo e non era pieno di giovanissime mezze nude che quasi mi sento fuori posto o epoca, in questo mondo che spesso non mi piace.

Un po’per la gente e un po’perché ho finito di mangiare esco e cammino verso il centro, con dentro il panino che gorgoglia festante nello stomaco. “Non avrei dovuto” mi dico, che è la verità se pensi alla dieta o alla merda che in realtà stai mangiando.

Le strade sono gremite di giovanastri o vecchi e tutta una serie di certi sospetti individui che vivo così tanto da alieno che a questo punto mi chiedo se per quelli come me, in età di “pensiamo ad una famiglia” o “non sono più un ragazzino” e dai pensieri troppo rumorosi con un sacco di critiche al mondo che non va, ecco, io mi chiedo se non ci sia tipo una riserva da qualche parte, con un recinto, che  ogni anno è sempre più piccolo e con sempre meno ospiti. Stalla con tutti i comfort e pure wi-fi e pascolo, lontano dalla pericolosa gente della città che sai, ti può mangiare. Stai li lontano dagli altri e ti credi al sicuro ma poi un giorno arriva un furgone con la scritta “Real Life” e il recinto e la stalla, che tu credevi fosse per proteggerti e salvaguardare le tue idee beh, in realtà è appunto solo un posto per farti ingrassare meglio, con fieno gusto ipocrisia e biada ‘sogninfranti’.

Un giorno ti prendono e ti dicono che andate a fare una gita al museo dei macellai.

Me la immagino una scatola per un panino al gusto “me”, con fette di culo croccanti, insalata radioattiva di plastica e pane unto, magari dentro un happy meal, accanto ad un pupazzetto di Super Mario che mi piace molto Super Mario. La scatola è bianca con una striscia verde acido sotto il nome “Chicken Stupid”, perché ci sono cascato da pollo, e si sa, la beffa finale è un classico che piace sempre.

Chissà se nella scatola metteranno una foto di me o faranno un origami con la mia faccia.

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132° giorno – Fase REM #2

Sono in fila in autostrada e scrivo mentre il navigatore indica 2,9 km all’ora di velocità. Mi addormento sul sedile passeggero, saltuariamente, uno di quei sonni in cui non ti accorgi di dormire perché i pensieri continuano a scorrere e si tramutano in immagini grottesche. Sogno di sposarmi tre volte, sempre con la stessa persona, poi mi ritrovo Emanuele Filiberto su una sedia vecchia e scassata che mi parla, dentro una casa antica, carta da parati verde pesante e legno scuro.

A 8.2 chilometri orari, passiamo di fianco ai lavori in corso. Ci sono riflettori e luci abbaglianti. Dei tizi infilati dentro gabbie con maschere e tute, sospesi a dieci metri di altezza, armeggiano con quello che sembra uno spruzzino gigante sotto il cavalcavia, quasi come se fosse un’operazione di pulizia di una vecchia balena grigia. Fumi e vapori rifraggono le luci e sembra tutto irreale, una specie di film fantascientifico di serie B al punto che forse anche questo è un sogno.

La trafila dei micro-sonni procede senza tosta e con le immagini sconnesse del mio IO a riproduzione continua. Monete che cadono, lei che mi parla e io che guido in una città lontana. Acqua che scorre, cartelli luminosi.

Ogni pensiero che formulo si trasforma appena il nero della palpebra cala e le luci rosse delle macchine diventano stelle e poi punti nebbiosi. Nei pochi momenti di lucidità invece, appena esco dal sonno, faccio quello che non si addormenta mai, quasi che sia un peccato mortale. Mi riprendo dal sogno, parlo, scrivo appunti, mi mostro la persona più sveglia e carica del globo.

Mha…

Ultima curva e ultimo sonno, incredibilmente. Nel film di questo ultimo viaggio, mia moglie, anche lei, chiede ad un tizio con la testa a forma di gomma per cancellare smangiucchiata e viola se per caso sia stato l’allenatore del suo nipotino, qualche anno prima.

Mi ridesto subito, preoccupato dal mio stato mentale.

Ma sono davvero sveglio?

131° giorno – Credito terminato

Vodafone mi avvisa che ho finito il traffico Internet ma potrei pagarli però, per continuare a farmi i cazzi degli altri e messaggiare. Credo non lo farò, anche se è il 5 settembre e ciò significa altri 9 giorni senza internet sul cellulare.

Potrebbe essere anche un’esperienza interessante.

Quando penso al mio rapporto con questa tecnologia, lo considero un po’ troppo morboso. Ci sto attaccato troppo, litigo troppo, faccio stalking, importuno persone con questa scatoletta e anche se non voglio, me lo ritrovo in mano pure quando esco con altre persone e sto seduto ad un tavolo invece di chiaccherare e ridere.

Che poi, stasera ero li con due amici, e il credito era già a zero. Cellulare appoggiato li, senza ipotesi di attivazione e solo due cazzate e la mia acqua tonica, ghiaccio e limone e mi è venuto da pensare che con quel coso in mano mi sarei perso un sacco di battute.

Ci preoccupiamo di stare in contatto con mille persone alla volta e spesso non sappiamo godercene nemmeno due.

130° giorno – Mare aperto

2:27 di mattina e non ho nessuna idea, nessun concetto di cui parlare, sdraiato in una stanza non mia, densa di oggetti non  miei e scatole non mie mentre fisso un soffitto bianco non mio. Odore di petrolio dalla valigia che mi sta a fianco che rimane nel naso, luce soffusa, dietro la testa.

Di solito i miei spazi vuoti li riempo con pensieri e parole ma oggi nulla, forse è perché ho bevuto troppo. Latte, acqua e succo d’arancia e pure frappe di banana riempito eccessivamente, che strabordava dal tappo, innaffiandomi la mano che teneva il bicchiere e poi la maglietta, come un bambino piccolo. Ho bevuto al punto che sono gonfio e rotolante come un pallone, perché ne sentivo bisogno come un tossico in astinenza e ormai tutto il mio vuoto è liquido e io senza i miei spazi vuoti pieni di tempeste non so esprimermi.

O forse, è come dice Charles, per poter scrivere devi essere o molto triste e molto felice e al momento, sono in un moto ondoso che mi tiene a galla senza troppi patemi, che per me è strano, si, non stare a fondo.

Ovvio, non sto ancora su una barca a vela in vacanza, palle al sole e gnocche in bikini, al massimo su una zattera in compagnia di un pallone da volley con una faccia disegnata sopra.

Però il mare non è tempesta, la notte è leggera e tranquilla, pesci volanti a pelo d’acqua che saltano, acqua a 15 decibel, la leggera luce di un alba che si avvicina.

Ora ci sarebbe solo da avvistare terra.

129° giorno – 100 Hz

“Mi aiuti a togliere la tv dalla macchina, dopo il lavoro?” mi fa un amico
“Si” rispondo.

Esco da lavoro, 17:30, entro in macchina con lui e andiamo a casa sua.

Tutte le domande precedenti, del tipo “ma ha davvero bisogno di aiuto per una stupida televisione?” oppure “ma avrò capito male?” svaniscono dal cervello come macchie trattate con il Vanish. Si, era un messaggio sponsorizzato, comprate Vanish Oxi Action.

Svaniscono perchè quella che credevo fosse la testata del motore posteriore, appena entro nella sua ‘Saxo’, in realtà si rivela essere un tremendo ed enorme televisore Panasonic 36 pollici che occupa tutto il retro e assetta la macchina peggio di una enduro in impennata. E poi la ‘Saxo’ il motore ce l’ha davanti.

Arriviamo a casa del mio amico, che sta in affitto dal mio capo.
Ora, il mio capo è geniale, simpatico e bravo, ma è completamente pazzo e disorganizzato e questa sua casa rispecchia l’architettura della sua mente. Vedete, la televisione dobbiamo metterla al piano terra, dove c’è la camera da letto, solo che non c’è nessuna porta per entrarci. Infatti, bisogna andare al primo piano, dove c’è la cucina, aprire una porta, scendere delle scale a chiocciola mezze metallo e mezze plastica rubate sicuramente ad un ospedale croato ed infine accedere alla camera.

Una cazzata, se dovessimo spostare un moderno LCD, ma questo, è un CRT ricavato da un panzer della seconda guerra mondiale. Appena lo afferriamo dall’unico appiglio plausibile e lo tiriamo su dal portabagagli, le vene negli occhi tipo esplodono, la schiena urla pietà, gli avambracci si tirano a fionda e capisco subito perchè il mio amico voleva una mano.

E’ un fottuto macigno, e si che sono allenato.

Lo rimettiamo giù con terrore. Per arrivare al bordo della finestra, che è ovviamente altissimo, dobbiamo portarlo oltre l’altezza delle spalle e lì diventa culturismo, senza contare che dobbiamo fare rotazioni kung fu per riuscire a metterci in posizione.

Tentiamo un paio di volte ma quel robo ha la stabilità di un monociclo bucato guidato da una castoro ubriaco e che si è appena lasciato con la moglie e per qualche istante, la TV sembra voglia tentare il suicidio fracassandosi per terra, ondeggiando pericolosamente.

Di nuovo giù.

Dopo cinque minuti decidiamo di appoggiarlo almeno sul bordo, utilizzando la tecnica “incliniamolo, appoggiamolo e tiriamolo su”, cosa che ci costa tre avambracci e sei ernie ma dopo un paio di tentativi ecco che quel suo culone grigio di plastica si appoggia sul marmo.

Fatto.

Ora, scappo al primo piano di corsa per poter scendere in camera, mentre il mio amico tiene in sospeso quella follia sul davanzale. Quando arrivo, capisco che non sarà una cazzata neanche il passaggio dopo.

Sposto il divano che c’è sotto e prendo il lato destro del televisore cercando di metterci più forza possibile per alzarlo oltre la struttura della finestra. Appena la TV si appoggia con il suo peso sopra quei 3 millimetri di alluminio ecco che si sentono lamenti e sfrigolii come se un fulmine avesse appena centrato una vecchia in sedia a rotelle.

“Questa cosa non s’ha da fare”

Prendo i cuscini del divano. Con sforzi enormi, riusciamo a sollevare quei 36 pollici di terrore sul davanzale, utilizzando leve svantaggiosissime in cinque millimetri di spazio e a infilare due cuscini sotto, riuscendo a tirarla in dentro, con la speranza che le finestre si riescano a chiudere ancora e che gli infissi non siano da rifare.

Ora, è il mio amico che corre su per scendere giù, che tutta sta storia pare un livello di Super Mario, sapete no, quando entra nei tubi verdi.

Con le ultime energie in corpo, portiamo dentro il mostro e lo sbattiamo in un angolo.

Stremati e con il fiatone ci sdraiamo sul divano, in silenzio, per qualche minuto. Poi, da una mensola, il mio amico prende il manuale d’istruzioni della TV e inizia a cercare.

“Cosa cerchi?”
“Il peso…eccolo…”
“Sarà almeno 60 chili…”
“Pesa 82 chili…”
“Cosa?”
“82 chili…”
“Cazzo pesa quanto me…ma c’è dentro un nano morto per caso? Non ha senso!”

Rimaniamo in silenzio ancora un po’

“Però è bello, consuma come una puttana ma è a 100 Hz” mi dice
“Il mio vecchio era a 60 Hz” gli rispondo

Certo che 40 Hz in più pesano un sacco.

 

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128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

127° giorno – Cinismo liquido

Chiedo ad una ragazza di uscire con me. L’avevo già fatto nel gennaio duemilatredici e come allora, non mi interessa un granché la risposta.

Ai tempi ero stato liquidato con un “non adesso, ho da studiare, ho esami” e altri blablabla. Mi chiedo se adesso la risposta sarà “non adesso, ho da lavorare, da allenarmi, da vedere quella serie tv che tanto mi piace” e altri blablabla che virtualmente occupano ventiquattrore piene di energia al giorno, al punto che gli altri o almeno “me” non sono contemplati.

In realtà non sono convinto perché tanto non c’è scintilla, e io seguo solo quelle o razzi segnalatori ed esplosioni. Non riesco mai ad aspettare una persona, conoscerla e valutare. Sempre amori intensi o non corrisposti, assoluti e al limite del patetico, tragici come un poema di Shakespeare perché se no non hanno senso, non sono abbastanza. Ecco perche piango in “Pearl Harbour” e “Forrest Gump”, rispecchiano il “finché morte non vi separi troppo presto”, una costante della mia vita. Infatti, dopo un po’, quasi vicino alla quadratura del cuore  le cose iniziano a bruciare, fiamma alta venti metri colore blu cobalto e quello che rimane è solo una pioggia di cenere così bianca che pare Natale.

“Mha…”

Mentre penso, svestendomi, rispondo a mia madre dicendole che si, andrò a messa questa mattina, che è domenica. Lei esce, io entro in vasca, dove penserò, scrivendo mentalmente bellissimi inizi di romanzi che rimarranno incompiuti, pensando a lei, a lei e me e infine a me e basta, con rimorsi, rimpianti e anni buttati da ricordare. Non ci vado a messa in realtà, a mia madre mento sempre da un po’ di tempo. Qualcuno mi da del debole per questo, che ho l’età di poter fare quello che voglio senza preoccuparmi degli altri, che se voglio posso tatuarmi come desidero, bestemmiare come desidero, scopare senza sentimento qualsiasi ammasso di carne che riesca ad intortare, fottere il prossimo, spillare soldi, lavorare meno e guadagnare di più facendo il furbo, incurante delle lacrime che sgorgano sulle guance di chi mi sta di fronte, dei loro pensieri, delle loro domande e delusioni, dei loro “dove ho sbagliato, che ne è stato, dove l’ho perso”.

Sembro costretto ad immergermi nel loro cinismo estremo, nell’egoismo, come se fossi abbandonato in una giungla e quello fosse l’unico frutto disponibile. Dovrei non fregarmene delle sofferenze degli altri, del dolore che posso procurare, in una specie di lotta tra highlander in cui ne rimarrà soltanto uno, perché gli altri di me non si curano, che non gliene importa un cazzo se ti feriscono a morte, come se fosse una giustificazione per fare altrimenti, spronato ad affrontare la vita con un’ascia dietro le spalle, tenuta nascosta.

Ma perché dovrei fregarmene?

Per un po’ci ho provato ad incarnare l’egoismo e il cinismo, pubblicizzato come il perfetto antidoto per il mondo che ci circonda. Ma mi sono accorto che non mi voglio bene abbastanza per essere così, a stento mi sopporto. Mi piacciono di più quelli che mi stanno attorno, soprattutto quando mi fanno sentire meno solo.

Perché dovrebbe essere meglio fregarmene, se sono tristi o pieni di problemi? Io li preferisco quando mi sorridono.

A volte penso che chi mi consiglia il cinismo, non sopporta avere a che fare con gente come me.