146° giorno – Hydra

Quindi si, mi ritrovavo dietro un loculo con schermo ad ammazzare zanzare, in una specie di lotta all’ultimo sangue, il mio per il loro. Ogni trofeo finiva in uno spazio bianco cosi che risaltassero le righe chiare su quel corpo nero allungato e totalmente alieno, cosi micorospico e fastidioso.

“Ma come pungono cioè…il pungiglione…l’imbuto che sta davanti, se lo schiacci è molle…cos’è…una specie di erezione?”

Diventa duro e si infila come uno spillo forse oppure no, vedono talmente piccolo e dettagliato nel loro micromondo che il più minuscolo dei pori diventa un pozzo petrolifero e la mia pelle ormai bianchiccia è linda sabbia del deserto e i peli sono alberi morti per il caldo e loro non sono altro che ricchi sauditi che estraggono dal mondo, e il mondo sono io, e loro estraggono estraggono mentre il mondo che sono io cerca di ucciderle, una dopo l’altra con manate, ventate, pugni forti, battimani, pannelli di plexiglass, fogli di carta, biglietti di un concerto stampati da una stampante troppo usurata.

Quando conto i miei trofei li, su quel foglio bianchiccio come la mia pelle che è lindo deserto e conto i morti tutto soddisfatto, con la luce dello schermo che mi deforma la faccia e gli zigomi diventano montagne e le occhiaie sembrano voragini e l’autunno oramai incombe sulla mia testa cosi lucida, con quelle luci al neon che corrono per le rughe come fiumi, ecco che vedo che tutto sommato che se io ora sono il mondo infastidito, ecco, allora, siamo circondati da un sacco di zanzare succhiasangue, succhiavita, succhiafelicità, succhiasperanza, succhiasoldi, succhiacazzi nel mondo quello vero e grande, quello che non sono io, quello che cerca di schiacciarci e mandarci via a suon di tempeste, uragani, vulcani in eruzione, depressioni e crisi economiche.

Milioni di zanzare alte basse, belle e brutte, vestite di stracci o Armani, armate di fucili automatici o di pugni o di parole, eleganti e gentili, raffinate, subdoli, che insegnano a scuola, che non imparano nulla, che ami, che scopi, che saltano all’asta, che battono aste, che bevono, si ubriacano e fingono di divertirsi e che ti tradiscono o che tu tradisci quando diventi zanzara. 

Zanzare che non puoi uccidere. 

Ci provi, gli stacchi la testa e il pungiglione e subito ne escono altre due.

Zanzare hydra.

145° giorno – ONE POUND

Sveglio, dopo una notte in cui ho sognato di essere uno a letto che cercava di addormentarsi senza riuscirci e che si svegliava continuamente, imprecando contro Dio. Come se mi fossi addormentato due volte, come se mi svegliassi stanco il doppio.

L’ora e mezza di trasferimento verso Milano che ne consegue, in realtà, è una palla mortale. Niente consueto libro di Charles sottomano che dannato me, l’ho messo sopra il pianoforte in modo da notarlo e raccattarlo prima di uscire ma si è ritrovato sommerso da volantini dell’Unieuro. Dimenticato. Vengo salvato solo dal fedele ipod e da un paio di tizi pazzoidi e che parlano da soli sul sedile a fianco.

Finchè non arriva lei.

Mi si siede vicino, magra anche troppo, capelli corti, viso bellissimo. Ogni volta che si muove mi tocca dentro con il braccio, poi lo appoggia completamente e rimaniamo in contatto per trenta minuti buoni senza che nessuno dei due si stacchi e tutto questo mi ricorda tanto quel racconto di Charles in cui si trova a contatto con una sconosciuta per un intero viaggio in pulman, senza scambiarsi neppure una parola, solo lievi contatti con il piede e l’eccitazione di Charles che sale, quel suo vederlo più intimo, sensuale e sconcio del sesso stesso. Quando arriva la sua fermata e si alza, appoggia tutta la schiena sul mio braccio per sfilarsi la maglia, in un movimento da sinistra a destra, senza separarsi da me. E’ un turbamento strano. Ora capisco cosa intendeva quel vecchio ubriacone.

***

Sotto il cavallo di bronzo mentre leggo perchè si, sono passato in libreria visto che ero in anticipo per comprarmi un libro per il ritorno, anche se in realtà ne ho presi tre. Aspetto un’amica che arriva puntualissima, raggiante e bella come il sole, una buona scusa per non andare a lavoro una mattina altrimenti normale di un giovedi mattina assolato penso. La saluto. Colazione a base di spremuta d’arancia che non so voi, ma io erano anni che non ne bevevo una. Mi riporta un sacco di ricordi di decine di arance sterminate sopra uno spremiagrumi rosso dal quale si riusciva a stento a recuperare due miseri bicchieri, aspra e con grumi e semi. Io piccolo in attesa, mio nonno, mia mamma, tovaglia rossa. Deliziosa.

“Due cubetti di ghiaccio?”

“Mmmh, me lo consigli?”

“In che senso?”

“Bhe, sembri sapere qualcosa che non so”

“E’ più fresca…”

“Mi hai convinto”

Parliamo circa sei mezz’ore di ogni cosa, una specie di Curriculum della vita dalla nascita fino al momento in cui ci siamo visti questa mattina e questo fino ad ora di pranzo, con il tempo che vola letteralmente. A malincuore la saluto, lei sale su un tram preso d’assalto, io ritorno verso la stazione a piedi, circondato da stand modaioli, modelle troppo magre, modelli troppo alti, tappeti sulla strada troppo comodi, uomini d’affari che ridono e fumano, barboni che chiedono spiccioli, promoter che spruzzano profumi a chi le si avvicina, come se fosse spray al peperoncino per stupratori. Mi allontano dal centro con sollievo e mi infilo a mangiare un panino pollo e maionese che fa letteralmente schifo. Dei piccioni mi osservano con fare curioso e io lascio li il pranzo per terra e mi allontano. Con la coda dell’occhio noto che anche i pennuti non sembrano molto convinti della mia scelta.

***

Cesso della stazione. Solito vecchio che raccatta i cinquanta centesimi obbligatori ma stavolta lo trovo più storto di Guernica e pure più in bianco e nero.

“Cabina”

Mi dice che è uno schifo e io innocentamente gli chiedo “cosa?” ma in cuor mio credo si riferisca alla puzza e alle condizioni igeniche del posto.

No.

“Le tavolette…costano settanta euro l’una, ne ho ordinate cinque pagate in anticipo e ancora non me le consegnano, la gente è irrispettosa”

“Ma noi uomini non le usiamo…”

“Si ma le spaccate lo stesso a quanto pare…”

Piscio ed esco, mi lavo le mani. All’uscita ricomincia la tiritera del vecchio ed io che sono in vena di parlare lo incito a continuare. A lui non sembra vero ma un nuovo cliente arriva con uno scintillante cinquanta centesimi nuovo di zecca e il discorso passa in secondo piano. Io me ne vado, fra tre minuti parte il treno.

***

“Tu dove scendi?”

“Varese”

A chiedermelo è una ragazza abbondante ma molto carina. Sta con un’amica carina anche lei ed un ragazzo cieco. 
Vengo a sapere che il ragazzo cieco deve scendere a Varese, mentre loro si fermano prima e quindi non possono accompagnarlo. 

“Ci penso io” dico

Il ragazzo cieco mette le mani un po’ ovunque sulle ragazze fin troppo gentili, racconta storie di palpeggiamenti da parte di ciechi su persone vedenti successi a lavoro, di liti, di gite con fratello e padre, di lavoro, di musica italiana anni ’40, delle donne basse, di Ischia, di quelle alte, dell’esperienza al buio. Vuole sapere tutto di noi e noi parliamo delle nostre vite finchè ne abbiamo voglia. Ridiamo, qualche battuta, io lascio Charles cartaceo sulla borsa e mi introduco parlando di persone basse diventate famose. Un’ora dopo le ragazze scendono, ci salutiamo e dopo due fermate anch’io scendo e finisco con il pensare che conoscere sconosciuti sopra un treno è un’esperienza da rifare mille volte invece che isolarsi dal mondo.

Stazione. Strano andare in giro con un cieco. Lui ti prende a braccetto e ovviamente tu devi fargli presente che ci sono le scale, e che stai facendo una curva. Tutte le strade cambiano, uso i sottopassaggi invece di fare slalom fra le auto saltando mancorrenti. Non puoi evitare la gente con il cellulare in mano e ci andiamo a sbattere ogni quindici metri e tutti ti guardano in maniera strana e devi stare lontano dagli alberi che lui non li vede, e dai tavolini che lui non li vede e dalle promoter che lui non le vede.

“Una volta ero a braccetto con due tizi e mi hanno rubato il portafogli” mi dice

Non so cosa rispondere, vorrei solo chiedergli cosa se ne fa dell’orologio al polso se tanto “non vede l’ora” ma non faccio in tempo a trovare un sistema per fargli quella domanda senza che sembri una battuta del cazzo che lui clicca un paio di bottoni ed ecco che l’orologio scandisce l’ora con voce tecno-metallica. 

Sorride.

Sorride sempre e mi sembra felice. Non lo capisco ma pure io sono un po’ felice.

Lo accompagno al pulman, lo aiuto a salire mentre srotola il bastone e appena parte vado a prendere il mio.

Dentro l’edicola appoggio sul piattino una moneta da due euro e chiedo un biglietto.

“Non sono due euro…”

“Come no?”

“No…”

Guardo la moneta. Sopra c’è l’effige di Tutankhamon, dietro, la scritta ONE POUND.

“E questa da dove cazzo è uscita?”

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144° giorno – UNO!

Due giorni di fila che esco da lavoro con gli occhi stanchi e un mal di testa mi rimbomba tra le orecchie nonostante oggi sia stato uno dei giorni più silenziosi della storia in ditta, calma placida, solo qualche risata sguaiata di un cliente che sembrava imitasse un macaco.

Controllo il cellulare ogni 21 secondi. Sempre in attesa di risposte a domande e in attesa di darne a mia volta e mi chiedo perchè invece di comportarmi con un nevrotico o una spia con qualcosa da nascondere, non imposti segnali silenziosi che mi avvisino dell’arrivo di qualche messaggio invece di massacrare il pulsante ON già abbondantemente in difficoltà, praticamente mezzo affondato nella scocca. Invece no, il mio cellulare è un sordomuto ormai, non parla, non ascolta, l’ho torturato e seviziato, aspetta solo la morte.

Guardo lo schermo, 3 messaggi. Leggo e rispondo ma subito me ne arrivano altri 4. A volte sembra una sfida ad ‘Uno’. Quando pensi di aver concluso e lo gridi, “UNO!” tutto fiero e soddisfatto, ecco le carte ‘+2’ e ‘+4’ come se piovesse, cambi giro e bastardate che non ti fanno vincere la partita.

Metto in tasca il telefono appena entro nel settore di strada scorticato e perennemente in “lavori in corso”. Mi sento svuotato di energia sotto il sole ancora alto che oggi si raggiungono i venti anche se nuvole lontane sull’orizzonte puzzano di sorpresa fin da qua giù e già mi immagino mentalmente l’odore di asfalto bagnato ma non questo, quello del sud, bombardato di radiazioni solari per mesi e mesi, crepato dal calore, grigio per l’usura, finchè non arriva una rinfrescata spurgatrice, che riempe l’aria di catrame olio e pioggia sporca. Mi piace quell’odore anche se lo so che fa schifo.

La mano va quasi per istinto verso la tasca. “No”

Mentalmente conto fino a “21” resistendo all’istinto. Ci arrivo e vado avanti, “40… 41” avanti “56…57” vado avanti “83…”
Arrivo fino a 144, come avevo deciso fin dall’inzio e parto a scrivere il pezzo di oggi.

Parla di un tizio stanco che cammina su un asfalto sconnesso sotto il sole, fa giochetti strani con la mente, ha la testa stipata di Piani A e B sempre tra l’impossibile e il pazzoide, ha sempre in mano il cellulare, vestito da barbone con barba da fare e che odora l’asfalto d’estate. Davanti al cancello di casa tira fuori le chiavi e, nel gesto, anche il cellulare, involontariamente. Quello cade per terra. L’ennesima volta nella sua breve vita che vola senza colpe e senza scelta, assaggiando l’asfalto scrostato con vetro e plastica, girandosi trentaquattro volte su se stesso. Si china e lo guarda, cosi malconcio e malriparato, “chissà se si accende” pensa. Preme sul tasto di accensione, si accende. Toglie il blocco tastiera…nessun messaggio.

“UNO!” grida al cielo.

143° giorno – Asfalto zen (Tondini scoperti)

Non so perché, ma la mia strada sembra non vada mai bene. Alla fine l’hanno rifatta poco più di due mesi fa. L’avevano aperta per infilarci tubi dentro, lasciando cicatrici di asfalto scuro su quella micapoitantovecchia strada che c’era prima dei lavori, rifatta anche quella appena tre-quattro anni prima.

Lo grattano via come corteccia, l’asfalto, usando un macchinario giallo, alto e sgraziato, mettendo cartelli con scritto “attenzione tondini scoperti” e avvisi di non parcheggiare li per nessun motivo che se no la macchina te la spacchiamo.

Devo dire però, che a differenza dei fossi, dei buchi con la terra e l’acqua dentro, degli scavi sgraziati.di un mese fa, lo scenario di quelle linee e solchi orizzontali che corrono fino alla fine della strada mi ricordano tanto quei giardini giapponesi fatti con i rastrelli che portano la pace nel cuore.

Me ne vado a lavoro con un sorriso da Buddha e pensieri di amore mentre cammino nel “giardino”. Dopo dieci metri mi si infila un pezzo di asfalto nella suola.

Zen il cazzo.

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142° giorno – 100 Hz #2

L’uomo ci porta in una cantina oscura, muri bianchi grezzi e mille porticine con le sbarre. Sembra una prigione.

Penso che non vorrei essere fatto fuori in questo postaccio, che fa proprio film horror e mi starebbe sul cazzo sporcarmi su quel pavimento ma poi mi dico che non ha senso, perchè dovrebbe farci fuori alla fine? Siamo qua solo per prendere un mobiletto, levargli dalle palle un impiccio.

Mentre cerca le chiavi, l’uomo risponde nervoso al telefono sbraitando “Sono in cantina!”. Pare sia sposato. Pare che non veda l’ora di dare via quel capolavoro di mobilio.
Apre la porta sempre con il telefono infilato nell’orecchio destro. Dentro, una borsa con scritto sopra Guardia di Finanza mi rassicura un attimo anche se la parte malvagia del cervello dice che cosi sarà ancora più facile per lui nascondere i cadaveri, da tutore della legge. Scaffali pieni di trolley, ce ne sono almeno nove tutti colorati, PC, scatole piene di roba e li in mezzo, pezzi di legno verniciato grigio tristezza.

“Eccolo” dice, indicando proprio quei pezzi.

Dio se è brutto.

“Dovrebbe reggere no?” chiedo al mio amico, ma sembra ancora assorto nel guardare quel mobiletto orrendo smembrato.

I pezzi di legno sono spessi quanto lo scafo di un sommergibile e sembrano resistenti.

“Guardate…” dice l’uomo mentre prende e sale sopra un pezzo di legno con tutti e due i piedi.

“Vedete no? Resiste…ci stava sopra il mio vecchio Panasonic a 40 pollici”

“Ah, pure il nostro è un Panasonic…100hz?”

“Si…e quello pesava almeno 45 chili e ci stava sopra senza problemi”

“Il nostro 85…”

“Cosa? Scherzi? C’è dentro un nano morto per caso?”

Non so cosa rispondergli. Il mio amico prende 20 euro e glieli passa, io prendo i pezzi di legno e li carichiamo in macchina, abbandonata vicino all’ingresso di un cantiere senza il minimo riguardo. Una volta a casa, di nuovo la corsa per aprire la finestra passando dal piano di sopra, nuovo trasferimento di pezzi.
La scatola grigia prende forma tra viti, brugole e montaggio stile lego. Spostiamo la tele e infiliamo il mobile nell’angolo. E’ il momento.

Solleviamo quella bara di 82 chili con gli occhi fuori dalle orbite e lo piazziamo sul mobile. Sembrano fatti l’uno per l’altra, come gemelli divisi alla nascita.

Ma ci aspettiamo un crack. 

Non c’è…

“Cazzo pare che regga…”

“Cazzo si…”

Ci meritiamo una Sprite.

 

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141° giorno – Cover band

Quando guardo un concerto di una cover band non riesco mai a non pensare all’ipotetico dramma esistenziale che ci sta dietro.

Ho davanti un sacco di gente che balla e che canta insieme a me, alza le mani, la incito e lei risponde. Di quel cantante famoso io imito la voce, mi vesto come lui, mi muovo come lui e pure i capelli sono uguali. La gente dice che gli assomiglio davvero e i miei amici mi chiamano “Liga” o “J-Ax” o “Bon Jovi” o “chicazzotipare”. Sono soddisfatto di quel nomignolo, ce l’ho fatta ad essere come il mio idolo penso, le ore di canto per imitare la voce, look ricercato, farsi quel pizzetto orrendo perché nell’ultimo video “Lui” ce l’ha, tutti sforzi ben ricompensati.

Poi passa il tempo, la gente mi chiama per le serate qualche volta ma sempre di meno, spero di viverci finché a qualcuno ancora interesserà stare sotto un palco a sentire quella roba che magari viene fatta meglio da una band come la mia.

Tre anni dopo. Mi hanno annullato la serata. Ho guardato il cantante della cover band che hanno scelto al nostro posto, l’ho guardato faccia faccia ed è uno specchio solo vent’anni più giovane. Ora sono in un pub con gli altri che beviamo depressi una birra. Il bassista vuole chiudere, il batterista chiede perché non abbiate mai fatto dei pezzi nostri, il talento c’era.

Non lo so, mi chiedo come facevo ad essere felice per la gente che mi acclamava per canzoni non mie anche se pure io le adoravo. Acclamava “Lui” non me, io gli assomigliavo, ero un medium per raggiungere “Lui” e adesso mi ritrovo che non sono più così giovane, la band è allo sbando e io non so chi sono, perché ho vissuto una vita ad essere un altro.

A casa, vado in bagno, mi taglio il pizzetto, mi raso i capelli. In camera, guardo i vestiti sulla sedia e mi viene da vomitare, non sono miei, sono “suoi”. Rovisto nell’armadio di mio fratello, mi metto due stracci, esco.

Incontro un amico che stento mi riconosce. Alza la mano.

“Ciao…” e poi si ferma. Poi continua.

Usa il mio vero nome.

Io nemmeno lo ricordavo più.

140° giorno – Stuttering

Guardo una partita in streaming in un continuo bloccarsi e trasformarsi in un quadro impressionista. Strisce colorate, blocchi, immagini residue che si fondono con il flusso video e l’audio che si blocca, con la voce del commentatore che sembra una macchina in corsa che fa un incidente per poi ripartire magicamente. Le immagini tendono a bloccarsi proprio sui tiri e le azioni un minimo interessanti mentre ogni rimessa laterale o inquadratura di vip mai visti sugli spalti è liscia come l’olio. La televisione in sala intanto, è sintonizzata su un programma sportivo con telecronaca live. È una di quelle trasmissioni con gente che si insulta sboccatamente come bimbi piccoli, persone di una certa età vestite bene che vorrebbero spaccare in testa agli altri sedie e opinioni, sputando mentre urlano. Sento i commenti fino in camera mia e visto che il mio video è abbondantemente in ritardo, so già cosa accadrà sul mio schermo tre minuti dopo. La cosa mi innervosisce, dovrei alzarmi dal letto e raggiungere la porta per chiuderla, ma un peso di 150 chili sul petto con scritto sopra “pigrizia” mi tiene bloccato quindi alzo il volume per contrastare il rumore di quello scambio incivile di opinioni. Sa più di punizione che soluzione, i blocchi dell’audio sono fastidiosi quanto vedere un tizio grattare una lavagna e spesso partono scariche elettrostatiche a 200 decibel.

Tempo due minuti e si blocca del tutto anche il mio commento in spagnolo o almeno, credo fosse in spagnolo vista la sequela di “tscccc!” “skvriiiiitz!” e “qrrruacchh!” che uscivano copiosi dalle casse e che sembravano ben poco delle parole sensate.

Pare sia destino alzarmi e chiudere la porta che non vorrei sentire troppo chiaramente la telecronaca in tempo reale dalla sala. Mi trascino stancamente giù dal letto e appoggio la mano sulla maniglia.

“GOOOOOALLL DELL’INTEEEEER!” sento urlare da un pazzo a 10 metri da me.

Fanculo.

Spengo tutto.

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139° giorno – Safe landing

Pensavo.
Però poi ho smesso verso tipo le 2:34. Saltellavo sulle strisce pedonali, evitando di toccare l’asfalto, dove ci sono anche i piccoli rettangoli per i motorini che occupano tutta la strada fino allo stop, mentre noi si parlava delle classiche situazioni della vita, a volte come in un interrogatorio-confessionale, sotto la luce di un negozio Original Marines. Io a dirla tutta ero confuso sulle situazioni che mi riguardavano e saltellare mi serviva a quello, per non pensare alla confusione ma solo alle strisce e a come non toccare il nero che il dito arriva un po’prima della punta e devi concentrarti, che se la punta sporge dal bianco anche di un solo millimetro hai perso. Provavo anche all’indietro e di lato, solo con il destro, saltando sulle linee sottili in mezzo alla strada. Saltavo e non pensavo a lei, a che fare, a cosa mangiare domani, che film vedere. Solo al bianco della salvezza e alla punta della scarpa. Quando allargo la falcata penso che quasi quasi vorrei fare scherma da grande.

Ora ho smesso di saltellare e sono a letto confuso come prima. Ma non è stato male pensare solo a dove atterrare, per un po’.

138° giorno – x -y = 0

Mia madre è arrabbiata.

Mi racconta che al semaforo, in città, le si avvicina un vecchio per chiedere l’elemosina. Gli aveva dato un’euro il giorno prima, preso dal portamonete davanti al cambio. Oggi, erano rimasti settanta ottanta centesimi, sparsi in tante monete che lei gli mette in mano appena si affianca. Lui si arrabbia, guarda le monete quasi schifato e le lancia sopra il tetto della macchina, insultando mia madre nella sua lingua, guardandola con disprezzo.

Ci rimane male mia mamma.

Abbiamo il vizio di pretendere troppo dagli altri. Sia che dai e sia che prendi, ci speri sempre un po’ che ti arrivi quello vuoi davvero, da quella persona. Solo che spesso lei non può dartela, ti dà il massimo o il meglio ma a te non basta.

Non dovresti ma la biasimi, perché ancora una volta, la differenza non fa zero.

137° giorno – L’abito del monaco

Mentre confeziono nella noia degli ultimi minuti di lavoro un cuore fatto in filo di stagno, mi ritrovo a pensare a come io appaia alla gente, quando mi incontra. Di certo non sembro uno che confeziona cuori di stagno abitualmente, questo è sicuro.

Quando ieri camminavo tra la gente del corso, provavo ad immaginare di incontrarmi per caso sulla strada per vedere un po’ che impressione faccio, cosi, dall’esterno, a me stesso.

Ha senso?

Indosso una maglietta che mi sta diventando piccola, perchè da quando la spalla sinistra collabora un di più riesco ad allenarmi ogni giorno e questo mi fa sembrare ancora più grosso. Ci sto dentro a stento. Da fuori, un sacco di gente potrebbe pensare che occupo due-tre giorni alla settimana in palestra a pomparmi, per questioni di apparenza, per sembrare grosso e cattivo e far paura alla gente e provarci con le tipe sui tappeti da corsa. Potrei sembrare un tipaccio, uno psicopatico, “non ti conoscessi non ti vorrei mai incontrare da solo in un vicolo” mi dice un amico. Ma loro non sanno che ogni giorno, anche se stanco dal lavoro, mi ritrovo in una piazza, con la gente che prende l’aperitivo e che mi guarda come fossi uno scemo, a sudare e a resistere alla fatica e alle gambe che bruciano, alle braccia insensibili, appeso a sbarre, a muretti, a correre, saltare, ruotare le articolazioni anche quando piove, quando c’è freddo e la neve per terra, quando esco dalla ditta e il sole è sparito da due ore e tutto questo solo per amore del movimento.

Mi incrocio mentalmente sul pavè della piazza e penso che mi vedano serio, che non sorrido mentre cammino dritto e tutto questo riflette la prima impressione. Per loro è un “stanne alla larga” istintivo, ho la faccia di uno da non far salire in macchina se mi trovano a bordo strada che faccio autostop. Uno che non scherza perchè non ama scherzare, inutile farmi battute, sono un duro, cuore di pietra, anche se ne confeziono di stagno. Ma loro non lo sanno, la realtà è che non sanno che non sorrido solo perchè la mia faccia non mi piace cosi tanto quando mi viene da ridere. Non sanno che penso sia cosi anche per gli altri. Magari sbaglio, ma io mi vedo strano, mi sento strano, quasi un po’ forzato quando sorrido. Se mi dicono “ridi che facciamo una foto” ne esce un mezzo ghigno. Poi, bastano due minuti e mi metto a diffondere gioia per ogni stupidaggine mentre ne sparo una ventina pure io. Mi serve qualche minuto per carburare quella parte del cervello.

Mi osservo guardondomi dritto negli occhi e anch’io mi osservo, guardandomi negli occhi mentre mi passo a fianco. Ho lo sguardo tagliente.

Ha senso?

Capisco quando dicono che tiro occhiatacce, credo che da fuori sembra che io odi la gente, che sia costretto ad attraversare fiumane di persone per me insignificanti e che guardo con disprezzo. In realtà osservo tutto, fin nei minimi dettagli ed è perchè scatto mentalmente, come se avessi la mia Fuji sempre in mano. Ogni scena di vita per me è inquadratura, ogni dettaglio insignificante può nascondere del bello, e tutti quei dettagli e i gesti minimi, diventano anche le storie che leggete qua sopra. Non disprezzo, amo.

Se tiro le fila del discorso, ne viene fuori che io sembri davvero una brutta persona da fuori, da sobborgo di Caracas, che nasconde il ferro e fa affari loschi, picchia i bambini, maltratta le donne, pensa solo a se stesso, psicopatico.

La realtà è che faccio il designer, il fotografo street, lo scrittore, ogni giorno. Amo Bukowski e Murakami, mi commuovo con i film, non riesco nemmeno a schiacciare gli insetti che trovo in casa, devo riportarli fuori. Amo fare regali agli altri, ho bisogno degli altri. Adoro il mare, il rumore del fuoco, la luce che rimbalza sugli oggetti, ridere.

Ho sentito un sacco di giudizi riportati, sentendo voci, su di me. “Sembra uno stronzo” “egoista” “egocentrico”. Tutto da gente che mi ha visto una sola volta.Credo di essere abbastanza disastroso alla prima impressione.

Purtroppo la gente è davvero stupida mi dico. Però poi, penso a me stesso e a quante volte anch’io finisca per fare la stessa cosa.

Vorrei davvero provarci d’ora in avanti a non mettere mai più una persona in uno schedario dopo i primi quattro minuti.

Che alla fine anch’io quando sono ‘la gente’ sono stupido.

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