163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

129° giorno – 100 Hz

“Mi aiuti a togliere la tv dalla macchina, dopo il lavoro?” mi fa un amico
“Si” rispondo.

Esco da lavoro, 17:30, entro in macchina con lui e andiamo a casa sua.

Tutte le domande precedenti, del tipo “ma ha davvero bisogno di aiuto per una stupida televisione?” oppure “ma avrò capito male?” svaniscono dal cervello come macchie trattate con il Vanish. Si, era un messaggio sponsorizzato, comprate Vanish Oxi Action.

Svaniscono perchè quella che credevo fosse la testata del motore posteriore, appena entro nella sua ‘Saxo’, in realtà si rivela essere un tremendo ed enorme televisore Panasonic 36 pollici che occupa tutto il retro e assetta la macchina peggio di una enduro in impennata. E poi la ‘Saxo’ il motore ce l’ha davanti.

Arriviamo a casa del mio amico, che sta in affitto dal mio capo.
Ora, il mio capo è geniale, simpatico e bravo, ma è completamente pazzo e disorganizzato e questa sua casa rispecchia l’architettura della sua mente. Vedete, la televisione dobbiamo metterla al piano terra, dove c’è la camera da letto, solo che non c’è nessuna porta per entrarci. Infatti, bisogna andare al primo piano, dove c’è la cucina, aprire una porta, scendere delle scale a chiocciola mezze metallo e mezze plastica rubate sicuramente ad un ospedale croato ed infine accedere alla camera.

Una cazzata, se dovessimo spostare un moderno LCD, ma questo, è un CRT ricavato da un panzer della seconda guerra mondiale. Appena lo afferriamo dall’unico appiglio plausibile e lo tiriamo su dal portabagagli, le vene negli occhi tipo esplodono, la schiena urla pietà, gli avambracci si tirano a fionda e capisco subito perchè il mio amico voleva una mano.

E’ un fottuto macigno, e si che sono allenato.

Lo rimettiamo giù con terrore. Per arrivare al bordo della finestra, che è ovviamente altissimo, dobbiamo portarlo oltre l’altezza delle spalle e lì diventa culturismo, senza contare che dobbiamo fare rotazioni kung fu per riuscire a metterci in posizione.

Tentiamo un paio di volte ma quel robo ha la stabilità di un monociclo bucato guidato da una castoro ubriaco e che si è appena lasciato con la moglie e per qualche istante, la TV sembra voglia tentare il suicidio fracassandosi per terra, ondeggiando pericolosamente.

Di nuovo giù.

Dopo cinque minuti decidiamo di appoggiarlo almeno sul bordo, utilizzando la tecnica “incliniamolo, appoggiamolo e tiriamolo su”, cosa che ci costa tre avambracci e sei ernie ma dopo un paio di tentativi ecco che quel suo culone grigio di plastica si appoggia sul marmo.

Fatto.

Ora, scappo al primo piano di corsa per poter scendere in camera, mentre il mio amico tiene in sospeso quella follia sul davanzale. Quando arrivo, capisco che non sarà una cazzata neanche il passaggio dopo.

Sposto il divano che c’è sotto e prendo il lato destro del televisore cercando di metterci più forza possibile per alzarlo oltre la struttura della finestra. Appena la TV si appoggia con il suo peso sopra quei 3 millimetri di alluminio ecco che si sentono lamenti e sfrigolii come se un fulmine avesse appena centrato una vecchia in sedia a rotelle.

“Questa cosa non s’ha da fare”

Prendo i cuscini del divano. Con sforzi enormi, riusciamo a sollevare quei 36 pollici di terrore sul davanzale, utilizzando leve svantaggiosissime in cinque millimetri di spazio e a infilare due cuscini sotto, riuscendo a tirarla in dentro, con la speranza che le finestre si riescano a chiudere ancora e che gli infissi non siano da rifare.

Ora, è il mio amico che corre su per scendere giù, che tutta sta storia pare un livello di Super Mario, sapete no, quando entra nei tubi verdi.

Con le ultime energie in corpo, portiamo dentro il mostro e lo sbattiamo in un angolo.

Stremati e con il fiatone ci sdraiamo sul divano, in silenzio, per qualche minuto. Poi, da una mensola, il mio amico prende il manuale d’istruzioni della TV e inizia a cercare.

“Cosa cerchi?”
“Il peso…eccolo…”
“Sarà almeno 60 chili…”
“Pesa 82 chili…”
“Cosa?”
“82 chili…”
“Cazzo pesa quanto me…ma c’è dentro un nano morto per caso? Non ha senso!”

Rimaniamo in silenzio ancora un po’

“Però è bello, consuma come una puttana ma è a 100 Hz” mi dice
“Il mio vecchio era a 60 Hz” gli rispondo

Certo che 40 Hz in più pesano un sacco.

 

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119° giorno – Fase Rem

Scorrono insulsi minuti di un’insulsa giornata in cui penso pateticamente che potrei fare qualcosa da solo ogni tanto, che prima ci riuscivo a tenermi compagnia abbastanza bene ed invece adesso mi sembra di no.

Ho un lettore di brani musicali digitali carico, una macchina fotografica carica, un carico di sogni e angosce quindi la cosa giusta da fare sarebbe prendere e agire, bello carico e uscire, correre carico, scattare foto ai muri e saltarli carico ascoltando rock che carica ma mi sento inchiodato e quindi allenarmi no, fare foto no. Potrei scrivere ma no.  Scarico.

Non è che sono depresso o meglio, lo sono ma non è uno di quei giorni a tinte scure, telefono che squilla e non rispondi, ti parlano ma non ascolti e rispondi “Si dopo” a qualsiasi domanda.

No non è così.

Sento una mia amica. “Mare?” “No”

Sento una mio amico. “Mare?” “No”

Rimango sdraiato. Forse oggi il mio letto mi piace più del solito e il mio corpo mi sta ordinando di non alzarmi. Chiudo gli occhi e mi ritrovo un’odalisca bionda che mentre ondeggia il culo denso di pizzo e perline, chiede i soldi a qualcuno seduto ad una scrivania. Un uomo grasso, con i baffi grigi, gilet da pescatore in pelle chiara, camicia a righine e occhiali da vista polarizzati. Comanda questo mercantile con timone a vista tutto chiazzato bianco e nero come fosse una mucca e dentro la stiva c’è una festa con tanto di palla dance oldstyle. Neanche il tempo di ambientarmi che parte la scazzottata immediatamente. Mancanza di humor degli invitati, un classico. Un tizio alto e stempiato si alza di scatto da una sedia da giardino pieghevole bianca, rovescia bicchieri da un tavolino e mi urla “ma che cazzo vuoi!” e mi tira un destro in faccia.

“Ma non è che sono apatico e asociale?” chiedo a Sorella, mezza addormentata.
“No…” risponde con voce tra fase rem e rabbia.
“Ma quando non sto giù con voi…con gli altri…e me ne sto qua…neanche in quel caso?”
“Non ti si vede da sei mesi…mi sa di si allora…”

Deve essere così, perché questo letto non è che mi piaccia poi così tanto. Ci sto tipo stretto, le braccia le devo tenere tutte piegate, la schiena fa male perché sul materasso c’è un fosso. Credo lo noti anche questo melone con i bocca e baffi da messicano che ho di fronte. Sembra Mr. Potatoe ma con il sombrero. Lo vedo dal basso, come se mi calpestasse continuamente passo dopo passo, in salita, mentre porta uno zaino enorme in spalla che occupa tutta la visuale. Digrigna i denti e suda, gocce perfette e irrealistiche da fumetto. “Mi sa che sto dormendo” mi dico mentre dormo.

“Potrei provare a stare sdraiato da basso quando ci sono gli altri, sul divano..ma anche quello non è che mi piaccia così tanto. Sento che non potrei alzarmi neanche impegnandomi ecco la verità…ma non è che sono apatico e asociale?”. Sto parlando di nuovo a Sorella. Saranno passate due ore, mi sembra ci sia meno luce. Da stamattina non so nemmeno che tempo faccia nella stanza affianco.

Sorella non risponde, dorme.

“Certo che sei proprio apatica e asociale…” le dico mentre cerco una posizione comoda per dormire. Ma non ci riesco, non riesco ad addormentarmi.

“Non è che questo letto mi piaccia così tanto” dico al melone gigante messicano.

104° giorno – Infinite horizons

Quando mi giro sento paura.

Non la provavo da quando stavo sul bordo di un ponte, con gli occhi nel vuoto. Non mi piace.

Vedo le figure sulla spiaggia e sono piccole e pure io mi sento piccolo mentre attorno il mare si muove, un ostile nulla liquido.

Lì dentro da un’ora, posando lo sguardo verso quell’orizzonte infinito. Bello, metaforicamente, quasi di pace, il momento. Poi, è come un brutto sogno, mi riscopro lontano e di colpo, debole. All’improvviso, paura. Se poco prima era un gioco senza pensieri ora sento la spalla che fa fatica, le gambe che bruciano e quelle persone che continuano ad  essere piccole, li in fondo,  mentre le onde mi sovrastano in un su e giù che fa sparire anche la spiaggia dalla vista.
Cerco di tornare tra gli umani e anche questo, metaforicamente, sarebbe bello ma dentro la rabbia del mare penso solo alla spalla che è quasi insensibile  mentre cerco il più possibile di trovare spinta nella schiuma bianca che a volte mi sommerge, mi fa sentire pesante, mi riempie le orecchie e il naso di sale e acqua.  Ormai mi giro e mi rigiro senza tecnica, sbattendo le gambe e le braccia, riposando qualche secondo, quando le onde si calmano per qualche istante, respirando senza farmi prendere dal panico, tenendo d’occhio la riva, la direzione giusta.

Mi ci vogliono quindici minuti di lotta per riuscire a toccare di nuovo la sabbia con i piedi, con i polmoni che scoppiano, il cuore a mille. Ho le gambe che ancora tremano quando mi siedo sulla spiaggia e mostro di nuovo il volto verso quell’orizzonte infinito.

Per un attimo ci ho pensato davvero…

http://www.youtube.com/watch?v=RvloMFBffn4

15° giorno – Stanchezza

Chi scrive in realtà è la stanchezza perchè io non ne ho voglia. Spero solo di riuscire a dormire questa notte…mi serve; ma questa settimana…faccio tanta fatica a prender sonno…sembra che il mio letto non vada quasi più bene non so…è come quando cresci e ti accorgi che certe cose non fanno più per te. Un’inquietudine strana e molesta e di sicuro qualcosa c’entra il subconscio, che in questi miei stati psico-fisici ci mette sempre la zampa in un modo o nell’altro.

Spezzatino di mio padre, un pezzo di pane. E si che ero partito con l’idea di prendermi una pizza, chiamare due amici, vedermi un film invece, spia della riserva fissa, il motore gorgoglia e sei fermo in piena highway. Il neon che alimenta l’abbiocco post cena.

Sento un paio di colpi di tosse dall’altra stanza.

Sento il caldo che pian piano lascia la camera, bombardata dal sole tutto il giorno, arriva la sera.

Sento che forse questa notte…potrei dormire per davvero.