121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

116° giorno – “Outside”

Non ricordo che nome abbia l’indice del piede. Mi sembrava di saperlo, me lo ha detto qualcuno, da qualche parte. Ce l’ho sotto l’occhio, testa bassa mentre tengo una mano appoggiata sulle piastrelle bianche, acqua scrosciante sul cervello e pensieri. La doccia sulla testa mi piace anche se mi sento strano. Anzi no, mi sento incazzato.

Navigo in una specie di periodo oscuro che a volte vedo meno nero, a volte di più. Un po’come la mia mano sulle piastrelle bianche.

“Oggi è molto abbronzata”

Mi chiamo Emanuele, ho quasi trent’anni e sono incazzato e molto abbronzato. Devo ancora perdere qualche chilo ma sono muscoloso, sono pelato, ho la barba, sembro un tipaccio, sono solo, non so comportarmi, mi lamento, non so come si chiama il dito indice del piede, mi sfogo su quelli che mi vogliono bene, non uso profumi, sono complicato, non so fare un granché.

“Ti vedo da fuori, sbagli” mi dice un mio caro amico al telefono. Mi ha chiamato perché oggi mi ha chiesto quanto nero era il nero e io gliel’ho spiegato.

“Nero nero, anche sui bordi”

Di solito sui bordi c’era l’alone.

Mi dice che io sbaglio, non è che sono sbagliato, sbaglio, Emanuele, trent’anni, incazzato e sbaglio, non sono sbagliato.

“Devi cambiare, cambiare come ti approcci al mondo perché fidati, da dentro è diverso è da fuori che si vede e io lo vedo. Te la ricordi quella volta? ”

Me la ricordavo quella volta. Da dentro era diverso.

Mi fa arrabbiare. Ancora.

Prima della doccia, ero vicino a delle sbarre in un parco e tutto mi faceva male, non potevo continuare. Schiena, spalla, braccio, ginocchio, cuore. Ho iniziato a prendere a pugni i sostegni di legno delle sbarre, ‘tum-tum’

“…è da fuori che si vede…”

‘TUM-TUM’

Mi sono un po’ rovinato le nocche sul legno, tirando quei pugni. Ora, oltre ad essere Emanuele, trent’anni, incazzato, ho anche le nocche che fanno male. Quando torno e mi lavo, sapone liquido bianco docciaschiuma, mano abbronzata nera sulle piastrelle e le nocche bianche, mi brucia tutto.

“…e si vede da fuori…”

Magari è dagli occhi o dalla bocca, o dalle nocche sbucciate che si vede come sono, chi sono io…Emanuele…trent’anni… nocche sbucciate…molto abbronzato. Incazzato anche quando mi asciugo, con ancora qualche chilo di troppo, abbronzati anche quelli. Incazzato alle poste.Incazzato quando stritolo biscotti frollini dentro la tazza di latte. Incazzato mentre ordino una pizza. Incazzato quando scrivo i pezzi. Incazzato quando non faccio nulla, e sono sdraiato e non penso e non dovrei esserlo, incazzato.

Ora che mi asciugo, molto abbronzato, di fronte al mio specchio, con la ciccia, i muscoli, la pelata e la barba e gli occhi arrabbiati che mi guardano da dentro me lo chiedo, che aspetto abbia da fuori, chi sono io da fuori, cosa faccio io da fuori.

Che è da fuori che si vede…

115° giorno – Non così comico

Sono sul cesso che leggo un Topolino del 1996, in attesa di mettermi sotto la doccia che per un motivo o per l’altro, oggi arriva in ritardo per il malcontento del mio corpo sotto sale.

1996 significa diciassette cazzo di anni fa e non dieci come continuo a pensare quando leggo anni ’90.

Ho davanti Sansone, un alano gigante spalmato su delle vignette che non fanno ridere. Il suo padrone è alto con i baffi, sua moglie bionda con i capelli impostati stile ficus bonsai, un po’ da vecchia.

E mentre sono qui sul cesso, ad aspettare non so cosa visto che non sto cagando, ne commettendo atti impuri sessualmente soddisfacenti, mi ritrovo a pensare che adesso, diciassette anni dopo, Sansone l’alano sarà bello che schiattato. Marito e moglie avranno comprato un cane più piccolo oppure niente. Lui avrà 65 anni ad occhio, lei 60. Se non ricordo male hanno un figlio, che sarà grande ormai. Magari gli ha dato dei dispiaceri e non è più “il loro piccolo”, come quando c’era Sansone. Ora si droga, ha una ragazza tossicodipendente che ruba libri in biblioteca per rivenderli. Il padre è molto preoccupato e questo aggrava le condizioni del suo cuore. Ah già! Ha il bypass e mancano ancora tre anni alla pensione. La moglie trova soddisfazioni solo nella torta che prepara per il banchetto della Chiesa, è triste. Sansone è sepolto in giardino, quando vedono la loro tomba gli si stringe il cuore. Quelli si che erano bei tempi, ora invece…giornate grigie, capelli grigi, niente prati verdi ma muri grigi. È finito tutto.

Chiudo il Topolino e lo appoggio sul mobile del bagno.

Accidenti sono tristissimo.

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112° giorno – Decimali

Un unico pensiero fino a quando riuscirò a prendere sonno, questa notte. Ne sono terribilmente certo.

Le ossessioni sono durissime, sono zecche. Prosciugarsi lentamente mentre nella testa c’è il rumore di un martello all’opera, che parte ovattato in lontananza per poi diventare forte, persistente.

“Persistente…non ci penso”

Lo dico facendo un respiro profondo, cercando un equilibrio ma il risultato è che ci pensi più di prima. Provi a pensarci con tutto te stesso allora, facendo il contrario, aspettando che il cervello si stanchi ma tutta quella energia diventa una stretta alla pancia implacabile. Come bere fuoco.

Forse c’è solo da fuggire e ritrovarsi troppo lontano per agire, sbagliare, aggiungere caos. Fare disastri. Perdere tutto. La via del codardo, che ho preso mille volte dopo le altre mille che ci ho provato, fallito, ricominciato, riprovato, fallito di nuovo e di nuovo, ancora e ancora.

Non so esattamente come succedano le cose, li, dentro la testa, poi nella gola e nello stomaco, nella pancia e in quei puntini sulla pelle quando senti un brivido. È possibile che tutto quel casino sia una specie di vento vorticoso che ti mischia l’alfabeto e il pensiero A diventa B e ti svegli che è cambiato tutto e nemmeno sai quando, perché, come. Magari in un sogno, dopo un’idea, con una stretta di mano o durante una telefonata, non lo sai. Butto via tempo in un impegno costante all’insegna di creare categorie, selezione precisa di cose da fare e non fare, cosa pensare e non pensare, schedario di persone e come comportarsi con loro ma si tratta solo di mucchietti di foglie separate, come nel prato davanti casa, autunno, rastrello in mano, nuvole nere all’orizzonte e brontolio sommesso del cielo. Basta un piccolo tempestoso vento di dubbio e incertezza per spazzare tutto, mischiare le carte in tavola. Pragmatismo, logica sono fatti per scontrarsi con istinto e sentimento e io sono animale. Cazzo, lo so già chi vince.

L’ho sempre saputo che i miei mucchietti sono solo castelli di carta. Non ci riesco a ragionare, risolvere equazioni, distinguere tra giusto e sbagliato, riuscire ad avere risultati esatti, senza virgole.

Quando esco tra di voi, tra la gente e ci vediamo, faccia a faccia, mi chiedo se lo noti  che tutto sta cambiando e che io sto cambiando, ancora una volta.

Il destino di una vita fatta di virgole e decimali.

79° giorno – Il treno

“Downbound train” del Boss nelle orecchie mi parla di amore, treni e vita. Esco mezz’ora dopo da casa oggi, in ritardo per il lavoro e quasi mi sembra di aver fregato il Truman Show perché in giro non ci sono le comparse della mia vita ne rumori in lontananza. Silenzio, caldo ed io che cammino. Il boss mi racconta che tornando a casa, dopo una corsa disperata, non ha più trovato la sua donna, con in lontananza il fischio di un treno in partenza. Lei è dentro quel treno, ne è sicuro. Lo ha lasciato.

Mi manca la stazione… prendere il treno dal mio paese. La verità è che sono malinconico…e mi mancano un sacco di cose, non solo due rotaie. Da piccolo, non ho mai chiesto di crescere o diventare grande, andava bene così. Troppo sognatore per realizzare che certi desideri non si realizzano, che c’è sempre un limite. Un bambino invece, può credere in tutto, senza dover iniziare a costruire qualcosa o dimostrare di valere a qualcuno, scontrarsi con le persone, con le idee, con la stupidità umana. Un bambino può ambire ad ogni cosa senza sembrare stupido, senza attirare odio o scherno. Può essere astronauta, ingegnere, scienziato o calciatore…è bello essere bambini.

Adesso è tutto diverso.

Certo, va a giorni, a volte sei disilluso e cazzo, non basta un argano da porto a tirarti su. Altre, hai una ferma convinzione tatuata a fuoco sulla pelle e spaccheresti il mondo. Probabilmente la realtà del tuo essere sta nel mezzo…ancora ci credi ma cominci ad avere paura anche se non sai di cosa o almeno, non ne sei sicuro…

Del fallimento…

O paura di non provarci nemmeno. Accontentarsi e un giorno pentirsene.

Oppure paura di riuscirci e poi perdere tutto, come il Boss, proprio adesso, nelle mie cuffie.

Il suo amore non c’è più mi spiega, il fischio del treno è lontano e lui non può più rincorrerla, è finita.

Si butta in ginocchio e piange.