85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

84° giorno – Poesia

Bene bene, che scrivere di questo giorno, adesso che sono le 3:01 e non ne ho nessuna voglia?

Penso a qualcosa di breve, una frase ad effetto rapida che dia l’illusione che ci abbia pensato per tipo tutto il giorno, una frase che mi faccia sembrare uno che sulla vita ci fa dei ragionamenti pesanti, uno intelligente e non uno scemo come tanti.

“La finestra sulla mia anima oggi era rigata di pioggia”

Bella no? Sembra che sia stato per ore in riflessione sul disagio del mio essere guardando un albero piegato dal vento mentre sorseggiavo una tisana su un pavimento in tek.

“Oggi c’è spazio solo per i miei ingombranti vuoti”

Sempre meglio. Forse sono stato a ragionare sull’amore che non trovo invece, sulle incertezze e sulla solitudine. Io da solo in una grotta o in una stanza bianca con la luce tremula di una candela, vestito con un saio, braccia e gambe conserti tipo maestro di yoga o maestro Yoda.

In realtà, ho mangiato un gelato, poi un hamburger, sono andato in giro a dire stupidaggini con altri scemi e a vedere un filmaccio americano di quelli stupidi. Non ho pensato o pianto, ne ragionato sulla mia esistenza o fatto qualcosa di davvero interessante.

Ma se vi piace di più, posso riassumerlo con un “assaporare i dolci gusti della terra e imparare dalle crude immagini di un mondo perverso”

Così, per sembrare un uomo profondo…

83° giorno – Usb

Mi sdraio gonfio di torta, prosecco e stanchezza con il forte desiderio di starmene a casa domani e dormire magari, come uno si aspetta da un sabato mattina. Toccherà alzarmi invece, per colpa di un oggetto lungo tre centimetri e largo uno, la mia chiavetta usb. L’ho lasciata a lavoro e solo quando non ce l’ho a portata di mano capisco che la mia vita è tutta lì dentro. Documenti, foto, progetti… Se ho un pensiero, lo scrivo e lo salvo. Se ho un’idea la disegno e la salvo. A casa, come a lavoro è un continuo correre, salvare, cambiare computer, trasferire da memoria a memoria. I gesti più frequenti della mia vita sono passati da i tiri al canestro e le strette di mano allo staccare in maniera poco sicura le chiavette usb.

Certo che i bei tempi in cui scrivevo e disegnavo sulla moleskine mi sembrano lontanissimi e decisamente migliori. Verissimo che rimettersi a pc a trascrivere era una noia mortale però quando volevo rileggere qualcosa non dovevo accendere il pc, entrare con il mio ‘account’ digitando una ‘password’ e poi aprire ‘wordpad’ per caricare il file ‘rich text format’ da cercare su chissà quale ‘folder’ del ‘desktop’. Chilowatt buttati, una schiena martellata dalle tipiche posizioni scorrette di chi sta al pc, 32 pollici di schermo a 10 cm dalla faccia perché non c’era spazio per metterlo lontano ma il display lo volevo comunque grande.

Tutto questo per l’equivalente di sfogliare due pagine sdraiato sul letto.

Tutto per 4 righe scritte male.

Manco fossi Dante…

82° giorno – 0,00176 Km

Che strano malessere, come se non avessi più energie, come se fossi intrappolato in un sarcofago invisibile. Me ne sto sdraiato sul letto, intorpidito, e penso a quanto oggi sia completamente diverso da ieri.

24 ore fa ero circondato da gente, oggi sono solo. Raccontavo di me e delle mie passioni davanti ad un obiettivo largo come una padella, oggi non voglio parlare con nessuno. Ero ad un concerto ora invece, ho pure l’ipod scarico. Ho perso il cavo.
Sdraiato, i pensieri si focalizzano insieme alle immagini dei ricordi…

…un dj continua a smanettare sulle manopole ma la musica rimane uguale, quindi mi chiedo se sia un ballo il suo, una specie di macarena fatta sul mixer. Attorno a me, un banchetto umano per le zanzare attende che gli artisti compaiano sul palco. L’odore di erba comincia ad unirsi a quello del sudore e dell’Autan. In anticipo di ben 2 minuti e 34 secondi, assistiamo al pubblico che si ingrossa, diventa più numeroso e comincia la trafila di gente che ti passa dietro le spalle o davanti, manco avessi l’aspetto di un tornello da stadio. Penso che un tempo forse sarei stato considerato di statura media con i miei 0,00176 Km di altezza e invece adesso, mi ritrovo circondato da bambini più alti di me e ragazzine tredicenni che “ci siamo quasi”.

Mi sento quasi piccolo.

Ma nella vita tutto sommato riesco senza patemi ad arrivare ancora agli scaffali più alti, toccare un canestro da basket, non avere problemi di teste sagomate sullo schermo del cinema e vedere un cantante sul palco. Ancora a misura di mondo.
Finché non arriva lui.

Altezza intorno ai due metri, largo come un paio di lavatrici Indesit attaccate con lo scotch e giusto per evitare che riesca a vedere qualcosa, una chioma di capelli che pare un arbusto di corbezzolo con sindrome di gigantismo. Quando inzia il concerto, vuoi per la calca, vuoi perchè volevo provare a vedere qualcosa mi distacco, defilandomi ma puntualmente, per inerzia o destino beffardo, me lo ritrovo davanti, come se fosse calato dall’alto da un elicottero.
Sembra che spunti dal nulla. Non balla, non si muove, sta fermo nella stessa posa, immobile completamente, che registra il concerto con l’iphone da altezze vertiginose. Fermo come un pilastro ma più peloso. Il monolite di 2001 odissea nello spazio ma armato di video-fonino.

Dopo il concerto, mentre mi lasciavo scivolare sul fianco i rimasugli dello skyline milanese punteggiato di giallo-luce, pensavo al perchè la maggior parte dei ragazzi della sua età, avrà 16 anni, invece di guardare il concerto e cantare a squarciagola lo registra.

Forse perchè cosi può metterlo su youtube, insieme a milioni di altri video tutti uguali fatti dagli altri stronzi che stanno
riprendendo.

“Che pratica stupida!” mi dico e li insulto, finchè non ricordo che pure io ieri mi son ritrovato a riprendere un pezzo di concerto con il braccio intorpidito stagliato verso il cielo come uno scemo.

Capisco che lo fai solo perchè credi che quello che piace a te agli altri non piaccia e vuoi essere sicuro di tenerlo da parte quel momento, che tu si che sei sveglio e che hai capito tutto, che hai carpito la vera bellezza di quel micro-mondo. A me succede sempre, in ogni cosa.

Poi ti guardi in giro e scopri che ci sono 562 aspiranti registi, filosofi o scrittori che fanno la stessa cosa.

Che palle…

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81° giorno – 31

Io sono per la filosofia “se hai fatto trenta fai trentuno”

Ho un cratere sul tallone, dovuto a calze corte con il vizio di fare riunione sulle dita. Senza cotone protettivo la pelle sfregava come sulla carta vetrata in un processo abrasivo che può solo portare a brutte conseguenze. Ma mica mi poteva bastare, no…

Giorno dopo, scarpa fashion con suola spessore 4 millimetri che ti fanno sentire ogni sassolino che si para sulla strada e poi i chilometri su e giù per le città e ancora il tallone che gratta e persistere a camminare, a saltare ad un concerto, fino a mezzanotte.

Ora, a letto, mi accorgo di aver fatto trentuno, con il piede sinistro che quasi non si muove più. Mi fa male tutto quanto fino al ginocchio e se stringo le dita sento che il polpaccio riceve tipo scosse elettriche. Non bene. Credo che sia perché ho iniziato a camminare storto per evitare la grattugia del tallone, intorno alle 15, non pensando ai miei poveri muscoli.

Mai stato uno che pensa al futuro lo ammetto, tranne il giorno dopo, con il più scontato dei senni di poi.

Che a proposito di giorni dopo…questo 81° è stato molto più interessante di così ma avevo già deciso di raccontarlo con quello di domani.

Sembrerebbe un basso trucchetto da lestofante ma la realtà è che domani sarà una giornata inutile.

Meglio tenersi qualcosa di interessante da raccontare…

78° giorno – “Sccciuuuuuurlllp!”

“Sccciuuuuuurlllp!”

Periodaccio questo, perché ho la tendenza a non sopportare le persone.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Che mi infastidisce ogni cosa, dai gesti ai pensieri, alle ideologie. Le parole e l’abbigliamento, le acconciature. Quasi tutto.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Però non reagisco violentemente, non faccio scenate, “serbo tutte queste cose nel mio cuore” come Maria che chissà perché sta cosa della Bibbia mi è rimasta. Se non sbaglio stava sempre alla fine del Vangelo, quando Gesù tipo diceva qualcosa di fico o montava un casino dei suoi e visto che al resto non prestavo attenzione, la frase finale era il segno che potevo svegliarmi. Ci sta che me la ricordi.

“Sccciuuuuuurlllp!”

C’era scritto anche qualcosa del tipo “ama il prossimo tuo come te stesso” ma ultimamente niente da fare, e questo continuo “Sccciuuuuuurlllp!” peggiora solo la situazione. D’altronde, perché fare casino mentre si mangia? Risucchiare roba come un’idrovora mentre il resto della gente non fa il minimo rumore consumando lo stesso piatto? Tutti tranquilli ed educati mentre te “Sccciuuuuuurlllp!”. Non ti guardo ma mi immagino un muso sporco di sugo e pezzi di animali sparsi in giro, particelle di cibo che svolazzano per inerzia dopo ogni “Sccciuuuuuurlllp!”.

Come faccio, Bontà Celeste, ad amare il prossimo mio se quello moltiplica la mia insofferenza più di pani e pesci? Che poi il mio auto-masochismo non fa altro che farmi concentrare su quel rumore, quell’ostentare gusto, come se fosse la sostituzione di un “complimenti al cuoco” ma fatto con degli “Sccciuuuuuurlllp!” più fastidiosi di un rutto.

“Sccciuuuuuurlllp!” 

Mi alzo e urlo con tutto me stesso: “basta con sti versi! Se mangi un brodo che fai, imiti una barca a motore?”. Sguardi sconcertati, forchette che cadono, finalmente silenzio di tomba…anzi, di sepolcro. Verrò cacciato, insultato, crocifisso. Parte la rissa e l’indignazione, sono la nuova pietra di scandalo della famiglia…

…mi piacerebbe, ma invece stringo solo ha forchetta più forte mentre serbo i miei film mentali dentro il cuore, tacendo pavidamente. Alla mia destra nessun meritato silenzio di sconcerto, solo…

“Sccciuuuuuurlllp!”

76° giorno – Okome

Torno dopo aver ingurgitato grosse quantità di pesce e riso. Avendoci bevuto sopra anche tredici bottiglie d’acqua mi sento un bidone e ringrazio di essere a letto. Dovrei essere a dieta, mi alleno tantissimo eppure mi vedo sempre più grosso come nei discorsi delle quindicenni anoressiche e non capisco mai se credere alla leggenda che sono i muscoli che spingono in fuori la ciccia o in realtà stia ingrassando, anche se non ha senso.

A parziale scusante, bevo come un cammello. Arrivo a casa, tiro fuori una bottiglia da due litri e la finisco subito, poi ne prendo un’altra e attacco pure con quella. Ma anche a lavoro bevo e la sera e quando mi sveglio di notte. Sempre.

Non è che ho sete, è che voglio bere acqua.

Certo che dovrei attenermi più ai piani non mangiare e bere a caso…rimettermi in equilibrio insomma.

Ma sembra proprio che l’equilibrio non sia roba per me. In niente di quello che faccio.

75° giorno – Razzo gomito

Io, quello che si guarda i film ungheresi in bianco e nero, quello che “Tarkovskji è il migliore”, quello che “la sceneggiatura è sterile e mal scritta” , quello che “i personaggi sono banali e poco realistici”, quello che odia i dialoghi epici per caricare le folle, i sacrifici per il bene superiore, i baci e i lieto fine, quello che odia i cliché, gli eventi scontati i personaggi belli, forti e vincenti, le esplosioni tanto per, quello che se si parla di cinema devo sempre dire la mia perché credo di sapere di cosa parlo…

Ecco, io, quello lì di cui vi parlavo, il raffinato del grande schermo, che sta dalla parte dell’indipendente regista underdog, alla fine è uscito esaltato come un bambino per dei robottoni che pestano a sangue dei mostri giganti tra personaggi banali, sacrifici, discorsi, lieto fine, sceneggiature inutili e tutto il resto in mezzo a città rase al suolo ed esplosioni senza senso.

Io, sono un buffone…

71° giorno – Sacro Graal

Wimbledon prende possesso della TV e tutte le volte che il giudice esclama “15-love” io capisco “fettina” e quell’erba che riempe lo schermo mi sembra un ottimo contorno di insalata.

Ho fame.

Strana sensazione essere malato con 45° gradi fuori. Io che poi nemmeno ricordavo più come ci si sentiva da ammalati. Un gran senso di fame dicevo, un gran sonno, che stanotte non ho mica dormito un granché. Avevo freddo, ma con il lenzuolo sopra avevo caldo quindi ho tenuto giusto mezzo lenzuolo rimanendo mezzo-scoperto con il risultato che il mio raffreddore è pure mezzo-peggiorato, io che non mi ammalo mai ma al massimo mi mezzo-ammalo.

Non dovevo fidarmi della finestra aperta, in questi due giorni in cui tempeste solari si alternano con nuvole e scrosci d’acqua mixando primavera e autunno alla faccia delle mezze-stagioni sparite. Ne sta arrivando uno adesso di temporale, che si fonde con i residui del giorno, la tipica luce dorata che noi fotografi amiamo, creando una sensazione malinconica.

Mi alzo con fatica, con il fisico di un paralitico dopo un incontro di box con Tyson dei tempi d’oro e vado in cucina, dove ascolto in silenzio se il frigorifero è vivo visto che sono tempi duri anche per lui. A volte cade in coma e c’è la forte preoccupazione che le interiora, ovvero il cibo che c’è dentro, vadano in decomposizione. Una cosa antipatica quando la spesa l’hai stata fatta il giorno prima ma per fortuna il ronzio sommesso mi rassicura un attimo, speriamo passi la notte. Dentro il vecchio frigo, un sacco di robe buone che per scelta non posso mangiare per cui comincio a guardare se in giro ci sia qualcosa di accettabile e io mi immagino che dall’esterno possa assomigliare ad un tecnico di CSI alla ricerca di prove.

“Grissom! Qua c’è una fetta di Bologna!”

Affettati, melone, frutta, coppa di cioccolato con dentro la panna, uova, burro, verdure…naaaa, sto quasi accettando il fatto di lasciare perdere e di ritornare sul letto davanti a quella brutta finale di tennis.

Poi, dietro un panetto di burro e una melanzana esageratamente gonfia, noto un dettaglio, qualcosa di estremamente familiare ed infatti, ecco il Sacro Graal dei miei pomeriggi, lo yogurt alla banana.

Sapete quelle scatole di yogurt attaccate le une con le altre, due gusti in fila. Ce ne sono due di albiccocca, due di fragola, due di banana e cosi via. Quello alla banana è il primo che finisco di solito ma ecco che Dio, o la Fortuna, o qualche divinità tentacolare che esiste in abissi mistici, per dimostrarmi la loro esistenza e benevolenza, si manifestano dentro il mio frigorifero puntualmente rifornendomi di uno yogurt alla banana che in teoria non dovrebbe esistere perchè li hai finiti tutti quattro giorni prima ed è impossibile che te ne sia sfuggito uno. Sacro Yogurt alla banana zen.

“Grazie divinità” penso mentre lo mangio

“Grazie per questo dono, ancora una volta!”

Certo, che se adesso queste divinità alzassero il tiro e materializzassero dentro il frigo anche un po’ di soldi o la donna della mia vita lo apprezzerei di più.

Sembra quando lo zio miliardario ti da 5 euro per comprarti il gelato.

Barbone.

19° giorno – I’m thinking in the rain…

Mi chiedevo il perchè del piede sinistro cosi zuppo, mentre quello destro, nonostante l’alluvione aerea di cui siamo vittime, non se la passava cosi male. Durante i 5 minuti di viaggio di andata, verso il lavoro, sentivo il freddo crescere e il livello dell’acqua salire dentro la scarpa. Forse c’erano anche un paio di pesci.

In pausa pranzo controllo le scarpe: nessun foro, la pelle è la stessa dell’altra eppure, quella scarpa si bagna di più. Altro viaggio, di nuovo a lavoro per il pomeriggio, altro bagno ghiacciato per il mio povero piede, altra estrema procedura di riscaldamento tramite puzzolente stufa elettrica che dio solo sa cosa emana di nocivo appena la si accende, un odore nauseabondo che sa di metallo messo sul fornello con del raid antiscarafaggi spruzzato sopra, per dargli un gusto più saporito.

Ci vogliono 3-4 ore per riuscire a sentire ancora del calore arrivare alla caviglia, mentre io, disperato, pensavo già ad una vita senza arto inferiore sinistro.

Le 17:43, tempo di tornare a casa, fuori, ancora cascate di acqua dal cielo, stesso tragitto, stesse pozzanghere da evitare, ma con qualcosa di diverso.

Perchè finalmente capisco…tengo l’ombrello sempre con la destra ma più al centro.

Guardacaso, le scarpe adesso si bagnano allo stesso modo.