141° giorno – Cover band

Quando guardo un concerto di una cover band non riesco mai a non pensare all’ipotetico dramma esistenziale che ci sta dietro.

Ho davanti un sacco di gente che balla e che canta insieme a me, alza le mani, la incito e lei risponde. Di quel cantante famoso io imito la voce, mi vesto come lui, mi muovo come lui e pure i capelli sono uguali. La gente dice che gli assomiglio davvero e i miei amici mi chiamano “Liga” o “J-Ax” o “Bon Jovi” o “chicazzotipare”. Sono soddisfatto di quel nomignolo, ce l’ho fatta ad essere come il mio idolo penso, le ore di canto per imitare la voce, look ricercato, farsi quel pizzetto orrendo perché nell’ultimo video “Lui” ce l’ha, tutti sforzi ben ricompensati.

Poi passa il tempo, la gente mi chiama per le serate qualche volta ma sempre di meno, spero di viverci finché a qualcuno ancora interesserà stare sotto un palco a sentire quella roba che magari viene fatta meglio da una band come la mia.

Tre anni dopo. Mi hanno annullato la serata. Ho guardato il cantante della cover band che hanno scelto al nostro posto, l’ho guardato faccia faccia ed è uno specchio solo vent’anni più giovane. Ora sono in un pub con gli altri che beviamo depressi una birra. Il bassista vuole chiudere, il batterista chiede perché non abbiate mai fatto dei pezzi nostri, il talento c’era.

Non lo so, mi chiedo come facevo ad essere felice per la gente che mi acclamava per canzoni non mie anche se pure io le adoravo. Acclamava “Lui” non me, io gli assomigliavo, ero un medium per raggiungere “Lui” e adesso mi ritrovo che non sono più così giovane, la band è allo sbando e io non so chi sono, perché ho vissuto una vita ad essere un altro.

A casa, vado in bagno, mi taglio il pizzetto, mi raso i capelli. In camera, guardo i vestiti sulla sedia e mi viene da vomitare, non sono miei, sono “suoi”. Rovisto nell’armadio di mio fratello, mi metto due stracci, esco.

Incontro un amico che stento mi riconosce. Alza la mano.

“Ciao…” e poi si ferma. Poi continua.

Usa il mio vero nome.

Io nemmeno lo ricordavo più.

140° giorno – Stuttering

Guardo una partita in streaming in un continuo bloccarsi e trasformarsi in un quadro impressionista. Strisce colorate, blocchi, immagini residue che si fondono con il flusso video e l’audio che si blocca, con la voce del commentatore che sembra una macchina in corsa che fa un incidente per poi ripartire magicamente. Le immagini tendono a bloccarsi proprio sui tiri e le azioni un minimo interessanti mentre ogni rimessa laterale o inquadratura di vip mai visti sugli spalti è liscia come l’olio. La televisione in sala intanto, è sintonizzata su un programma sportivo con telecronaca live. È una di quelle trasmissioni con gente che si insulta sboccatamente come bimbi piccoli, persone di una certa età vestite bene che vorrebbero spaccare in testa agli altri sedie e opinioni, sputando mentre urlano. Sento i commenti fino in camera mia e visto che il mio video è abbondantemente in ritardo, so già cosa accadrà sul mio schermo tre minuti dopo. La cosa mi innervosisce, dovrei alzarmi dal letto e raggiungere la porta per chiuderla, ma un peso di 150 chili sul petto con scritto sopra “pigrizia” mi tiene bloccato quindi alzo il volume per contrastare il rumore di quello scambio incivile di opinioni. Sa più di punizione che soluzione, i blocchi dell’audio sono fastidiosi quanto vedere un tizio grattare una lavagna e spesso partono scariche elettrostatiche a 200 decibel.

Tempo due minuti e si blocca del tutto anche il mio commento in spagnolo o almeno, credo fosse in spagnolo vista la sequela di “tscccc!” “skvriiiiitz!” e “qrrruacchh!” che uscivano copiosi dalle casse e che sembravano ben poco delle parole sensate.

Pare sia destino alzarmi e chiudere la porta che non vorrei sentire troppo chiaramente la telecronaca in tempo reale dalla sala. Mi trascino stancamente giù dal letto e appoggio la mano sulla maniglia.

“GOOOOOALLL DELL’INTEEEEER!” sento urlare da un pazzo a 10 metri da me.

Fanculo.

Spengo tutto.

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139° giorno – Safe landing

Pensavo.
Però poi ho smesso verso tipo le 2:34. Saltellavo sulle strisce pedonali, evitando di toccare l’asfalto, dove ci sono anche i piccoli rettangoli per i motorini che occupano tutta la strada fino allo stop, mentre noi si parlava delle classiche situazioni della vita, a volte come in un interrogatorio-confessionale, sotto la luce di un negozio Original Marines. Io a dirla tutta ero confuso sulle situazioni che mi riguardavano e saltellare mi serviva a quello, per non pensare alla confusione ma solo alle strisce e a come non toccare il nero che il dito arriva un po’prima della punta e devi concentrarti, che se la punta sporge dal bianco anche di un solo millimetro hai perso. Provavo anche all’indietro e di lato, solo con il destro, saltando sulle linee sottili in mezzo alla strada. Saltavo e non pensavo a lei, a che fare, a cosa mangiare domani, che film vedere. Solo al bianco della salvezza e alla punta della scarpa. Quando allargo la falcata penso che quasi quasi vorrei fare scherma da grande.

Ora ho smesso di saltellare e sono a letto confuso come prima. Ma non è stato male pensare solo a dove atterrare, per un po’.

138° giorno – x -y = 0

Mia madre è arrabbiata.

Mi racconta che al semaforo, in città, le si avvicina un vecchio per chiedere l’elemosina. Gli aveva dato un’euro il giorno prima, preso dal portamonete davanti al cambio. Oggi, erano rimasti settanta ottanta centesimi, sparsi in tante monete che lei gli mette in mano appena si affianca. Lui si arrabbia, guarda le monete quasi schifato e le lancia sopra il tetto della macchina, insultando mia madre nella sua lingua, guardandola con disprezzo.

Ci rimane male mia mamma.

Abbiamo il vizio di pretendere troppo dagli altri. Sia che dai e sia che prendi, ci speri sempre un po’ che ti arrivi quello vuoi davvero, da quella persona. Solo che spesso lei non può dartela, ti dà il massimo o il meglio ma a te non basta.

Non dovresti ma la biasimi, perché ancora una volta, la differenza non fa zero.

137° giorno – L’abito del monaco

Mentre confeziono nella noia degli ultimi minuti di lavoro un cuore fatto in filo di stagno, mi ritrovo a pensare a come io appaia alla gente, quando mi incontra. Di certo non sembro uno che confeziona cuori di stagno abitualmente, questo è sicuro.

Quando ieri camminavo tra la gente del corso, provavo ad immaginare di incontrarmi per caso sulla strada per vedere un po’ che impressione faccio, cosi, dall’esterno, a me stesso.

Ha senso?

Indosso una maglietta che mi sta diventando piccola, perchè da quando la spalla sinistra collabora un di più riesco ad allenarmi ogni giorno e questo mi fa sembrare ancora più grosso. Ci sto dentro a stento. Da fuori, un sacco di gente potrebbe pensare che occupo due-tre giorni alla settimana in palestra a pomparmi, per questioni di apparenza, per sembrare grosso e cattivo e far paura alla gente e provarci con le tipe sui tappeti da corsa. Potrei sembrare un tipaccio, uno psicopatico, “non ti conoscessi non ti vorrei mai incontrare da solo in un vicolo” mi dice un amico. Ma loro non sanno che ogni giorno, anche se stanco dal lavoro, mi ritrovo in una piazza, con la gente che prende l’aperitivo e che mi guarda come fossi uno scemo, a sudare e a resistere alla fatica e alle gambe che bruciano, alle braccia insensibili, appeso a sbarre, a muretti, a correre, saltare, ruotare le articolazioni anche quando piove, quando c’è freddo e la neve per terra, quando esco dalla ditta e il sole è sparito da due ore e tutto questo solo per amore del movimento.

Mi incrocio mentalmente sul pavè della piazza e penso che mi vedano serio, che non sorrido mentre cammino dritto e tutto questo riflette la prima impressione. Per loro è un “stanne alla larga” istintivo, ho la faccia di uno da non far salire in macchina se mi trovano a bordo strada che faccio autostop. Uno che non scherza perchè non ama scherzare, inutile farmi battute, sono un duro, cuore di pietra, anche se ne confeziono di stagno. Ma loro non lo sanno, la realtà è che non sanno che non sorrido solo perchè la mia faccia non mi piace cosi tanto quando mi viene da ridere. Non sanno che penso sia cosi anche per gli altri. Magari sbaglio, ma io mi vedo strano, mi sento strano, quasi un po’ forzato quando sorrido. Se mi dicono “ridi che facciamo una foto” ne esce un mezzo ghigno. Poi, bastano due minuti e mi metto a diffondere gioia per ogni stupidaggine mentre ne sparo una ventina pure io. Mi serve qualche minuto per carburare quella parte del cervello.

Mi osservo guardondomi dritto negli occhi e anch’io mi osservo, guardandomi negli occhi mentre mi passo a fianco. Ho lo sguardo tagliente.

Ha senso?

Capisco quando dicono che tiro occhiatacce, credo che da fuori sembra che io odi la gente, che sia costretto ad attraversare fiumane di persone per me insignificanti e che guardo con disprezzo. In realtà osservo tutto, fin nei minimi dettagli ed è perchè scatto mentalmente, come se avessi la mia Fuji sempre in mano. Ogni scena di vita per me è inquadratura, ogni dettaglio insignificante può nascondere del bello, e tutti quei dettagli e i gesti minimi, diventano anche le storie che leggete qua sopra. Non disprezzo, amo.

Se tiro le fila del discorso, ne viene fuori che io sembri davvero una brutta persona da fuori, da sobborgo di Caracas, che nasconde il ferro e fa affari loschi, picchia i bambini, maltratta le donne, pensa solo a se stesso, psicopatico.

La realtà è che faccio il designer, il fotografo street, lo scrittore, ogni giorno. Amo Bukowski e Murakami, mi commuovo con i film, non riesco nemmeno a schiacciare gli insetti che trovo in casa, devo riportarli fuori. Amo fare regali agli altri, ho bisogno degli altri. Adoro il mare, il rumore del fuoco, la luce che rimbalza sugli oggetti, ridere.

Ho sentito un sacco di giudizi riportati, sentendo voci, su di me. “Sembra uno stronzo” “egoista” “egocentrico”. Tutto da gente che mi ha visto una sola volta.Credo di essere abbastanza disastroso alla prima impressione.

Purtroppo la gente è davvero stupida mi dico. Però poi, penso a me stesso e a quante volte anch’io finisca per fare la stessa cosa.

Vorrei davvero provarci d’ora in avanti a non mettere mai più una persona in uno schedario dopo i primi quattro minuti.

Che alla fine anch’io quando sono ‘la gente’ sono stupido.

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136° giorno – L’uscita di scena

Succede che sei dentro alla sala Giove, fila G che come con le donne, è sempre il punto giusto, e ti guardi un film in cui il protagonista prima guarda divertito nel suo letto quattro fighe nude che si strusciano poi, viene tradito, quasi ucciso e abbandonato in un pianetaccio ostile ma lui niente, picchia a sangue mostri con ottocento denti, venti lame e spuntoni e altra roba letale, si sistema fratture infilando chiodi e girando pezzi di gambe a mani nude e non contento, si inietta veleno per passatempo e fa atterrare un esercito pieno di feccia spaziale armata di fucili, coltelli, sparafulmini, bombe e tutte le robe dannose per la salute che potete immaginare e che vogliono infilargli la testa nella scatola dell’happy meal. Tutto secondo i piani ovviamente, decide di fregare ai gentiluomini in visita una navetta spaziale, diminuendone il numero dei passeggeri drasticamente, diciamo pure tendendo allo zero, utilizzando femori di mostri con lame sopra e tagliando giogulari, arti, teste e pigliandoli pure per il culo tipo facendogli “Buuu” alle spalle quando non se lo aspettano o con gli scherzi telefonici. Non contento, si mette pure a tagliare pezzi di bestiacce incazzate mentre massacra gli umani rimanenti e guida moto volanti nella notte piovosa di uno schifo di pianeta in cui pure i fottuti sassi vogliono la tua pelle. Si cauterizza una ferita di un metro che pare il morso di un’orca assassina con un residuo di bomba atomica e riesce pure a svagarsi con un mercenario lesbica come le aveva precedentemente annunciato a metà film, giusto per concludere in bellezza.

Un protagonista con due coglioni quadri insomma, un film da veri uomini sudati e brutti, palestrati e tatuati.

Eccolo lì con la sua navetta, davanti il futuro, deve solo uscire di scena con qualcosa di epico e un dito medio alzato.

“Di a tizia di tenere un posto per me nel suo cuore e tu tizio, non perdere il tuo coraggio” dice nell’ultima scena, tra lo sconcerto dei feromoni della sala.

Tutti ci guardiamo.

Ma che cos’è sta roba da checche?

135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

134° giorno – Mentolo

Collaudo un bagnoschiuma con cristalli di mentolo che mi lasciano una bella sensazione di freschezza ma anche il grosso dubbio su che cosa sia il mentolo che se ci penso non lo immagino in cristalli ma mi sa di qualche estratto liquido ricavato torturando povere piante di menta. Lo trovi nelle gomme da masticare e nelle creme e nelle sigarette e nei bagnoschiuma e visto che anche fuori mi sembra più fresco, forse c’era anche nella pioggia di oggi. Non sono ancora sicuro che volessi la frescura di una tempesta mezza estiva, perché mi ritrovo sdraiato sul letto nella mia solita posizione stupida con cuscino piegato in due e cinquanta centimetri di letto regalati al nulla, con le gambe che sporgono dal fondo, i polpacci appoggiati sul legno e nullafacimento totale visto che ho deciso che non esco più stasera che due gocce sono ok e pure quattro e pure otto sono ok però accidenti, mi sembra che si esageri adesso. Acqua acqua acqua dappertutto e il tetto del garage di fronte, quello del vicino, che pare una piscina, torrenti scendono copiosi dalle discese, laghi in pianura e tutte le previsioni con colonnelli che ridono quando dicono che l’estate è finita e che arrivano le brutte cose che portano altra acqua. Il non fare nulla fresco di mentolo non è un mio metodo standard di occupare una domenica pomeriggio. Guardare dalla finestra con la musica nelle orecchie il nero che prende possesso del cielo, il vento freddo che mi fa venire voglia di mettermi una maglietta appesa troppo lontana da me e allora cerco di non pensare e dormire, tra il “bzzz” del pc  e il vento che fa “wooosh” e io che dico “brrr”.

Freddo.

Dannato mentolo.

133° giorno – Chicken Stupid

Non sia mai che i cicciobimbi che si strafogano di happy meal capiscano che mucche e polli vengono segati a fette e infilati dentro i panini quindi, sul coperchio del mio panino unto e ciccione, McDonald pensa bene di mettere origami di galline e formine di vacche a fianco a gioiose foto di ortaggi che amano farsi scorticare, che quelli tanto se ne stanno sempre zitti.

Il mio panino si chiama 1955 anche se visto quanto tempo ci hanno messo a prepararlo ora dovrebbe essere almeno 1983, quando sono nato. In quell’anno qui c’era un Burghy probabilmente e le patatine non erano appena sotto il livello letale di assunzione di sale e la Coca Cola senza ghiaccio non sapeva di caffè diluito moltissimo e non era pieno di giovanissime mezze nude che quasi mi sento fuori posto o epoca, in questo mondo che spesso non mi piace.

Un po’per la gente e un po’perché ho finito di mangiare esco e cammino verso il centro, con dentro il panino che gorgoglia festante nello stomaco. “Non avrei dovuto” mi dico, che è la verità se pensi alla dieta o alla merda che in realtà stai mangiando.

Le strade sono gremite di giovanastri o vecchi e tutta una serie di certi sospetti individui che vivo così tanto da alieno che a questo punto mi chiedo se per quelli come me, in età di “pensiamo ad una famiglia” o “non sono più un ragazzino” e dai pensieri troppo rumorosi con un sacco di critiche al mondo che non va, ecco, io mi chiedo se non ci sia tipo una riserva da qualche parte, con un recinto, che  ogni anno è sempre più piccolo e con sempre meno ospiti. Stalla con tutti i comfort e pure wi-fi e pascolo, lontano dalla pericolosa gente della città che sai, ti può mangiare. Stai li lontano dagli altri e ti credi al sicuro ma poi un giorno arriva un furgone con la scritta “Real Life” e il recinto e la stalla, che tu credevi fosse per proteggerti e salvaguardare le tue idee beh, in realtà è appunto solo un posto per farti ingrassare meglio, con fieno gusto ipocrisia e biada ‘sogninfranti’.

Un giorno ti prendono e ti dicono che andate a fare una gita al museo dei macellai.

Me la immagino una scatola per un panino al gusto “me”, con fette di culo croccanti, insalata radioattiva di plastica e pane unto, magari dentro un happy meal, accanto ad un pupazzetto di Super Mario che mi piace molto Super Mario. La scatola è bianca con una striscia verde acido sotto il nome “Chicken Stupid”, perché ci sono cascato da pollo, e si sa, la beffa finale è un classico che piace sempre.

Chissà se nella scatola metteranno una foto di me o faranno un origami con la mia faccia.

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132° giorno – Fase REM #2

Sono in fila in autostrada e scrivo mentre il navigatore indica 2,9 km all’ora di velocità. Mi addormento sul sedile passeggero, saltuariamente, uno di quei sonni in cui non ti accorgi di dormire perché i pensieri continuano a scorrere e si tramutano in immagini grottesche. Sogno di sposarmi tre volte, sempre con la stessa persona, poi mi ritrovo Emanuele Filiberto su una sedia vecchia e scassata che mi parla, dentro una casa antica, carta da parati verde pesante e legno scuro.

A 8.2 chilometri orari, passiamo di fianco ai lavori in corso. Ci sono riflettori e luci abbaglianti. Dei tizi infilati dentro gabbie con maschere e tute, sospesi a dieci metri di altezza, armeggiano con quello che sembra uno spruzzino gigante sotto il cavalcavia, quasi come se fosse un’operazione di pulizia di una vecchia balena grigia. Fumi e vapori rifraggono le luci e sembra tutto irreale, una specie di film fantascientifico di serie B al punto che forse anche questo è un sogno.

La trafila dei micro-sonni procede senza tosta e con le immagini sconnesse del mio IO a riproduzione continua. Monete che cadono, lei che mi parla e io che guido in una città lontana. Acqua che scorre, cartelli luminosi.

Ogni pensiero che formulo si trasforma appena il nero della palpebra cala e le luci rosse delle macchine diventano stelle e poi punti nebbiosi. Nei pochi momenti di lucidità invece, appena esco dal sonno, faccio quello che non si addormenta mai, quasi che sia un peccato mortale. Mi riprendo dal sogno, parlo, scrivo appunti, mi mostro la persona più sveglia e carica del globo.

Mha…

Ultima curva e ultimo sonno, incredibilmente. Nel film di questo ultimo viaggio, mia moglie, anche lei, chiede ad un tizio con la testa a forma di gomma per cancellare smangiucchiata e viola se per caso sia stato l’allenatore del suo nipotino, qualche anno prima.

Mi ridesto subito, preoccupato dal mio stato mentale.

Ma sono davvero sveglio?