165° giorno – Il mio lato positivo

A dirti che il tempo una merda, che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte e che il cuore è sempre più freddo mi sono stancato, non te ne voglio parlare. Ti parlo della banca quindi, con quell’entrata anni sessanta e porta a vetri con su scritto “SPINGERE” e io spingo.

Ne approfitta un vecchio storto, una donna occhialuta dalla faccia larga e riccioli brutti, una mamma di colore e bambino, di colore pure lui guarda un po’. Tutti si infilano nel varco lasciato aperto dal mio possente braccio che tiene aperta la porta. Si infilano tutti e nessuno che chieda grazie. 

Stronzi.

Il passo successivo è la cella criogenica. Premi un pulsante e una superfice tonda fa “Swoooosh!” e si apre. Entri e quella fa “Swoooosh!” e si chiude alle tue spalle. Nella mia vecchia banca che era più nuova, c’era anche una vocina femminile metallica che ti ricordava di “lasciare ogni speranza e oggetti metallici o io che entravo” cosa che ovviamente non facevo. La porta si apriva lo stesso, pure quella con un “Swoooosh!” molto uguale ma con qualche “o” in più. Nella nuova banca che è vecchia invece la voce non c’è e la porta si apre lo stesso, forse anche se portassi con me una Desert Eagle nella manica. Fa “Swoooosh!” e si spalanca.

Dentro non si capisce mai dove cazzo bisogna andare. Entri e tutti i cartelli appesi al soffitto che dovrebbero illustrare le varie zone di competenza sono coperti da pilastri cosi enormi che sembrano debbano tenere su un ponte. In più è una giungla, non solo piante basse, ma alberi veri e propri che mischiati con il marrone dei muri e dei tavoli fa sembrare il locale il set del Libro della giungla remake. Le casse sono le uniche zone visibili e io mi aggiro tra cordoni separa folla, cinesi imprenditori e cartelloni pubblicitari finché non mi trovo in mezzo ad un locale pieno di scrivanie e gente seduta dietro. “FAMILY ROOM” c’è scritto e in effetti c’è una tizia che potrebbe essere mia mamma, uno che potrebbe essere mio fratello sfigato e un altro che potrebbe essere lo zio cattivo. Non posso che andare dallo zio cattivo. Non sorride, sembra incazzato, ciccione e capelli bianchi lunghi tirati indietro, sguardo cattivo e doppio mento, cattivo pure lui.

Forse è qui che posso risolvere il mio problema, ho buone sensazioni. Sapete i vantaggi dell’home banking no? Fare tutto senza alzare il culo dalla sedia e spostare lo sguardo dallo schermo con porno in streaming ridotto ad icona. Beh, nella mia estrema pigrizia avevo trovato qualcosa che inseriva le password al posto mio, quelle della banca comprese. Quindi, in nome della sicurezza, potevo sbizzarrirmi con password complicate gonfie di codici e da 470 caratteri e inserirle in questo software russo. Fatto tutto quel casino sarebbe bastato inserire solo la password del software e quello avrebbe pensato automaticamente ad inserire tutti i caratteri nei posti giusti, evitandomi sforzi di memoria causa siti che ti chiedono di infilare caratteri egizi, numeri e aforismi famosi tra i caratteri delle parole di sicurezza. 

Sembrava un colpo di genio, una sola password per tutte le password, una specie di anello del potere di Sauron digitale.

L’ho persa quella password.

“Si? Che c’è?” mi chiede lo zio malvagio. Mi ha visto titubante nei suoi pressi ed ha preso l’iniziativa. Io non ne avevo il coraggio. 
Bravo.

“Vorrei annullare il PIN del conto…”
“Azzerare….”
“Si quello…”
“Numero di conto?”
“Ah si, lo cerco”

Tiro fuori un plico pieno di carte. Dentro ci trovo la mia scheda di valutazione lancio per il Bungee Jumping, il programma in francese del torneo di tennis di Parigi Bercy del 2011, scontrini, fogli di università e qualche straccio piegato della banca. Dovete sapere che l’IBAN ce l’ho segnato sempre da qualche parte e in questo momento quel “qualche parte” è il mio vecchio borsellino, che anche lui sta da qualche parte. Ravano confuso in quel disastro, strappo fogli e mi copro di ridicola goffaggine.

Sbuffa. “Faccio io…nome?” mi chiede

“Emanuele Toscano….” gli rispondo, e sembro un bambino in punizione che si vergogna. Mi chiedo perchè non me l’abbia chiesto appena visto il mio raccoglitore in plastica trasparente.

Smanetta per qualche minuto come nei film quando c’è il tizio che fa l’hacker e scrive a duemila all’ora sulla tastiera e compaiono menu segreti, codici, teschi e messaggi di pericolo lampeggianti di rosso. Ogni tanto smette per segnarsi dei numeri su un foglio di carta. Una volta disegna un triangolo con la matita, lo calca con violenza e lo colora tutto all’interno con perizia. Mi chiedo cosa c’entri con il mio conto.

“Gli illuminati…”
“Cosa?”
“Nulla nulla…”
“Mmmh…”

Ricomincia ad armeggiare a velocità warp e io inizio a curiosare con lo sguardo tra le sue carte. Davanti ha un foglio molto complicato con sopra frecce fatte in evidenziatore blu e una grande scritta, sempre dello stesso colore, ovviamente girato al contrario dal mio punto di vista…devo ruotare il collo e spostarmi sulla sedia per leggerlo meglio.

“Copiare la ‘qualcosa’ x5”. Quel qualcosa inizia con la ‘C’ di ‘Copiare la ‘qualcosa’ x5′. 
“Cavolo? Casa? Cavallo? Cedrata?” Più leggo quella scritta meno riesco a capirla.
“Ma che fa?” dice mio zio malvagio. Il ticchettio era finito, colto in fragrante mentre sbircio nei cazzi degli altri.
“No…nulla…non capivo cosa ci fosse scritto lì…prima di x5”
“Perchè? E’ roba sua…?”
“No no…era cosi…per distrarmi…”
“Si eh?”
“Si…ma ha per caso annullato il pin?”
“Azzerato…si…fatto…”
“Ah bhe…è tutto si..posso andare…”
“Si…vada…”
“Mmmh…”
“Desidera altro?”
“Non è che mi dice cosa c’è scritto prima di x5?”
“Cedola…c’è scritto cedola…”
“Cedola…grazie mille”

Sorrido e mi allontano. Emergo dalla giungla, affronto la seconda stanza criogenica e stavolta TIRO ed esco, entro nel Lupo e torno verso casa. Passando di fianco al cinema Nuovo vedo che trasmettono “Il lato positivo” stasera, alle nove. 

“Quasi quasi…poltroncine in velluto rosso…il posto te lo scegli te…schermo grande…tutto tranquillo, relax…quasi quasi…”

Chiamo una ragazza. “Lo vuoi vedere il MIO lato positivo vero?” le dico.

“Eh? Cosa?”
“Si…il lato positivo…il film..ci vieni con me? Stasera alle nove…”
“Devo andare dal parrucchiere…”
“Non andarci, sei bella lo stesso…”

Preferisce il parrucchiere. Ci andrò da solo. Forse. 

Forse perché visto che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte, sono stanco e il tempo è una merda e il cuore è sempre più freddo. 

Ma questo non dovevo dirtelo.

164° giorno – Il gatto d’oro

Quel gatto dorato agita il braccio e credo che se continuassi a guardarlo mentre saluta, vomiterei per terra.

Il ristorante cinese da fuori sembra un Briko dismesso e forse lo era, non ci sono nemmeno le insegne e non l’ho mai visto prima di oggi. E si che ci sono passato davanti mille volte. Dentro, la classica sensazione “qualcosa non quadra” che da fuori non te lo immagini così grande, così vuoto e pieni di tavoli e cinesi e porcherie ed invece lo è grande, bianco, nero, lungo, largo. Faccio un mischione, unisco pollo, patate, pesce, riso, salse, crostate, gamberi in un sacca, cospargo tutto di vino bianco e rosso e acqua. Sacca agitata prima e dopo l’uso.

A lavoro è un problema, sento gli occhi che quasi si chiudono, lo stomaco che scoppia e lo scaldotto che riscalda e il monitor che bombarda di radiazioni. Riesco a trascinarmi fino alle 17, in qualche modo, per poi uscire, ed è sereno il cielo per una volta in tre settimane. Centro commerciale, 18 passate. Sono dentro per comprare cose ed osservare, come il resto dell’umanità che tanto critico ma da cui non mi riesco ad allontanare. Fallisco negli intenti, non compro nulla e scivolo via da quella folla e quel posto che mi sembrano strani…che anche il mio amico dice “oggi è tutto strano e triste” e non gli chiedo il perché, non serve, non si spiega certa roba. Ci infiliamo nervosi nel bar della piazza, dove mi alleno. La cameriera stavolta è vicina, ci scherzo, ci parlo, noto l’anello nella mano…peccato…forse non è libera. Beviamo e pago. Non le chiedo il nome, dimentico sempre un passaggio.

La storia finisce in un altro ristorante. Nessun gatto ma tavoli di lusso, camino acceso, profumo di qualcosa di indefinito e nostalgico. Sono qua per ordinare una pizza da portare via, anche se non sembra il posto giusto ma d’altronde bisogna pur campare, si sono adattati.  Anche qua, come dai cinesi, è tutto vuoto. Quello che entra a prendere l’ordinazione lo conosco e mi è sempre stato sul culo anche se non ci ho mai scambiato una parola. Mi stava sulle palle per come camminava, per come andava in giro per Varese, per come si vestiva. Me lo ritrovo davanti super professionale con completo elegante e voce gentile, molto cortese, non pensavo lavorasse ma che vagasse nel nulla senza scopo, infelice e stronzo, debole e vuoto. Forse invece è la persona più buona del mondo, è felice, porta avanti quello che ama mentre io…forse sono io la merda.

Quando usciamo con la pizza è tutto molto insolito.

C’è l’odore del pomodoro e del basilico in macchina, e piccoli pezzi colorati in cielo e le sensazioni di quel ristorante, il legno e il camino, le luci soffuse, il buio sulle pareti piene di bottiglie e i tavoli vuoti, cinesi e italiani, il tipo e il gatto d’oro.

Mi sento pieno di spazio e tavoli vuoti, vecchi odori, sedie polverose e un silenzio malinconico.

Mi sento un po’ solo.

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163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

131° giorno – Credito terminato

Vodafone mi avvisa che ho finito il traffico Internet ma potrei pagarli però, per continuare a farmi i cazzi degli altri e messaggiare. Credo non lo farò, anche se è il 5 settembre e ciò significa altri 9 giorni senza internet sul cellulare.

Potrebbe essere anche un’esperienza interessante.

Quando penso al mio rapporto con questa tecnologia, lo considero un po’ troppo morboso. Ci sto attaccato troppo, litigo troppo, faccio stalking, importuno persone con questa scatoletta e anche se non voglio, me lo ritrovo in mano pure quando esco con altre persone e sto seduto ad un tavolo invece di chiaccherare e ridere.

Che poi, stasera ero li con due amici, e il credito era già a zero. Cellulare appoggiato li, senza ipotesi di attivazione e solo due cazzate e la mia acqua tonica, ghiaccio e limone e mi è venuto da pensare che con quel coso in mano mi sarei perso un sacco di battute.

Ci preoccupiamo di stare in contatto con mille persone alla volta e spesso non sappiamo godercene nemmeno due.

121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

117° giorno – Silenzi

Di tutte le domande che rivolgo agli oggetti inanimati della mia camera in penombra, neanche una riceve risposta. Di certo può sembrare stupido che un essere umano grande e grosso come me finisca a parlare con delle cose, rintanato su di un letto troppo piccolo. Non mi importa.

Ho la nausea, forse sbaglio a stare sdraiato, ma non so che fare, sono stanco. Le gambe non rispondono bene e anche se mi alzassi non saprei dove andare, vorrei solo spostarmi in un altro punto dove sdraiarmi nauseato. La nausea…
Sarà il panino? O il dolce? O il secondo viaggio dell’estate tra scatole alla ricerca di un sogno? È l’ansia? È questo vento di pioggia che entra dalla finestra?

C’è vento e vento. Quello che rumoreggiava nella Peugeot 206 celeste, questa mattina, era caldo e violento sapete, la velocità. Ora invece c’è quest’aria fredda e sommessa che si insinua tra le persiane e che porta rumori leggeri. Una saracinesca che si muove, vestiti stesi ad asciugare, porte che sbattono. Forse è davvero colpa del vento la nausea anche se ormai, la vivo ogni giorno. Ai miei amici oggetti piace questo vento, li sento che confabulano sommessamente, si scambiano opinioni, scherzano. Sono simpatici i miei amici “cose” anche se non parliamo molto. Sono tutti simpatici tranne lui, il ventilatore.

Sta alla mia destra ed è quello che sta più zitto di tutti. Il grande lampadario giallo ha delle piccole frange che sbattono leggermente, il vecchio letto cassapanca scricchiola, l’armadio muove le ante. Per non parlare della porta, sempre al centro dell’attenzione. Solo il giovane con le pale rimane muto, come quando un bambino cambia scuola, entra in una nuova classe e sta zitto. Quando gli altri parlano, sta in classe da solo durante la ricreazione, torna a casa a piedi in silenzio, con la testa giù mentre gli altri scherzano e saltano nelle pozzanghere.

“Dimmi qualcosa, qualsiasi cosa…” gli chiedo, per spronarlo a socializzare con gli altri.

Niente.

Ma forse è meglio, ogni tanto, stare un po’ in silenzio.

Quasi quasi, chiudo anche gli occhi.

109° giorno – Morte onirica

Guardo questo soffitto sdraiato su un quadrato di cemento pieno di disegni, vetri, sporco, bottiglie in frantumi. Non so perché lo trovi comodo, forse è perché non c’è nessuno che parla, che mi chiede, che mi sta attorno. Un giorno di un’estate fa, riuscii pure ad addormentarmici qua sopra. Mi sembrò un buon sonno.

Niente si muove, ” sono solo io vivo, qui” mi dico.

In certi momenti la solitudine è d’oro anche se ti senti sempre solo e ne hai abbastanza. È una solitudine diversa questa, non è quella che ti ferisce, che torna appena ti ritrovi circondato da persone, con le loro esistenze così lontane da me, così aliene. È più riflessiva ma meno personale. Tipo che adesso, che non ci sono voci ne pensieri, ho abbastanza spazio in testa per pensare al soffitto.

E se cade? Riuscirei a infilarmi in uno di quei vani, al riparo dalle assi più grosse, quelle che si fracasserebbero per prime? Ma come cadrebbe…dubito che possa precipitare così, perfettamente dritto, come se tutti i sostegni spariscano di colpo. Qualcosa si dovrebbe rompere, penso. Guardo con attenzione la struttura, da vite a vite, da sostegno a sostegno. Poi, riesco ad immaginare tutto quel legno che inizia a cadere quasi a rallentatore per poi accelerare, verso di me, che rimango sdraiato in attesa.

È come negli incubi, non riesci a spostarti.

Quando ancora c’era la stazione, vicino casa mia, sognavo spesso di ritrovarmi con un treno in arrivo, sempre più vicino. Le mie gambe erano insensibili, non si muovevano, svuotate da ogni briciolo di energia.

Mi svegliavo sempre prima dell’urto.

Non sono mai morto in un sogno…

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99° giorno – Prigione

Non so perché poi, il mio vero mondo inizia quando la sera entro nella mia camera e “la sera” entra nella mia camera. Tutto il vissuto di una giornata in pratica sparisce subito, inghiottito. Da chi? Da cosa? Perché quasi non lascia traccia?

C’è un piccolo letto stretto e quella luce ambra troppo debole, una finestra che mostra il blu scuro del cielo, quel legno pesante, libri e riviste, armadio aperto, vecchio ventilatore spento. Nessun rumore attorno.

E nessuno attorno. Solo con la mente. La mia prigione.