130° giorno – Mare aperto

2:27 di mattina e non ho nessuna idea, nessun concetto di cui parlare, sdraiato in una stanza non mia, densa di oggetti non  miei e scatole non mie mentre fisso un soffitto bianco non mio. Odore di petrolio dalla valigia che mi sta a fianco che rimane nel naso, luce soffusa, dietro la testa.

Di solito i miei spazi vuoti li riempo con pensieri e parole ma oggi nulla, forse è perché ho bevuto troppo. Latte, acqua e succo d’arancia e pure frappe di banana riempito eccessivamente, che strabordava dal tappo, innaffiandomi la mano che teneva il bicchiere e poi la maglietta, come un bambino piccolo. Ho bevuto al punto che sono gonfio e rotolante come un pallone, perché ne sentivo bisogno come un tossico in astinenza e ormai tutto il mio vuoto è liquido e io senza i miei spazi vuoti pieni di tempeste non so esprimermi.

O forse, è come dice Charles, per poter scrivere devi essere o molto triste e molto felice e al momento, sono in un moto ondoso che mi tiene a galla senza troppi patemi, che per me è strano, si, non stare a fondo.

Ovvio, non sto ancora su una barca a vela in vacanza, palle al sole e gnocche in bikini, al massimo su una zattera in compagnia di un pallone da volley con una faccia disegnata sopra.

Però il mare non è tempesta, la notte è leggera e tranquilla, pesci volanti a pelo d’acqua che saltano, acqua a 15 decibel, la leggera luce di un alba che si avvicina.

Ora ci sarebbe solo da avvistare terra.

126° giorno – Spettro

La stazione, lunga duecento metri e alta quanto un hangar, è illuminata a ‘serata di Gran Galà’ per gli spettri che la abitano. Tra il ronzio delle scale mobili, i riflessi di vetrate a specchio che coprono congegni e schermi, arriva l’eco di un goffo mostro affamato. Affamato di umani. Proviene da quella tremenda oscurità nera che si vede lì in fondo, oltre gli archi e le luci ambra, i muri in mattoni bianchi.

Gli sono dentro ora, al mostro, con una suora a sinistra che “mi sembra di aver già visto” come ogni vecchia suora che vedo. Questa è carrozzata per il deserto, tessuto beige come una tenda eritrea, borsa in tinta, scarpe da trekking, pelle e tacco basso in gomma, pronta per una campagna evangelizzatrice contro Himmler. Di fronte a me, un uomo grasso sulla quarantina che piega e ripiega nervoso il suo biglietto con le mani piccole e tonde, tenute giunte vicino alla pancia con maglietta blu incollata sopra. Scritta ‘BLUEFIELDS PRO EDGE’ deformata, mentre le restanti sono come inghiottite dai rotoli di ciccia. Mentre mi fissa e io lo fisso, arriva una ragazza dalla porta posteriore, che cammina verso di me. Non è bellissima anche se ha gli angoli arrotondati al punto giusto e due occhi selvaggi che fisso con insistenza, distogliendoli dal grassone. Contraccambia lo sguardo finché non va oltre, ancheggiando pesantemente e calcando i passi con stivali pelle e frange, lasciandomi lì tra suora e ciccione innamorato di me, lasciandomi lì divertito con un paio di fantasie su di lei e sugli shorts che portava, lasciandomi li finché in uscita da quel bunker inabissato, mi ritrovo inondato dal sole con lingue di acciaio che scorrono sui fianchi.

Tra traversa di legno e traversa di legno, su quei binari, ci saranno circa quindici centimetri. Nei due lati corti delle traverse, un perno, diverse viti e bulloni.

Immaginate la noia di scavare, stendere quelle strisce di ferro, inserire, avvitare, bloccare, lubrificare ogni quindici centimetri per un metro, poi due metri e poi un decametro, quattro ettometri e mille chilometri. È così che muore un uomo, dopo anni. Muore e diventa uno spettro che mangia, caga, scopa, dorme ma senza sentire nulla, trascinandosi tra le esistenze degli altri spettri, raggruppandosi in piazze, cinema, centri commerciali, salotti bene, file ai bancomat o davanti a scaffali zeppi di roba inodore e insapore, finché non trovano il coraggio di volarsene via.

Prima eravamo in uno di quei posti da spettri, la vetrina di un distributore di soldi, debiti ed esistenze da prigionieri. Gustavamo mirtilli gonfi sorseggiando succo multivitaminico come se fosse l’equivalente di un Tavernello da tossico. Io allungato sull’asfalto, circondato da muri grigi e muri invisibili, lei seduta nell’angolo. La gente vestita bene passava e ci guardava con sdegno, la gente vestita male passava e ci guardava con sdegno. Sdegno per la mancanza di un tavolo su cui appoggiare mirtilli e succo, mancanza di sedie dove sedersi e non gradini in pietra. Sdegno per la mia mancanza di capelli e faccia tranquillizzante e la mancanza di italianità di lei, la presenza di tatuaggi. Sdegno per non occupare tempo in attività proficue invece di parlare per ore da amici, come se ci fosse un cartello “non bighellonare” affisso dietro le mie spalle, come canta Eddie in Crazy Mary.

“…Little country store with a sign tacked to the side. 
Said ‘NO L-O-I-T-E-R-I-N-G ALLOWED.’
Underneath that sign always congregated quite a crowd…”

Se ti siedi in basso sei meritevole di sdegno ecco il succo multivitaminico della vita.

“Che potere vorresti avere?” mi chiede. “Io un’altra me, per fare un sacco di cose, ancora e ancora, sperimentare su me stessa ma da fuori…” continua.

“Io un corpo astrale…” rispondo. “…uscire dal mio corpo e volare, entrare nelle case e nelle vite degli altri, osservare la normalità, la stranezza e quando accendono le luci la sera o si accorgono che l’acqua nella pentola sta bollendo, rimanendo invisibile e senza corpo”

Entrare in quei muri, oltre i cartelli ‘Zurich’ , dentro quelle bare per spettri.

C’è una ragazza sulla mia destra, un poco più in là, vicino ad un portone. La osservo mentre spolpo un mirtillo aspro nel mio micromondo molto basso. Ha la schiena bianca e nuda, braccia e gambe scheletriche, un vestito nero indossato maldestramente, con la testa dalla faccia gonfia e senza denti piegata di lato per tenere incastrato il cellulare sulla spalla, tenendo in equilibrio una bicicletta con una mano. Il cellulare cade e così la bici. Si china fino a terra con le gambe piegate quasi in modo innaturale per l’estrema lunghezza.

“È un ragno…sembra un ragno”

Rimane chinata per interi minuti per poi rialzarsi e far cadere di nuovo tutto e ora anche il contenuto della borsa è sparso per terra ed eccola di nuovo schiacciata sull’asfalto, come un feto, attorniata da quello che ha, mentre la gente passa con le loro borse, macchine, pensieri, biciclette e con il loro sdegno.

“Dovremmo aiutarla”
“Ho paura che possa urlare, strillarci addosso”
“Anch’io”

Rimango li, seduto in basso. Ogni tanto la osservo e bevo un goccio di succo di multi – vita -minico. Osservatore, invisibile, impalpabile, senza corpo. Corpo astrale.

Rimango li e non faccio nulla.

92° giorno – Cassa veloce

Ennesima volta che cado vittima dei cartelli. Leggo ‘cassa veloce’ e subito mi immagino una cassiera con casco racing integrale che copre una chioma bionda, di cui rimangono piccoli boccoli che spuntano da sotto e che si addormentano sulle spalle. Lei, ticchetta sul registratore di cassa mentre imbusta e ci prova pure con me fissandomi con i suoi occhioni blu, che la visiera l’ha tirata su. Cavolo, è pure figa.Ma quando raggiungo il cartello, finisce la fantasia e di casse veloci ne trovo ben due ma senza fighe. Subito mi fiondo su quella di destra visto che non c’è un cazzo di nessuno e “chissà perché…” mi chiedo.

Ma in questo mondo un perché c’è sempre.

All’inizio non capisco bene la situazione, mi sembra un classico problema di carta senza disponibilità o numero sbagliato, con una vecchia megera che sbraita. Poi, le tinte fumose di quella vicenda si fanno chiare appena la vecchia si sporge dal lato del cassiere per spiegargli cosa deve fare, armeggiando con i comandi mentre la gente dietro non ne può più.

“Non va! Non va!” Urla il cassiere impazzito mentre cerca di allontanare la vecchia, che si comporta come uno zombie famelico.

Il nostro eroe però, invece di un fucile a pompa prende un quaderno da sotto la cassa e comincia a tirar fuori fogli su fogli che consulta e legge con ferocia. Poi, spunta una cartelletta viola con elastico da cui emergono schemi e documenti manco fosse il progetto per un astronave.

Dieci minuti dopo, sono ancora fermo nello stesso punto che aspetto l’evolversi del siparietto, perché mica puoi cambiare fila, che fa brutto, che sembri scemo, che forse non hai capito subito la situazione perché non sei sveglio. Si aspetta li con la serenità di chi non viene toccato dal tempo che passa anche se dentro “cazzo gli darei fuoco” , ti dici.

“Ora va…” proclama quasi sconfitto dopo la lezione privata del tutor-cliente-vecchiaccia, completamente fuori dai gangheri e che se ne va offendendo il genere umano peggiore, quello degli incapaci.

Lo stato di confusione totale del cassiere non sembra migliorare con il cliente dopo che, povero lui, ha comprato qualcosa di ingombrante e grosso e al commesso la cosa non piace perché suda mentre gira quell’oggetto incellophanato alla ricerca del codice a barre del tesoro. Tenta di chiamare al telefono per farsi dire il prezzo ma Dio oggi è misericordioso o s’è rotto le palle pure lui di questa tragedia e glielo fa trovare, anche se dopo diversi minuti, con calma, che tanto al telefono nemmeno gli rispondono, che probabilmente ha pure sbagliato il numero.

Batte sul registratore il codice…sbagliato. Ci riprova mentre impreca un paio di volte…sbagliato. Lo azzecca alla terza quando la cassiera donna alle sue spalle gli indica qualcosa, forse spiegandogli cosa sono i numeri mentre lui ormai, è costantemente in piedi, sudato, con movenze da pinguino morto e che cerca conforto parlando con i clienti ma che lo ignorano visto che siamo lì da 15 minuti, visto che sul cartello c’è scritto “cassa veloce” ed invece, ci ha sorpassato a destra pure una mandria di scout con 5 carrelli e due autotreni di roba.

La collega gli dice “Stefano stai calmo, sembri tarantolato” e lui gli risponde con uno “Stai zitta!” al sapore di zolfo e acido, proprio mentre arriva il mio turno.

Tre oggetti, totale 32.39

Mi chiede se ho 40 centesimi, con il tono di un barbone in cerca di spiccioli.

Ha la faccia stravolta, un sorriso nervoso, un telefono in una mano che non si sa perché. Con l’altra mano, tremante, tiene dei bollini che nemmeno mi spettano.

Attimi di tensione, in cui il terrore è dipinto sul suo volto, quasi stringe gli occhi per non vedere, mentre apro il portafogli…

Gli do 40 centesimi, lui sorride.

Mi sento come se avessi salvato la vita a qualcuno.

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91° giorno – Sommerso…

La penombra che c’è di sera, nel mio bagno mi piace molto. La tapparella, un po’abbassata, lascia che solo un quarto di luce penetri nella stanza. Se vi dicessi che il 90% delle buone idee e dei pezzi che scrivo li creo qui, sdraiato nella vasca, ci credereste? Se vi dicessi che se sono arrabbiato dentro questo blocco di mattoni e ceramica, io mi riappacifico con tutti, che l’ansia passa, che tutti i problemi stupidi e i complotti che creo perdono di importanza, voi ci credereste? Anni fa mi immaginavo la pace, o meglio, una tregua dal mio flusso di pensieri, seduto su una roccia in Islanda, o di fronte ad un mare in tempesta. Sapete quando avete la chiara immagine di voi in silenzio senza nessuno, senza il mondo che urla…sono sempre esotiche quelle situazioni nella vostra mentre quando in realtà, un po’ di pace la potete trovare molto più vicino. Forse è quel parco con quella panchina senza schienale ed un pino stanco che sta morendo. Forse è quella stazione ormai chiusa, sopra la collina, tappezzata di disegni e che non sapete perché, a voi ricorda la campagna e il fieno. Forse è un variopinto mercato pieno di voci ma che non urlano di dolore, amore e soldi, è solo un rumore di fondo che vi culla.

A me dispiace sempre uscire dalla mia vasca, allontanarmi da quella penombra con la betulla che si intravede e che si muove ogni tanto. Allontanarmi dalle voci ovattate dell’esterno, dai riflessi sul legno…

È come se avessi la certezza di tornare ad essere il problematico, confuso e solitario me stesso e accidenti, io non voglio.

Quando esco da quella porta, ricomincio a peggiorare, a diventare una persona diversa.

Questo mi spaventa.

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88° giorno – Strutture elementali metafisiche

Tipo che qualche ora fa, mentre andavo in giro, mi trovo una macchina davanti allo stop. Io aspetto che parta ma quello nulla, se ne sta li nonostante ci siano meno auto in arrivo che durante lo storico scopero delle bisarche. E’ che io poi lo sorpasso e girandomi vedo che alla guida c’è un cinese. Che dorme, alle 5 del pomeriggio, in macchina ad uno STOP.

Non che c’entri nulla ne con il titolo ne con il mezzo ne con la fine di questo diario ma uff, è che ringrazio ogni giorno che ci sia una di queste cose da raccontare perchè cazzo…io non ho più voglia di nulla, quasi nemmeno far parte di quella vena di follia che mi capita di incrociare nel mondo e che tutto sommato mi tiene attivo.

Quindi benedetto quello stronzo di cinese di cui scrivo con un televisore a 5 centimetri dall’orecchio con dei raptor che si scannano contro un T-rex, l’ennesima pizza troppo pesante in corpo, seduto male, con la tastiera in bilico su un minuscolo seggiolino rosso, in un cesso di buco tappezzato di interessi standard e banali.

Benedetto davvero, perchè mi evita di chiedermi ogni 30 secondi.

“Ma Dio…che cazzo sto facendo?”

86° giorno – The sound of silence

“Ciao, sono Emanuele e da una settimana non ascolto più le canzoni sul mio ipod”

“Ciao Emanueeeeleeee!”

Cerco soluzioni per collegare il mio vecchio ipod nano al caricatore in maniera wireless, inserendo pezzi metallici tra presa e presa.

Non funziona.

Cerco il cavo perduto per l’ennesimo pomeriggio, sperando di avere il colpo di fortuna, un apice di mente locale. Guardo sotto i mobili, sopra i mobili e in qualsiasi tasca dei vestiti, pantaloni e borse. Anche degli altri. Ho rivoltato cassetti, scaffali, scatole, ho infastidito vicini di casa, parenti ed amici ma non si trova. E’ che è sempre stato in casa ma accidenti, le stanze e i posti dove controllare ormai sono finiti aparte le tubature del cesso e il freezer che non posso toccare per ordine imperiale.

Il problema è che sto impazzendo e mi sembra di avere crisi di astinenza. Esco e tutti i suoni del mondo mi arrivano nelle orecchie, i rumori dei miei piedi e le persone che parlano, le auto i cantieri, le mosche. Vado ad allenarmi e dopo 20 minuti vorrei tornarmene a casa. I 5 minuti di tragitto verso il lavoro sono peggio di una maratona.

Io ci sopravvivo con quella roba, ecco la verità.

Cioè, non vorrei essere costretto a rientrare nel mondo che mi circonda per non uscire di senno. Cazzo, ci ho messo lunghi anni per isolarmi….

Certo, potrei andare a comprare un nuovo cavo….

…ma tutta quella strada senza musica, con tutta quella gente attorno, tutti quei suoni e rumori….

Non me la sento…

85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

84° giorno – Poesia

Bene bene, che scrivere di questo giorno, adesso che sono le 3:01 e non ne ho nessuna voglia?

Penso a qualcosa di breve, una frase ad effetto rapida che dia l’illusione che ci abbia pensato per tipo tutto il giorno, una frase che mi faccia sembrare uno che sulla vita ci fa dei ragionamenti pesanti, uno intelligente e non uno scemo come tanti.

“La finestra sulla mia anima oggi era rigata di pioggia”

Bella no? Sembra che sia stato per ore in riflessione sul disagio del mio essere guardando un albero piegato dal vento mentre sorseggiavo una tisana su un pavimento in tek.

“Oggi c’è spazio solo per i miei ingombranti vuoti”

Sempre meglio. Forse sono stato a ragionare sull’amore che non trovo invece, sulle incertezze e sulla solitudine. Io da solo in una grotta o in una stanza bianca con la luce tremula di una candela, vestito con un saio, braccia e gambe conserti tipo maestro di yoga o maestro Yoda.

In realtà, ho mangiato un gelato, poi un hamburger, sono andato in giro a dire stupidaggini con altri scemi e a vedere un filmaccio americano di quelli stupidi. Non ho pensato o pianto, ne ragionato sulla mia esistenza o fatto qualcosa di davvero interessante.

Ma se vi piace di più, posso riassumerlo con un “assaporare i dolci gusti della terra e imparare dalle crude immagini di un mondo perverso”

Così, per sembrare un uomo profondo…

83° giorno – Usb

Mi sdraio gonfio di torta, prosecco e stanchezza con il forte desiderio di starmene a casa domani e dormire magari, come uno si aspetta da un sabato mattina. Toccherà alzarmi invece, per colpa di un oggetto lungo tre centimetri e largo uno, la mia chiavetta usb. L’ho lasciata a lavoro e solo quando non ce l’ho a portata di mano capisco che la mia vita è tutta lì dentro. Documenti, foto, progetti… Se ho un pensiero, lo scrivo e lo salvo. Se ho un’idea la disegno e la salvo. A casa, come a lavoro è un continuo correre, salvare, cambiare computer, trasferire da memoria a memoria. I gesti più frequenti della mia vita sono passati da i tiri al canestro e le strette di mano allo staccare in maniera poco sicura le chiavette usb.

Certo che i bei tempi in cui scrivevo e disegnavo sulla moleskine mi sembrano lontanissimi e decisamente migliori. Verissimo che rimettersi a pc a trascrivere era una noia mortale però quando volevo rileggere qualcosa non dovevo accendere il pc, entrare con il mio ‘account’ digitando una ‘password’ e poi aprire ‘wordpad’ per caricare il file ‘rich text format’ da cercare su chissà quale ‘folder’ del ‘desktop’. Chilowatt buttati, una schiena martellata dalle tipiche posizioni scorrette di chi sta al pc, 32 pollici di schermo a 10 cm dalla faccia perché non c’era spazio per metterlo lontano ma il display lo volevo comunque grande.

Tutto questo per l’equivalente di sfogliare due pagine sdraiato sul letto.

Tutto per 4 righe scritte male.

Manco fossi Dante…

82° giorno – 0,00176 Km

Che strano malessere, come se non avessi più energie, come se fossi intrappolato in un sarcofago invisibile. Me ne sto sdraiato sul letto, intorpidito, e penso a quanto oggi sia completamente diverso da ieri.

24 ore fa ero circondato da gente, oggi sono solo. Raccontavo di me e delle mie passioni davanti ad un obiettivo largo come una padella, oggi non voglio parlare con nessuno. Ero ad un concerto ora invece, ho pure l’ipod scarico. Ho perso il cavo.
Sdraiato, i pensieri si focalizzano insieme alle immagini dei ricordi…

…un dj continua a smanettare sulle manopole ma la musica rimane uguale, quindi mi chiedo se sia un ballo il suo, una specie di macarena fatta sul mixer. Attorno a me, un banchetto umano per le zanzare attende che gli artisti compaiano sul palco. L’odore di erba comincia ad unirsi a quello del sudore e dell’Autan. In anticipo di ben 2 minuti e 34 secondi, assistiamo al pubblico che si ingrossa, diventa più numeroso e comincia la trafila di gente che ti passa dietro le spalle o davanti, manco avessi l’aspetto di un tornello da stadio. Penso che un tempo forse sarei stato considerato di statura media con i miei 0,00176 Km di altezza e invece adesso, mi ritrovo circondato da bambini più alti di me e ragazzine tredicenni che “ci siamo quasi”.

Mi sento quasi piccolo.

Ma nella vita tutto sommato riesco senza patemi ad arrivare ancora agli scaffali più alti, toccare un canestro da basket, non avere problemi di teste sagomate sullo schermo del cinema e vedere un cantante sul palco. Ancora a misura di mondo.
Finché non arriva lui.

Altezza intorno ai due metri, largo come un paio di lavatrici Indesit attaccate con lo scotch e giusto per evitare che riesca a vedere qualcosa, una chioma di capelli che pare un arbusto di corbezzolo con sindrome di gigantismo. Quando inzia il concerto, vuoi per la calca, vuoi perchè volevo provare a vedere qualcosa mi distacco, defilandomi ma puntualmente, per inerzia o destino beffardo, me lo ritrovo davanti, come se fosse calato dall’alto da un elicottero.
Sembra che spunti dal nulla. Non balla, non si muove, sta fermo nella stessa posa, immobile completamente, che registra il concerto con l’iphone da altezze vertiginose. Fermo come un pilastro ma più peloso. Il monolite di 2001 odissea nello spazio ma armato di video-fonino.

Dopo il concerto, mentre mi lasciavo scivolare sul fianco i rimasugli dello skyline milanese punteggiato di giallo-luce, pensavo al perchè la maggior parte dei ragazzi della sua età, avrà 16 anni, invece di guardare il concerto e cantare a squarciagola lo registra.

Forse perchè cosi può metterlo su youtube, insieme a milioni di altri video tutti uguali fatti dagli altri stronzi che stanno
riprendendo.

“Che pratica stupida!” mi dico e li insulto, finchè non ricordo che pure io ieri mi son ritrovato a riprendere un pezzo di concerto con il braccio intorpidito stagliato verso il cielo come uno scemo.

Capisco che lo fai solo perchè credi che quello che piace a te agli altri non piaccia e vuoi essere sicuro di tenerlo da parte quel momento, che tu si che sei sveglio e che hai capito tutto, che hai carpito la vera bellezza di quel micro-mondo. A me succede sempre, in ogni cosa.

Poi ti guardi in giro e scopri che ci sono 562 aspiranti registi, filosofi o scrittori che fanno la stessa cosa.

Che palle…

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