91° giorno – Sommerso…

La penombra che c’è di sera, nel mio bagno mi piace molto. La tapparella, un po’abbassata, lascia che solo un quarto di luce penetri nella stanza. Se vi dicessi che il 90% delle buone idee e dei pezzi che scrivo li creo qui, sdraiato nella vasca, ci credereste? Se vi dicessi che se sono arrabbiato dentro questo blocco di mattoni e ceramica, io mi riappacifico con tutti, che l’ansia passa, che tutti i problemi stupidi e i complotti che creo perdono di importanza, voi ci credereste? Anni fa mi immaginavo la pace, o meglio, una tregua dal mio flusso di pensieri, seduto su una roccia in Islanda, o di fronte ad un mare in tempesta. Sapete quando avete la chiara immagine di voi in silenzio senza nessuno, senza il mondo che urla…sono sempre esotiche quelle situazioni nella vostra mentre quando in realtà, un po’ di pace la potete trovare molto più vicino. Forse è quel parco con quella panchina senza schienale ed un pino stanco che sta morendo. Forse è quella stazione ormai chiusa, sopra la collina, tappezzata di disegni e che non sapete perché, a voi ricorda la campagna e il fieno. Forse è un variopinto mercato pieno di voci ma che non urlano di dolore, amore e soldi, è solo un rumore di fondo che vi culla.

A me dispiace sempre uscire dalla mia vasca, allontanarmi da quella penombra con la betulla che si intravede e che si muove ogni tanto. Allontanarmi dalle voci ovattate dell’esterno, dai riflessi sul legno…

È come se avessi la certezza di tornare ad essere il problematico, confuso e solitario me stesso e accidenti, io non voglio.

Quando esco da quella porta, ricomincio a peggiorare, a diventare una persona diversa.

Questo mi spaventa.

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90° giorno – 90°

Il sole batte come un un professionista di baseball sulla carrozzeria martoriata della Lupo che si sa, è un animale selvatico e la città mica gli piace troppo, figurarsi quando fa caldo.

C’è una fila di macchine bloccate perchè ci sono delle riprese dice un ometto dall’accento troppo variegato per essere uno normale. Lo dice mentre ogni tanto chiede qualcosa in un walkie talkie troppo piccolo, che sembra quasi uno di quei primi cellulari Motorola tipo Startac che è anche il mio primo cellulare in assoluto, anche se non funzionava. Me lo aveva regalato il mio cugino quello già grande con un lavoro. 

Ricordo ancora la delusione di quando lo presi in mano…un cellulare senza almeno due luci che si accendono è inutile per un bambino.

L’ometto ha una gamba tutta tatuata che è una cosa che mi fa sempre effetto, perchè non si capisce mai un cazzo e sembra che abbiano infilato la gamba dentro il mare dopo un disastro ambientale. Non si capisce un cazzo di quello che c’è disegnato.

Addosso, ha anche uno di quegli smanicati arancioni di sicurezza e dei capelli tenuti in maniera improbabile, come se fosse una coda di cavallo fatta su capelli troppo corti e con un nastro largo quanto la gamba di un rugbista. Diciamo pure che sembra un vaso per piante da interni. Tutto l’assieme lo fa sembrare uscito da scherzi a parte o da un gay pride, soprattutto quando goffamente ci rassicura che ci vorrà solo un minuto e mezzo per ripristinare l’ordine.

Io intanto schiumo e intravedo già segni umidi sulla maglietta mentre l’aria si fa irrespirabile e le macchine cominciano ad accalcarsi come umani.
Ecco perchè odio andare in giro in macchina e poi, non sopporto l’odore della plastica che si scalda, quei sedili che ti prudono la schiena e tutte quelle superfici nere che non puoi toccare senza lasciarci la pelle attaccata che sembra di stare su un Allegro chirurgo gigante.

Ci muoviamo di nuovo, ancora qualche metro e il Lupo viene parcheggiato ovviamente al sole. La città senza macchina attorno è calda uguale, ribolle come l’inferno e sento i piedi cuocersi alla piastra mentre vado verso il centro.

Dicono che il nuovo stronzo che soffia il caldo in città si chiama Caronte e sia parecchio cattivo. Direi che hanno ragione.


Ma sapete che non so come finire questa pagina di diario? Ho sperato che mi venisse in mente una degna conclusione ma invece nulla.

La lascio cosi.

Fanculo.

89° giorno – Cancello

C’è una cordicella colorata attaccata al mio cancello, messa in modo che se qualcuno lo apre quella lo impedisce, come un nemico invidioso. È per i bambini del mio condominio che è messa lì, perché sono bassi e ignoranti nel senso buono e non capiscono quale magia gli impedisca di decorare qualche parafango automobilistico nella loro prima eventuale avventura nel mondo. Ogni volta che apro il cancello, un gesto più automatico di respirare, tiro con forza ma mi dimentico di quella cordicella del cazzo e come un elastico, il cancelletto mi si richiude davanti. Mi fa incazzare.

Non so perché ve lo racconto, è che ultimamente mi sento più vicino agli oggetti che alle persone e oggi, quella cordicella aveva diversi colori intrecciati, con doppio nodo, che non avevo mai notato. Leggera scrostatura sul cancelletto invece, e le goccie di vecchie pitture, la cassetta della posta inclinata all’indietro che rasenta una siepe stanca. Dettagli e sensazioni che di solito nemmeno consideravo, oggi mi incuriosivano, come se avessi lo zoom negli occhi mentre il resto, comincia a non interessarmi e passa inosservato…

Io mica lo so cosa mi sta succedendo.

88° giorno – Strutture elementali metafisiche

Tipo che qualche ora fa, mentre andavo in giro, mi trovo una macchina davanti allo stop. Io aspetto che parta ma quello nulla, se ne sta li nonostante ci siano meno auto in arrivo che durante lo storico scopero delle bisarche. E’ che io poi lo sorpasso e girandomi vedo che alla guida c’è un cinese. Che dorme, alle 5 del pomeriggio, in macchina ad uno STOP.

Non che c’entri nulla ne con il titolo ne con il mezzo ne con la fine di questo diario ma uff, è che ringrazio ogni giorno che ci sia una di queste cose da raccontare perchè cazzo…io non ho più voglia di nulla, quasi nemmeno far parte di quella vena di follia che mi capita di incrociare nel mondo e che tutto sommato mi tiene attivo.

Quindi benedetto quello stronzo di cinese di cui scrivo con un televisore a 5 centimetri dall’orecchio con dei raptor che si scannano contro un T-rex, l’ennesima pizza troppo pesante in corpo, seduto male, con la tastiera in bilico su un minuscolo seggiolino rosso, in un cesso di buco tappezzato di interessi standard e banali.

Benedetto davvero, perchè mi evita di chiedermi ogni 30 secondi.

“Ma Dio…che cazzo sto facendo?”

87° giorno – Dai un’occhiata in giro…

Alto e magro, che armeggia tra cavi e lenti laser, pantaloni verdi e scarpe da ginnastica troppo grandi, di quelle che hanno 35 centimetri di suola di gomma, al punto che sembrano due boe di galleggiamento. Camicia tenuta dentro i pantaloni, corpo asciutto e magro, naso adunco e bocca sottile, età…sui 50. Sembra una porta stretta con disegnata sopra una figura umana e se ne sta li ad armeggiare alle mie spalle con un accento cadenzato mentre fa domande a Teo, il mio collega.

Suona il telefono, la canzone quella di Mission Impossible in salsa dance, alla quale lui risponde in fretta. Comincia a parlare di appuntamenti, viaggi in macchina, cose da fare e comprare, mentre comincia ad andarsene in giro nel mio micro-mondo lavorativo.

Che magari sia una fottuta spia? Un super-tecnico in incognito con conoscenze militari? Sapete, quelli che orientano satelliti, ti danno le penne laser appunto o che piazzano le bombe sotto le auto. La suoneria pare confermarlo.

D’altronde, e vi giuro che è la verità, io quando sono in mezzo alla gente me lo chiedo sempre chi tra chi mi circonda sia una spia.
Me ne stavo in una piazza di Zurigo qualche settimana fa, a mangiare un sovraprezzato e poco gustoso panino di tre centimetri al salmone affumicato male. Attorno, un sacco di gente.

C’erano vecchi zitti seduti a tavolini all’ombra che osservavano, donne bellissime con cane al seguito, uomini di affari, autisti e artisti di strada. Una signora se ne stava davanti ad una A8 blu metallizzata larga come un palazzo, guardandosi attorno. Un vecchio, vestito bene, senza una sola goccia di sudore nonostante il caldo terrificante era quasi mezzo nascosto da una colonna tonda e toglieva e rimetteva gli occhiali da sole in continuazione. Un’altra signora, di mezza età, sfoggiava uno scioccante vestito mezzo bianco e mezzo nero con tanto di mega cappello al seguito che pareva una parabola satellitare.
Ecco, per me tra tutte quelle persone…una spia c’era di sicuro o un ricercato itnernazionale, o un agente in incognito di qualche organizzazione segreta.

E pensare, che per scoprirlo basterebbe conoscere il loro numero di telefono.

Se non hanno il silenzioso, li chiami ed ecco subito la musichetta di Mission Impossible.

“NA-NA-NANANA-NA-NANANA-NA-NANANA-NA-NANANAAAAA!”

86° giorno – The sound of silence

“Ciao, sono Emanuele e da una settimana non ascolto più le canzoni sul mio ipod”

“Ciao Emanueeeeleeee!”

Cerco soluzioni per collegare il mio vecchio ipod nano al caricatore in maniera wireless, inserendo pezzi metallici tra presa e presa.

Non funziona.

Cerco il cavo perduto per l’ennesimo pomeriggio, sperando di avere il colpo di fortuna, un apice di mente locale. Guardo sotto i mobili, sopra i mobili e in qualsiasi tasca dei vestiti, pantaloni e borse. Anche degli altri. Ho rivoltato cassetti, scaffali, scatole, ho infastidito vicini di casa, parenti ed amici ma non si trova. E’ che è sempre stato in casa ma accidenti, le stanze e i posti dove controllare ormai sono finiti aparte le tubature del cesso e il freezer che non posso toccare per ordine imperiale.

Il problema è che sto impazzendo e mi sembra di avere crisi di astinenza. Esco e tutti i suoni del mondo mi arrivano nelle orecchie, i rumori dei miei piedi e le persone che parlano, le auto i cantieri, le mosche. Vado ad allenarmi e dopo 20 minuti vorrei tornarmene a casa. I 5 minuti di tragitto verso il lavoro sono peggio di una maratona.

Io ci sopravvivo con quella roba, ecco la verità.

Cioè, non vorrei essere costretto a rientrare nel mondo che mi circonda per non uscire di senno. Cazzo, ci ho messo lunghi anni per isolarmi….

Certo, potrei andare a comprare un nuovo cavo….

…ma tutta quella strada senza musica, con tutta quella gente attorno, tutti quei suoni e rumori….

Non me la sento…

85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

84° giorno – Poesia

Bene bene, che scrivere di questo giorno, adesso che sono le 3:01 e non ne ho nessuna voglia?

Penso a qualcosa di breve, una frase ad effetto rapida che dia l’illusione che ci abbia pensato per tipo tutto il giorno, una frase che mi faccia sembrare uno che sulla vita ci fa dei ragionamenti pesanti, uno intelligente e non uno scemo come tanti.

“La finestra sulla mia anima oggi era rigata di pioggia”

Bella no? Sembra che sia stato per ore in riflessione sul disagio del mio essere guardando un albero piegato dal vento mentre sorseggiavo una tisana su un pavimento in tek.

“Oggi c’è spazio solo per i miei ingombranti vuoti”

Sempre meglio. Forse sono stato a ragionare sull’amore che non trovo invece, sulle incertezze e sulla solitudine. Io da solo in una grotta o in una stanza bianca con la luce tremula di una candela, vestito con un saio, braccia e gambe conserti tipo maestro di yoga o maestro Yoda.

In realtà, ho mangiato un gelato, poi un hamburger, sono andato in giro a dire stupidaggini con altri scemi e a vedere un filmaccio americano di quelli stupidi. Non ho pensato o pianto, ne ragionato sulla mia esistenza o fatto qualcosa di davvero interessante.

Ma se vi piace di più, posso riassumerlo con un “assaporare i dolci gusti della terra e imparare dalle crude immagini di un mondo perverso”

Così, per sembrare un uomo profondo…

83° giorno – Usb

Mi sdraio gonfio di torta, prosecco e stanchezza con il forte desiderio di starmene a casa domani e dormire magari, come uno si aspetta da un sabato mattina. Toccherà alzarmi invece, per colpa di un oggetto lungo tre centimetri e largo uno, la mia chiavetta usb. L’ho lasciata a lavoro e solo quando non ce l’ho a portata di mano capisco che la mia vita è tutta lì dentro. Documenti, foto, progetti… Se ho un pensiero, lo scrivo e lo salvo. Se ho un’idea la disegno e la salvo. A casa, come a lavoro è un continuo correre, salvare, cambiare computer, trasferire da memoria a memoria. I gesti più frequenti della mia vita sono passati da i tiri al canestro e le strette di mano allo staccare in maniera poco sicura le chiavette usb.

Certo che i bei tempi in cui scrivevo e disegnavo sulla moleskine mi sembrano lontanissimi e decisamente migliori. Verissimo che rimettersi a pc a trascrivere era una noia mortale però quando volevo rileggere qualcosa non dovevo accendere il pc, entrare con il mio ‘account’ digitando una ‘password’ e poi aprire ‘wordpad’ per caricare il file ‘rich text format’ da cercare su chissà quale ‘folder’ del ‘desktop’. Chilowatt buttati, una schiena martellata dalle tipiche posizioni scorrette di chi sta al pc, 32 pollici di schermo a 10 cm dalla faccia perché non c’era spazio per metterlo lontano ma il display lo volevo comunque grande.

Tutto questo per l’equivalente di sfogliare due pagine sdraiato sul letto.

Tutto per 4 righe scritte male.

Manco fossi Dante…

82° giorno – 0,00176 Km

Che strano malessere, come se non avessi più energie, come se fossi intrappolato in un sarcofago invisibile. Me ne sto sdraiato sul letto, intorpidito, e penso a quanto oggi sia completamente diverso da ieri.

24 ore fa ero circondato da gente, oggi sono solo. Raccontavo di me e delle mie passioni davanti ad un obiettivo largo come una padella, oggi non voglio parlare con nessuno. Ero ad un concerto ora invece, ho pure l’ipod scarico. Ho perso il cavo.
Sdraiato, i pensieri si focalizzano insieme alle immagini dei ricordi…

…un dj continua a smanettare sulle manopole ma la musica rimane uguale, quindi mi chiedo se sia un ballo il suo, una specie di macarena fatta sul mixer. Attorno a me, un banchetto umano per le zanzare attende che gli artisti compaiano sul palco. L’odore di erba comincia ad unirsi a quello del sudore e dell’Autan. In anticipo di ben 2 minuti e 34 secondi, assistiamo al pubblico che si ingrossa, diventa più numeroso e comincia la trafila di gente che ti passa dietro le spalle o davanti, manco avessi l’aspetto di un tornello da stadio. Penso che un tempo forse sarei stato considerato di statura media con i miei 0,00176 Km di altezza e invece adesso, mi ritrovo circondato da bambini più alti di me e ragazzine tredicenni che “ci siamo quasi”.

Mi sento quasi piccolo.

Ma nella vita tutto sommato riesco senza patemi ad arrivare ancora agli scaffali più alti, toccare un canestro da basket, non avere problemi di teste sagomate sullo schermo del cinema e vedere un cantante sul palco. Ancora a misura di mondo.
Finché non arriva lui.

Altezza intorno ai due metri, largo come un paio di lavatrici Indesit attaccate con lo scotch e giusto per evitare che riesca a vedere qualcosa, una chioma di capelli che pare un arbusto di corbezzolo con sindrome di gigantismo. Quando inzia il concerto, vuoi per la calca, vuoi perchè volevo provare a vedere qualcosa mi distacco, defilandomi ma puntualmente, per inerzia o destino beffardo, me lo ritrovo davanti, come se fosse calato dall’alto da un elicottero.
Sembra che spunti dal nulla. Non balla, non si muove, sta fermo nella stessa posa, immobile completamente, che registra il concerto con l’iphone da altezze vertiginose. Fermo come un pilastro ma più peloso. Il monolite di 2001 odissea nello spazio ma armato di video-fonino.

Dopo il concerto, mentre mi lasciavo scivolare sul fianco i rimasugli dello skyline milanese punteggiato di giallo-luce, pensavo al perchè la maggior parte dei ragazzi della sua età, avrà 16 anni, invece di guardare il concerto e cantare a squarciagola lo registra.

Forse perchè cosi può metterlo su youtube, insieme a milioni di altri video tutti uguali fatti dagli altri stronzi che stanno
riprendendo.

“Che pratica stupida!” mi dico e li insulto, finchè non ricordo che pure io ieri mi son ritrovato a riprendere un pezzo di concerto con il braccio intorpidito stagliato verso il cielo come uno scemo.

Capisco che lo fai solo perchè credi che quello che piace a te agli altri non piaccia e vuoi essere sicuro di tenerlo da parte quel momento, che tu si che sei sveglio e che hai capito tutto, che hai carpito la vera bellezza di quel micro-mondo. A me succede sempre, in ogni cosa.

Poi ti guardi in giro e scopri che ci sono 562 aspiranti registi, filosofi o scrittori che fanno la stessa cosa.

Che palle…

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