69° giorno – On an empty space

Ho deciso di stare a casa stasera…a non fare nulla.

Scrivo il diario come temporaneo break alla mia consapevole scelta di buttare ore preziose di weekend in partenza.

Il mio fare nulla è davvero fare nulla.

Clicco di qua e di la senza combinare davvero qualcosa. Potrei e vorrei leggere ma non lo faccio. Ho un sacco di film da vedere ancora, ma non lofaccio. Studio, lavorare per me stesso, fare quel “book” di lavori, scrivere quel “book” di racconti, aprire quel “book” con la lista dei miglioramenti personali da perseguire…no, non lo faccio.

Fisso un punto indistinto, talmente indistinto che a volte devo correggere la vista perchè si appanna, con il pensiero che è così perso nel non pensare, che lascia senza opporre resistenza che gli occhi si offuschino, che il fuoco vada perso, che pure le pupille non facciano nulla.

Lasciate perdere, sono convinto che non sia del tutto inutile tutto ciò, spero di trovarci un significato, una motivazione in tutto questo, un giorno.

E a quel punto forse, dovrei davvero trovarmi qualcosa di serio da non fare.

Un nulla più inutile.

15° giorno – Stanchezza

Chi scrive in realtà è la stanchezza perchè io non ne ho voglia. Spero solo di riuscire a dormire questa notte…mi serve; ma questa settimana…faccio tanta fatica a prender sonno…sembra che il mio letto non vada quasi più bene non so…è come quando cresci e ti accorgi che certe cose non fanno più per te. Un’inquietudine strana e molesta e di sicuro qualcosa c’entra il subconscio, che in questi miei stati psico-fisici ci mette sempre la zampa in un modo o nell’altro.

Spezzatino di mio padre, un pezzo di pane. E si che ero partito con l’idea di prendermi una pizza, chiamare due amici, vedermi un film invece, spia della riserva fissa, il motore gorgoglia e sei fermo in piena highway. Il neon che alimenta l’abbiocco post cena.

Sento un paio di colpi di tosse dall’altra stanza.

Sento il caldo che pian piano lascia la camera, bombardata dal sole tutto il giorno, arriva la sera.

Sento che forse questa notte…potrei dormire per davvero.

14° giorno – Ignavo

Alla fine non scegliendo ho fatto una scelta.

Il tempo scivola tu sei indeciso ed è il tempo che decide per te. Passo un paio di ore sul filo di quella insicurezza e un altro paio a maledirmi per avere sbagliato, forse. Tra il Gesu che se fosse in quest’epoca si vestirebbe moderno perché altrimenti sembrerebbe una parodia di se stesso e l’ Accertatore 529 che piazza 41 euro di multa sul parabrezza della macchina del mio compare, tutto per rispetto della teoria “se non pago il parcheggio in un posto in cui tutti di solito lo pagano nessuno controlla” mi sono anche distratto, ma poi, nonostante il vino, la compagnia, le risate, e il sole e una lunga e bella giornata accidenti…il pensiero cade puntualmente sul fatto che sono un coglione e che vorrei cambiare, ma forse non lo voglio abbastanza.

3° giorno – Il sogno

Sono a casa del mio migliore amico giapponese, seduto a capotavola ma girato verso il lato lungo, non so se si capisce…è semplice in realtà. C’è anche la madre del mio amico, seduta dal lato opposto del tavolo, anche lei girata come me, siamo paralleli. Non stiamo parlando, non ci diciamo una sola parola. La stanza attorno a me è beige, quasi crema ma non riesco ad osservarne i dettagli o vedere il resto dell’arredamento, è tutto come sfocato. Il tavolo è bianco, con grosse gambe nere smaltate. Mi alzo e vado alla porta, sono cosi vicino con il muso che vedo gli intarsi e le venature sul legno. Sono cosi vicino che non distinguo le figure . Ho lo sguardo inclinato verso sinistra e che punta in basso la mano destra su una maniglia di bronzo, sembra quasi una posa plastica da attore teatrale di serie B, proprio prima di una drammatica scena madre, recitata con troppa enfasi.

“Io vado signora…mi saluti…mi saluti…”

Silenzio.

“Mi saluti…saluti…”

Ancora silenzio, ancora più imbarazzante. Sento anche quel brivido di sudore freddo sulla schiena tipico delle situazioni in cui non vuoi essere.
“Shin” mi risponde la madre del mio unico migliore amico giapponese.
Un amico che non esiste. Il mio unico migliore amico inesistente si chiamava Shin e io non lo sapevo. Di colpo entra il padre….non so da dove visto che sono ancora alla porta ed è chiusa. Non so perchè, ma riconosco subito che si tratta del padre di Shin anche se io, la faccia di Shin, non so nemmeno com’è fatta .Accidenti, il mio unico inesistente migliore amico immaginario giapponese Shin per me non ha nemmeno un volto. Il padre è arrabbiato, discute con la madre…forse Shin ha combinato qualcosa? Il mio inesistente unico senzavolto migliore amico giapponese immaginario ha combinato qualcosa? Non mi sembra il tipo da combinare guai.

Mi sveglio, negli occhi la luce ombrosa di una tipica mattina di pioggia e vento, l’ennesima. Sento il suono della televisione in sala, mio padre sta guardando il telegiornale. Chissà se oggi la sua ditta avrà abbastanza lavoro da non andare in perdita. Guardo fuori dalla finestra e capisco che anche oggi sarà una giornata fredda con lo scaldotto incastrato in mezzo alle gambe a lavoro. L’ombrello da battaglia bianco con il marchio Shell e la mia giacca da 11° che credevo di aver messo via definitivamente saranno ancora una volta miei compagni di viaggio.

Se c’è un settore non in crisi e che lavora più dell’anno scorso è sicuramente quello dei vestiti invernali.