191° giorno – Delle canzoni canto solo le parolacce…

…e forse un po’ lo è inopportuno, che spesso ti ritrovi concentrato ad aspettarla la parolaccia nel testo e quasi non ti accorgi che forse se sei ad una fermata del pullman, l’ennesima della tua vita…circondato da vecchie, ragazzi con gli zaini che ci provano, facendo i finti maneschi, con ragazze con gli zaini…non ci fai una bella figura se ti leggono “Fanculo” sul labiale, sentono “Motherfucker” sussurrato e sibili “Cazzo” e “Merda” come un serpente.

Non sta più bene fare figure, sembrare lo sciroccato del quartiere, quando vai in giro in un primo pomeriggio e di nuovo la pioggia fitta e quell’ombrello che attacco su ogni pezzo di metallo riservando una parte di cervello al ricordo della sua posizione, per non perderlo e farlo finire nel cimitero degli ombrelli perduti che chissà che fine fanno e quante storie potrebbero raccontare i miei ombrelli persi, adesso in mano a ragazze bellissime, a immigrati, killer, barboni, ristoratori cinesi o ragazzini come me da giovane, cartellette sotto le braccia, occhiali, capelli che ti infastidiscono per quanto sono folti e lunghi…una scocciatura che rimpiangerai, o si che la rimpiangerai.

Vorrei due mani ausiliarie per riuscire a controllare tutto simultaneamente…cellulare, libro di Charles con ragazza stilizzata nuda a gambe larghe, rosa messa tatticamente proprio “li” che a proposito di figure chissà che pensano le vecchie, e i ragazzi che ci provano con le ragazze facendo i maneschi per finta quando intravedono quella copertina e la giacca lunga e la faccia e il cappuccio…losco figuro a proposito di figure, come dicevo.

Capita tante volte poi e anche oggi, che mi ritrovi a camminare in giro su marciapiedi sconnessi e neri con il desiderio di essere da solo infilato in una città nuova, scoprire e memorizzare gli angoli nuovi che incontro e tardare agli appuntamenti o proprio non andarci o fare giri più lunghi circumnavigando sobborghi, palazzi e parchi, starmene in giro con musica e parolacce soffiate mentre le macchine cercano di evitarti o di prenderti.

L’essere meditavagabondo è molto simile al sentirsi solo e malinconico, che vedi cartelloni di pubblicità e pensi a quando tutte quelle persone, che su quel cartone di tanti metri per tanti metri di grandezza stanno in riva al mare caricando una macchina di oggetti, saranno scomparse nel nulla e nessuno si ricorderà di quell’immagine e di quel cartellone e di quella macchina. L’essere meditavagabondo è stare ad osservare i volti alle finestre invece di guardare per terra dove metti i piedi, che in questo periodo ci trovi di tutto…i serpenti e gli altri animali escono dai tombini e le persone dormono sui cigli in mancanza di quattro mura…nemmeno quelle di cartone che le scatole delle lavatrici vanno a ruba pure tra i ricchi.

Vedo una ragazza sui trentacinque con i capelli rossi affacciata alla finestra che fuma con lo sguardo triste e penso all’infinità di giorni passati ad affacciarsi su una vista di cemento, asfalto bagnato da pioggia continua, platani morenti e quasi mi viene da piangere. Vago tra concessionarie di auto di lusso in riallestimento e macellerie e cinema chiusi passando tra gente che si arrabbia quando cerco di immortalare un frammento della loro vita in una foto, insultandomi come se facessi un torto nel trovare qualcosa di interessante in un’esistenza che si basa sul mangiare, dormire, riprodursi al minimo sindacabile, acquistare beni, sacrificare sentimenti, stare lontano dal mare, dall’arte, dalle risate…come la loro.

“Scusate” dico “…scusate se vi ritroverete un giorno appesi in un istante del vostro passaggio nell’universo in muri di case lussuose o musei o carta patinata ammirati da tutti…elevando la vostra vita normale che non rimarrà scritta in nessun libro ma solo in ricordi che finiranno nel nulla…scusate se vi voglio rendere immortali…pregate il vostro Dio allora se ne avete uno…”

Meditovagabondovaneggio schivando scrosci dal basso e dall’alto per diversi decametri. Un posto asciutto…entro e incontro una conoscente non amica cicciona che è solita attaccare sul posto di lavoro e sugli armadi foto dei figli e del marito ed è tantissimo felice del suo isolotto di sabbia calda e acqua tranquilla che a me sembra tanto bello a pensarci ma se poi vedo una nave pirata mi ci voglio arruolare. A proposito di figure mi chiedo se le faccio quando degli auricolari tolgo solo il destro mentre l’altro rimane appeso che cosi è più comodo…non devo stare ad arrotolare e srotolare sciogliere nodi imprecando e ripetendo a memoria tutte quelle parolacce che sento nei testi delle canzoni. “Sembrerò maleducato” mi dico, “Si sentirà la musica” mi dico mentre le parlo, li appoggiato ad una mensola in ciliegio finto infilata in mezzo ad anfratti cubici di muratura bianca. Questo mi dico.

Però lei sorride e mi chiede se prendo ancora il pullman per fare foto agli sconosciuti.

“Si” rispondo…e un po’ sono sorpreso…non ricordavo nemmeno di averle raccontato una roba del genere l’ultima volta che l’ho vista…e sarà un anno fa.

Poi chiacchero e dico cose e lei sorride, chiacchera e mi dice altre cose…niente di importante…io le dimenticherò al secondo piano di scale in discesa stavolta, verso l’uscita. Lei se le ricorderà per la prossima volta che ci vedremo.

Ed esco…ed è già tutto dimenticato però sono un po’ più contento per quella piccola sorpresa…di qualcuno quasi sconosciuto che si ricorda una tale inezia della tua vita, come quando io faccio foto a persone normali che quasi non sembrano lasciare traccia nel mondo ma che per me sono come piccoli oggetti importanti da tenere da parte…e ammetto che essere quasi sorpreso-contento da meditavagabondo è una cosa nuova per me. Sento quasi, forse…che potrei provare a migliorare un po’ questo mondo triste, cominciando da quella fermata del bus li in fondo, con una tizia che avrà trent’anni, bionda e piccola con lo sguardo triste.

Cerco di non urlare le parolacce che sento in cuffia e cammino verso di lei e adesso siamo sotto la stessa tettoia e la guardo, a meno di un metro di distanza e anche lei mi guarda.

No…niente…pur contento, ad incrociare uno sguardo sconosciuto e poi sorridere…non riesco.

Beh…come si fa con le diete…inizierò a migliorare il mondo da domani.

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145° giorno – ONE POUND

Sveglio, dopo una notte in cui ho sognato di essere uno a letto che cercava di addormentarsi senza riuscirci e che si svegliava continuamente, imprecando contro Dio. Come se mi fossi addormentato due volte, come se mi svegliassi stanco il doppio.

L’ora e mezza di trasferimento verso Milano che ne consegue, in realtà, è una palla mortale. Niente consueto libro di Charles sottomano che dannato me, l’ho messo sopra il pianoforte in modo da notarlo e raccattarlo prima di uscire ma si è ritrovato sommerso da volantini dell’Unieuro. Dimenticato. Vengo salvato solo dal fedele ipod e da un paio di tizi pazzoidi e che parlano da soli sul sedile a fianco.

Finchè non arriva lei.

Mi si siede vicino, magra anche troppo, capelli corti, viso bellissimo. Ogni volta che si muove mi tocca dentro con il braccio, poi lo appoggia completamente e rimaniamo in contatto per trenta minuti buoni senza che nessuno dei due si stacchi e tutto questo mi ricorda tanto quel racconto di Charles in cui si trova a contatto con una sconosciuta per un intero viaggio in pulman, senza scambiarsi neppure una parola, solo lievi contatti con il piede e l’eccitazione di Charles che sale, quel suo vederlo più intimo, sensuale e sconcio del sesso stesso. Quando arriva la sua fermata e si alza, appoggia tutta la schiena sul mio braccio per sfilarsi la maglia, in un movimento da sinistra a destra, senza separarsi da me. E’ un turbamento strano. Ora capisco cosa intendeva quel vecchio ubriacone.

***

Sotto il cavallo di bronzo mentre leggo perchè si, sono passato in libreria visto che ero in anticipo per comprarmi un libro per il ritorno, anche se in realtà ne ho presi tre. Aspetto un’amica che arriva puntualissima, raggiante e bella come il sole, una buona scusa per non andare a lavoro una mattina altrimenti normale di un giovedi mattina assolato penso. La saluto. Colazione a base di spremuta d’arancia che non so voi, ma io erano anni che non ne bevevo una. Mi riporta un sacco di ricordi di decine di arance sterminate sopra uno spremiagrumi rosso dal quale si riusciva a stento a recuperare due miseri bicchieri, aspra e con grumi e semi. Io piccolo in attesa, mio nonno, mia mamma, tovaglia rossa. Deliziosa.

“Due cubetti di ghiaccio?”

“Mmmh, me lo consigli?”

“In che senso?”

“Bhe, sembri sapere qualcosa che non so”

“E’ più fresca…”

“Mi hai convinto”

Parliamo circa sei mezz’ore di ogni cosa, una specie di Curriculum della vita dalla nascita fino al momento in cui ci siamo visti questa mattina e questo fino ad ora di pranzo, con il tempo che vola letteralmente. A malincuore la saluto, lei sale su un tram preso d’assalto, io ritorno verso la stazione a piedi, circondato da stand modaioli, modelle troppo magre, modelli troppo alti, tappeti sulla strada troppo comodi, uomini d’affari che ridono e fumano, barboni che chiedono spiccioli, promoter che spruzzano profumi a chi le si avvicina, come se fosse spray al peperoncino per stupratori. Mi allontano dal centro con sollievo e mi infilo a mangiare un panino pollo e maionese che fa letteralmente schifo. Dei piccioni mi osservano con fare curioso e io lascio li il pranzo per terra e mi allontano. Con la coda dell’occhio noto che anche i pennuti non sembrano molto convinti della mia scelta.

***

Cesso della stazione. Solito vecchio che raccatta i cinquanta centesimi obbligatori ma stavolta lo trovo più storto di Guernica e pure più in bianco e nero.

“Cabina”

Mi dice che è uno schifo e io innocentamente gli chiedo “cosa?” ma in cuor mio credo si riferisca alla puzza e alle condizioni igeniche del posto.

No.

“Le tavolette…costano settanta euro l’una, ne ho ordinate cinque pagate in anticipo e ancora non me le consegnano, la gente è irrispettosa”

“Ma noi uomini non le usiamo…”

“Si ma le spaccate lo stesso a quanto pare…”

Piscio ed esco, mi lavo le mani. All’uscita ricomincia la tiritera del vecchio ed io che sono in vena di parlare lo incito a continuare. A lui non sembra vero ma un nuovo cliente arriva con uno scintillante cinquanta centesimi nuovo di zecca e il discorso passa in secondo piano. Io me ne vado, fra tre minuti parte il treno.

***

“Tu dove scendi?”

“Varese”

A chiedermelo è una ragazza abbondante ma molto carina. Sta con un’amica carina anche lei ed un ragazzo cieco. 
Vengo a sapere che il ragazzo cieco deve scendere a Varese, mentre loro si fermano prima e quindi non possono accompagnarlo. 

“Ci penso io” dico

Il ragazzo cieco mette le mani un po’ ovunque sulle ragazze fin troppo gentili, racconta storie di palpeggiamenti da parte di ciechi su persone vedenti successi a lavoro, di liti, di gite con fratello e padre, di lavoro, di musica italiana anni ’40, delle donne basse, di Ischia, di quelle alte, dell’esperienza al buio. Vuole sapere tutto di noi e noi parliamo delle nostre vite finchè ne abbiamo voglia. Ridiamo, qualche battuta, io lascio Charles cartaceo sulla borsa e mi introduco parlando di persone basse diventate famose. Un’ora dopo le ragazze scendono, ci salutiamo e dopo due fermate anch’io scendo e finisco con il pensare che conoscere sconosciuti sopra un treno è un’esperienza da rifare mille volte invece che isolarsi dal mondo.

Stazione. Strano andare in giro con un cieco. Lui ti prende a braccetto e ovviamente tu devi fargli presente che ci sono le scale, e che stai facendo una curva. Tutte le strade cambiano, uso i sottopassaggi invece di fare slalom fra le auto saltando mancorrenti. Non puoi evitare la gente con il cellulare in mano e ci andiamo a sbattere ogni quindici metri e tutti ti guardano in maniera strana e devi stare lontano dagli alberi che lui non li vede, e dai tavolini che lui non li vede e dalle promoter che lui non le vede.

“Una volta ero a braccetto con due tizi e mi hanno rubato il portafogli” mi dice

Non so cosa rispondere, vorrei solo chiedergli cosa se ne fa dell’orologio al polso se tanto “non vede l’ora” ma non faccio in tempo a trovare un sistema per fargli quella domanda senza che sembri una battuta del cazzo che lui clicca un paio di bottoni ed ecco che l’orologio scandisce l’ora con voce tecno-metallica. 

Sorride.

Sorride sempre e mi sembra felice. Non lo capisco ma pure io sono un po’ felice.

Lo accompagno al pulman, lo aiuto a salire mentre srotola il bastone e appena parte vado a prendere il mio.

Dentro l’edicola appoggio sul piattino una moneta da due euro e chiedo un biglietto.

“Non sono due euro…”

“Come no?”

“No…”

Guardo la moneta. Sopra c’è l’effige di Tutankhamon, dietro, la scritta ONE POUND.

“E questa da dove cazzo è uscita?”

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83° giorno – Usb

Mi sdraio gonfio di torta, prosecco e stanchezza con il forte desiderio di starmene a casa domani e dormire magari, come uno si aspetta da un sabato mattina. Toccherà alzarmi invece, per colpa di un oggetto lungo tre centimetri e largo uno, la mia chiavetta usb. L’ho lasciata a lavoro e solo quando non ce l’ho a portata di mano capisco che la mia vita è tutta lì dentro. Documenti, foto, progetti… Se ho un pensiero, lo scrivo e lo salvo. Se ho un’idea la disegno e la salvo. A casa, come a lavoro è un continuo correre, salvare, cambiare computer, trasferire da memoria a memoria. I gesti più frequenti della mia vita sono passati da i tiri al canestro e le strette di mano allo staccare in maniera poco sicura le chiavette usb.

Certo che i bei tempi in cui scrivevo e disegnavo sulla moleskine mi sembrano lontanissimi e decisamente migliori. Verissimo che rimettersi a pc a trascrivere era una noia mortale però quando volevo rileggere qualcosa non dovevo accendere il pc, entrare con il mio ‘account’ digitando una ‘password’ e poi aprire ‘wordpad’ per caricare il file ‘rich text format’ da cercare su chissà quale ‘folder’ del ‘desktop’. Chilowatt buttati, una schiena martellata dalle tipiche posizioni scorrette di chi sta al pc, 32 pollici di schermo a 10 cm dalla faccia perché non c’era spazio per metterlo lontano ma il display lo volevo comunque grande.

Tutto questo per l’equivalente di sfogliare due pagine sdraiato sul letto.

Tutto per 4 righe scritte male.

Manco fossi Dante…