66° giorno – “D”

Sono le 16.30, caldo, in quello che si può definire un posto del cazzo. Una “D di discount” rossa su sfondo blu e bianco, un quadrato attaccato disarmonicamente su una casa con la sindrome “vorrei ma non posso”, pieno di balconi che dovrebbero farla sembrare diversa dal solito condominio di merda. Aria condizionata a palla dentro la grande D e roba che nessuno ha mai sentito nominare, cloni di prodotti che sentiamo ogni giorno. C’è “ENERGIA” , liquido redbulliano vitaminizzante o le patate San Gallo, tutto a prezzi ridicoli. Un eurospin molto meno famoso, che sembra uscito dall’iraq come del resto tutto il paese che gli sta attorno, a partire dalla stazione con buchi sui muri e binari morti sparsi in giro. Una stazione deserta, in un paese deserto, con un discount…deserto, ma deserto in maniera strana. Sono abituato alle fiumane di individui che razzolano come formiche per raccattare cibo scontato mentre qua, ci sono solo due gorillesse attempate che discutono di fronte a tre metri cubi di succo all’ananas mentre tutti intorno, sette dico sette lavoratori del discount vanno in giro. Non so a fare cosa, ma ne vedo altri li in fondo e pure un paio dietro il bancone, che in un periodo di crisi e di gente senza lavoro, questa D di discount rossa ci sta facendo una bella figura penso tra me e me. Che poi sono tutti silenziosi ed educati e si somigliano pure penso, quando vedo la terza bionda di fila.
E io, quando me ne esco da quel posto, e mi ritrovo ancora nella desolazione più totale, ecco, io mi chiedo se alla fine quel paese non sia tutto li dentro quel discount, che il resto sia solo scenografia. Una sola famiglia poi, perché mi sa che sono tutti parenti là dentro, un discount a conduzione familiare, il loro regno, il loro desolante retaggio.

A vederlo bene quel quadrato blu rosso e bianco, in effetti, potrebbe pure sembrare uno stemma nobiliare.

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65° giorno – Il mondo

Mentre ritornavo dall’allenamento l’orecchio si è tappato. Camminavo facendo smorfie e tentativi di ogni genere per riuscire a stapparlo ma niente di fare…una bolla.
Avere il corpo ovattato fa una strana sensazione…è il cuore la cosa che senti di più, avverti quasi il sangue che scorre e visto che camminavo, i passi hanno cominciato ad andare a ritmo di battito quasi per istinto naturale.

Tum-passo, tum-passo, tum-passo

Tum-passo. Che poi è ipnotico e ti vengono pensieri.

Tum-passo, tum-passo. Penso a quanto ci lamentiamo, io in primis, di quanto sia brutto e cattivo il mondo. Ne parlo con qualcuno e quello mi dice che anche per lui è brutto e cattivo.

Tum-passo. Poi penso che anche quel qualcuno ne parlerà con qualcun’altro, di sicuro, e quel tizio crederà, lamentandosi, che pure con lui il mondo è brutto e cattivo.

Tum-passo. Ancora, penso ad un sacco di gente che si incontra di continuo, ogni giorno e che parla di questo mondo brutto e cattivo, e la visuale si ampia e la gente che dice che il mondo è brutto e cattivo diventano centinaia di individui, poi milioni, poi miliardi. Tutti circondati da gente che rende il mondo brutto e cattivo.

Ma se vai a vedere, attorno a quella folla non c’è rimasto nessuno.

Ma non è che siamo tutti degli stronzi?

64° giorno – Bus

Il pullman e i suoi “abitanti” mi fanno sempre più paura, un mondo in cui gli immigrati ubriachi clandestini sono la parte più rassicurante. Tipo, oggi c’era un tizio, giovane sui 20 anni che flirtava pesante con una donna di 50 anni dai denti marci vestita come un’adolescente. Il giovane è vestito con abiti larghissimi su cui campeggia ovunque la scritta New York Yankees. Beve da una bottiglia d’acqua infilandosi quasi tutto il collo tra i denti. Forse è la bocca il particolare che da più fastidio, anche se non so se per i denti stranamente affilati e ravvicinati vagamente da castoro o per quello che dice. Si vanta di essere un gran picchiatore anche se non si direbbe. Dice che se lo fanno incazzare picchia tutti, che i vicini non lo salutano chissà perché. Una ragazza esce dalla porta del bus e lui la imita, dandogli della puttana perché in shorts, con la cinquantenne che ride sguaiata. Mi guardo con un immigrato ubriaco che mi sta affianco. Ha la tipica faccia di uno perplesso.

Come la mia ma senza la sfigurazione dell’alcool.

Vorrei essere ubriaco anche io.

63° giorno – Weekend

E quindi questo sarebbe il weekend, che inizio lavorando, da solo perché sono andati tutti in vacanza e qualcun altro non risponde. Ora, siamo vicini al primo minuto della domenica, l’odiata domenica e mi accorgo che forse oggi, non ho mai aperto bocca una sola volta. Sento anche una specie di mal di gola latente giù da qualche parte, un misto tra infiammazione e groppo in gola. Più che parlare però vorrei scrivere, ma seriamente. Alzarmi la mattina, fare colazione e poi andare sul balcone per scrivere, a getto, a caso. Mi sto stancando di questi lavori precisi, millimetrici, ancorati alle idee di qualcun altro. Vorrei davvero creare ed esprimermi pienamente, provare e riprovare finché non capisca com’è fatta la mia creatività, che per dovere di sopravvivenza, forse non ho mai visto.

62° giorno – Il punto più lontano

Il punto più lontano dalla felicità è come la faccia oscura della Luna, dove il sole non si vede. Quando sei triste, è più o meno li che ti trovi, spesso da solo. Oggi lo sono, come il 70% del mondo, probabilmente senza una vera ragione oppure molto colpevole, spaventato, confuso…tre cose che ti fanno sentire incazzato con la vita. Sono bravissimo a lamentarmi con stile delle cose che non vanno, dell’amore che non torna, dell’incertezza in cui navigo. Mi lamento con stile perché dai problemi non so uscire altrettanto bene, come una mosca che sbatte sul vetro. Da fuori cazzo, mi sembrano troppo stupide e forse è così che appaio agli altri ma non mi importa, non più. Dentro sento che tutto è difficile e complicato, che una parte dell’equazione non la conosca e nessuno ha intenzione di dirmela..Dentro non trovo giusto che torni a casa a piedi, sgrovigliando degli auricolari con in mente solo lampi di scarsa serenità e non mi sembra un bene che scatti foto con rabbia e senza piacere, facendo il compitino come se non ne importasse più nulla. Dentro non so cosa fare e che direzione prendere mentre fuori non so a chi chiedere. Anche quelle voce, che ogni tanto incitava, che mi svegliava dal torpore…quella che mi serviva per dire “domani è un altro giorno, si ricomincia” ecco, non la sento da un po’…

60° giorno – Up!

Me ne sto sdraiato sul prato con lo sguardo verso l’alto. C’è la betulla, il sole, un pezzo di casa e una strana pace silenziosa. Sarà che tutti mangiano, sarà che un sacco di gente sta in casa nonostante abbia un prato, quindi spesso sono deserti, sarà che in un prato tutti fanno silenzio come in chiesa magari “sssssshhh! Siamo in un prato…” “Scusa…” Verde silenzio…

Il vicino ha installato una di quelle campanelle che con il vento suonano e che contribuisce all’effetto rivelazione zen del momento. Girandomi sul fianco osservo tutti i vari tipi di erba, ne conto almeno dieci oltre ai residui autunnali di foglie cadute da tempo. Chissà perché non ci venivo più da anni qua sopra, anche solo per buttare 5 minuti di un qualsiasi pomeriggio di noia. Anni a calpestare solo il vialetto, a cercare prati da altre parti forse per il discorso dell’erba più verde, sapete, quella del vicino, quella migliore.

Ma io so che la colpa in realtà è della mia indole di sognatore e lo capisco adesso, proprio su questo prato, sdraiato con lo sguardo fisso verso l’alto.

No no, non è questione di “più verde”…

Io voglio l’azzurro.

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59° giorno – Punto di non ritorno

Il concetto di punto di non ritorno mi torna sempre in mente con invadente puntualità, anche alle 2:00 del mattino. Spesso è simbolo di atti di fede, conseguenze di azioni, gesti folli, perché da lì in poi tutto cambia, tutto diventa diverso e TU diventi diverso. L’adrenalina di un punto di non ritorno consapevole poi, figlio di una scelta, ti fa sentire più uomo, ti fa sentire grande, ti fa mandare Affanculo il mondo, con la A maiuscola di Anarchia. Io sento che ne sta arrivando uno di quei momenti, quando sai che tutto cambia, quando hai da scegliere il tuo futuro.

E lì la strada va solo avanti…

58° giorno – 4:00

Forse dovevo scrivere un attimo prima delle quattro del mattino, a due ore dalla sveglia. Fatto sta che rientro solo ora, con l’odore dell’idropittura che ancora riempe l’atrio. I mobili spostati tutti verso il centro rendono il tragitto al buio rischioso e divertente. È la spazzola del mobile del bagno o altro quella che sto toccando? Una crema o un bagnoschiuma? Dopo questa discesa nel buio, finalmente mi ritrovo a letto in qualche modo, sapendo che sarà un risveglio tragico. Il rovescio della medaglia di una vita in sopravvivenza.