Entro in un bar e faccio un’ordinazione direttamente al bancone. La cameriera comincia a farmi complimenti dal nulla per la mia decisione e sicurezza, per il mio fare autorevole “mica come tutti gli altri che entrano qui!” indicandomi anche uno strano tipo rasato e vestito con pantaloni tre volti più larghi del normale che quasi sbava dentro una tazzina di caffè.
“Di solito quelli che entrano qua non sanno mai quello che vogliono, stanno due ore come scemi al bancone a fare ehmmm….mmmh….e non si sbrigano mai…te invece…idee chiare, deciso…bravo….” continua la cameriera.
Annuisco sorridendo.
Deciso, sicuro, autorevole…che sa quello che voglio, eccomi…
…quanto vorrei farla entrare nella mia testa per qualche secondo per mostrarle quanto profondamente si sbaglia.
Mi piacerebbe vedere un film che parli di quello che fanno le comparse dopo che escono di scena. Immaginate una scena in cui i protagonisti mangiano al ristorante, sullo sfondo le comparse sono amici, coppie di innamorati, uomini di affari che mangiano e vivono in quei minuti di scena. Poi tutto cambia, perché il film procede e le comparse scompaiono.
Ecco, credo che in certi casi, sarebbe più divertente vedere cosa fanno le comparse dopo la loro scena invece di farle sparire nel nulla…
Oggi è tutto troppo rumoroso. La pioggia fuori, la gente, la televisione, la musica, la ventola del PC, i passi di quello di sotto. Oggi è anche tutto troppo lento. Il PC è lento, il telefono é lento, il traffico, i minuti che scorrono, i commessi, la fila al cesso…tutti lenti.
Decisamente necessario che mi trovi qualcosa di veloce e silenzioso.
Tipo il sonno, ma non so perché sul mio letto c’è un fottuto orso di pelouche di un metro e mezzo e gente che vede un film.
25 minuti dopo il termine ultimo di consegna, la mezzanotte. Ma visto che torno a casa dopo una giornata bella ed estenuante a Zurigo, tra caldo, cigni, franchi svizzeri, cartelli con scritto Ausfahrt o qualcosa di simile, panini al salmone, panino con il buco, credito insufficiente, batteria insufficiente, strade d’oro, lucidascarpe, partita di scacchi, occhiali viola, fontanelle d’acqua, sete, Luca Laurenti e strega comanda colore, tunnel eccessivamente lunghi, superdry , tedesco, strasse, lago e ragazze scosciate , cayenne come utilitarie, montagne in photoshop , panini al salmone, turchi che ballano contro chissàchi, with gas? Still !, desiderio di 50mm, milite ignoto e barche illuminate…direi che per una volta posso anche dire: arimo per me!
Se penso ai motivi che mi spingono a scrivere…bhe non li ho, o forse non li voglio confessare. Magari per farmi vedere, dare un’aria romantica e profonda di me stesso che forse esiste davvero o forse è solo finzione. Magari è perchè cosi mi sfogo, mi fa stare meglio ma in realtà non cambia nulla perchè da insoddisfatto vorrei avere un pubblico o meglio, più pubblico che mi osanna, che mi incita che mi dice che sono bravo a scrivere. Forse lo faccio per la remota speranza che da qualche parte questo vizio mi possa portare, se a riempire giornali di seconda fascia o scrivere un romanzo o intenerire i due fan che mi rimarranno giusto per compassione, ancora non lo so. Magari lo faccio perchè nel mondo vero non riesco a parlare e dire quello che vorrei, alle cose, alle persone, alla società, al mondo. Non sono abbastanza cattivo mentre qui, su un foglio, sono stronzo quanto desidero e posso urlare anche “CAZZO” “CULO” che nessuno mi sgrida, nessuno mi considera un pazzo squilibrato, profeta dell’apocalisse, volgare, misogino, maleducato, omossessuale o maniaco, di sinistra o di destra.
Ma se fosse la mia liberazione, il mio ritrovarmi…perchè questa paura di scrivere tutto? Spaventato dai lettori o da chi mi conosce o che crede di conoscermi. Come se potessero venire a scoprire una verità scomoda quindi in realtà, non sono libero, ma giusto un po’ più comodo.
Scendo in cantina credo per spegnere la lavatrice che altrimenti spreca troppi elettroni e gli elettroni costano, ma sono cosi immerso nei cazzi miei che faccio in tempo a manipolare su dei tasti e display, ritornare su in casa pensando a chissàccosaecchi e dimenticarmi completamente se quella ferraglia l’abbia spenta sul serio oppure no. Manco mi ricordo se poi la cantina l’ho chiusa.
Oggi, la spia della portiera aperta in macchina cercava di avvertirmi che per l’ennesima volta sono distratto e incostante, avvertirmi di qualche mia mancanza e avvertirmi di qualche importante avvertenza. Rossa e fissa mi avvertiva, ma giustamente la fissavo senza percepire nessun pericolo, come fanno gli stupidi, più propenso ad ascoltare la stessa canzone in repeat di una compilation “estate 2011” con un cuoricino sopra. Cd e copertina viola.
Solo quando si è spalancata a 100 all’ora in curva sono ritornato sul pianeta terra.
Dev’essere che passare la giornata a spostare omini sagomati sul computer, parlare di pezzi di alluminio e acqua e concludere la serata bevendo red bull ascoltando Bukowski recitato magistralmente mi ha provocato uno strano stato catatonico, in cui sembra che la lancetta non vada avanti, e mi ritrovo in pensieri tipo che io non sto combinando un cazzo in questo mondo, che sono distratto e che forse non saprei nemmeno definire in che stagione siamo ne l’anno attuale con precisione se ci penso sul serio. Sembra tutto stranamente cosi fuori dal tempo e complicato.
Vorrei anch’io però, come Bukowski, parlare e scrivere solo di alcool, vita e puttane.
Quanto durano 6, 2 decimi di secondo? Un mezzo-sorso di coca cola, uno starnuto, un sospiro, un cambio canale, un sorriso . Perdo così tanti minuti in ritardi, nullafacimenti, mancamenti di coscienza, vaneggiamenti astrali che 0,62 secondi…uff…ma chissenefrega. Invece in 0,62 secondi ci sta un salto, una parabola, una sfera che ruota e che inizia a scendere ed ora i decimi che separano l’uno dallo zero, la vittoria dall’incertezza di 5 minuti di fuoco sono 0,43 e poi 0,25, ancora lo zero non arriva e la sfera non si sa dove cadrà, se su quell’anello di un beffardo arancio o dentro quella rete forata.
0,19…e lo sguardo fisso, senza respiro…
…0,09…e il corpo del giocatore che scivola all’indietro e tutti gli occhi su quel pallone…
Buffo quando la routine ti abitua a vedere la vita come se fosse un set di una serie televisiva, in cui tutto è prefissato, in cui ogni “abitante” è un attore con una parte. Io da un po’ la città la vivo cosi…
Sapete, imparando a conoscerla nel tempo, tra i gesti, le fotografie e i racconti che leggo dentro quelle pieghe di umanità, ho cominciato a credere che quelle scenografie e sceneggiature di cemento e carne fossero ormai inamovibili e fisse. Tutto mi sembra già visto e noioso.
Con questo sentimento di sottofondo, oggi entro nella mia edicola preferita gestita dal mio edicolante preferito, che amo definire “l’estraneo più simpatico che io conosca”; un uomo sulla cinquantina, magro e occhialuto, sempre di buon umore e con un delizioso sarcasmo e umorismo che stona cosi tanto in quella città che a volte mi sembra di essere finito in una dimensione parallela. Apro la porta e…
“Quattro biglietti del pullman” esclamo.
Ma non c’è nessun edicolante simpatico. Solo una scaletta alla mia destra e due gambe pallide e nude sopra di essa. Il vestito chiaro molto primaverile e appena riesco a scorgere la testa, in alto tra riviste che nessuno legge, ecco capelli rossi e occhi azzurri. Sorride e mi chiede di ripetere, con una voce fin troppo delicata e gentile.
“Quattro biglietti del pullman” ripeto, ma tutta la sicurezza di poco prima è come svanita, voglio solo che continui a parlare.
Si muove verso il bancone e mi porge i biglietti…
“Cinque euro e venti” mi dice sorridendo
“Eccone sei”
Mentre mi porge il resto dico tra me e me che “questo cambio di attori non mi dispiace”
“Scusa?” fa lei.
“Nulla nulla” rispondo. La saluto ed esco, cambio di scena.
L’uomo dalla giacca rossa sfila una chiave argentata e mi accompagna alla porta. La chiave gira, e l’uomo mi fa entrare, sorridendo leggermente e aprendo l’uscio per farmi passare, come si confà a gente raffinata del mio livello. La stanza è piccola e angusta ma per me è un sollievo essere qui, dopo chilometri camminati tra la folla di una soleggiata domenica milanese, cheesecake celestiali trangugiate e fumetti giapponesi. In pochi istanti, sbrigo la faccenda per cui ho atteso cosi tanto ed esco.
L’uomo dalla giacca rossa mi saluta con un leggero inchino mentre mi avvio verso l’uscita. Lascio cadere una moneta sul vassoio appoggiato sul tavolo, appena prima delle vetrate che portano all’esterno…
A dirla tutta, 50 centesimi per entrare in un cesso pubblico mi sembrano troppi…anche se con il maggiordomo.