2° giorno – Fai da te

Sono giorni che perdo qualcosa. Il cavo della macchina fotografica prima, il gommino dell’auricolare poi, la pazienza all’aereoporto ed ora il pulsante di accensione dello smartphone. Non chiedetemi come sia successo…è solo caduto da qualche parte senza apparente motivo plausibile. Ora, “smart” è un appellativo generoso per uno strumento in cui se per caso perdi un pulsante non si può più usare. Vedete, se voglio accenderlo, dovevo andare a schiacciare un punto preciso “doveprimacerailbottone” con qualcosa di accuminato, il che vuol dire andare in giro con un cacciavite come ho fatto per tutta la domenica e no, una penna non bastava. Però, oggi ho avuto il colpo di genio di rendere più analogico il mio stupid-phone, inserendo una graffetta, di quelle delle graffettatrici opportunamente modificata, al posto del pulsante. Funziona egregiamente, soprattutto dopo averla coperta di 12 strati di scotch debitamente sagomato con un altro fantastico strumento analogico, il taglierino. Purtroppo i tagli li ho fatti quando lo scotch era già incollato, cosi ho graffiato in maniera irreparabile tutta la cover e anche l’ottica della videocamera.

Ma tanto faceva foto di merda.

1° giorno – La domenica mattina

Il paese è arroccato sopra uno spuntone di roccia, fatto di qualche casa, vie ripide ed un paio di chiese. Un paleontologo parla con mio padre, sono amici anche se io non l’ho mai visto. Muso pronunciato, occhi troppo vicini, magrissimo, con un maglione grande il doppio di lui, capelli venati di grigio e scarpe in tela blu con la scritta SNOOPY sopra il laccio a strappo, particolari quasi troppo irreali perchè possa essere una persona vera, ma invece esiste, ce l’ho davanti. Qualcuno si intromette con voce alta, interrompendoli e facendo domande e solo allora mi accorgo di essere circondato da persone: vecchi troppo chiassosi e giovani vestiti con cargo-pants e scarpe enormi forse per idroscivolare sopra le pozzanghere di quel campo da calcio in sabbia che ha visto giorni migliori. Sono in un oratorio e pioggia e sole si alternano, una banda dentro un locale spoglio intona una marcia di auguri per il festeggiato che intravedo vicino ai tristi banchetti del rinfresco. Tutto sembra un quadro pittoresco dai toni impressionistici. Incrocio qualche giovane paia di occhi azzurri nella sezione fiati, che a dirla tutta, è anche l’unica sezione che c’è ma stufo di quelle voci e di quella massa esco, sto sudando. All’aria aperta, appoggiato sull’uscio, c’è un uomo, anziano, con un braccio rotto e ingessato messo in bella mostra come un trofeo. Dice che ci ha messo un po’ a farsi convincere dal nipote a scrivere qualcosa sul gesso, ma ora pare che di quei segni ne vada molto fiero. Sorride e lo mostra alla folla.

“F U C K” c’è scritto.