304° giorno – Davo fuoco alle chiese e volevo continuare a farlo

Si che poi non erano chiese vere e proprie…sembravano dei templi con tante cellette e io entravo dentro e prendevo delle pantofole li buttate per terra da usare come miccia per divampare incendi tra il mobilio dipinto di queste microstanze…e vedevo i monaci che passavano appena ad un metro da me, parlando e recitando preghiere e litanie in lingue sconosciute senza sospettare ne cercarmi, ignari del mio peccato anche se “potrebbero trovarmi” pensavo, cosi, in un istante, che troppe volte davo le spalle alle entrate tonde senza porte di quel dedalo santo che solo a volte mi nascondevo dietro l’uscio, che è roba tipica dei sogni essere quasi scoperto e poi invece no…e appena se ne andavano io buttavo le torce-pantofole e appicciavo brutti fuochi in giro.

E mi alzo per andare a pisciare…che guardo l’orologio e leggo 5:47 e per almeno altri 45 minuti posso rifiondarmi a nanna e chissà cosa sognerò stavolta…che bruciare le chiese con delle pantofole è una cosa brutta, sacrilega, dovrei farmi il segno della croce  e recitare padrenostroavemariacredoinunsolodiopadreonnipotentecreatoredelcieloedellaterra, che quella prostata irritata è l’avvertimento divino, spegnere con l’acqua i fuochi del peccato gettando fuori le tossine ecco cosa vuole dirmi Dio, figliol prodigo torna indietro…e mi rinfilo nel letto e tempo di chiedermi “chissà se riprenderò sonno adesso” eccomi li di nuovo, tra muri bianco calce e piastrelle lucide, e altari e monaci vestiti di crema e incenso e io, con ciabatte in mano, che do fuoco a tutto.

303° giorno – Attrazione gravinastronale

Tutto questa storia del capannone nuovo e sedie comode e nessuno che ti infastidisce, lontano dal sottomarino che era un groviglio di metallo, posizioni anti-ergonomiche e dannose per la postura e le vertebre e le ossa piegate vista la quantità di spifferi anche…che il portone alle mie spalle mi son sempre chiesto se ce li aveva i cardini o era solo un quadrato che stava su grazie alle correnti ascensionali che mi arrivavano sulla schiena beh, tutto questo mi sta impigrendo…e i lavori sono diluiti e diluisco anch’io l’impegno in quelle otto ore sperando che intervenga qualche elemento di disturbo da qualche parte…una lite o una zuffa o uno di quei tizi sconosciuti che da quando ci siamo trasferiti “Driiiiin!” ed entrano perché trovano il cancello aperto, senza chiedere o presentarsi.

“L**** & C****?”

“No guardi…esca, prenda la porta blu poi salga le scale al piano di sopra”

“Ah grazie”…

“Driiiiin!” ancora

“La porta è chiusa…” sempre lo stesso tizio di prima

“Si…ovvio…la faccio andare io di là”

…e lo accompagno e gli spiego illustrandogli la via da buon profeta, godendo di quei unici momenti in cui cambio lavoro e divento ‘il portinaio di quelli di sopra’, che ancora non ho capito che faccia abbiano e di che tipo di servizilavoriprestazioni si occupino e dove parcheggino…so solo che ricevono un sacco di pacchi e gente diversa ogni giorno in visita…alcuni eleganti con ventiquattrore altri meno eleganti e cappellino DHL, signorine vecchie e giovani e tizi in bicicletta, che pare sia un posto divertente e interessante di sopra a vedere gli ospiti, che magari cercano un designer e non lo so perché gli annunci non li sto guardando da mesi.

Però, da ieri, spariranno anche quei momenti…ho stampato un foglio con su scritte le indicazioni per andare dai tizi di sopra e l’ho appiccicato sulla porta finestra con tipo lo scotch più potente del mondo anche se all’apparenza pareva un comunissimo scotch nobrand infilato nel secondo cassetto dall’alto…si attaccava in un istante che vi giuro non ho mai visto una cosa del genere…cosi preso alla sprovvista che quello appena agguantato come una faina il mio bel foglio con logo e scritte nero cubitali, ha fatto tutte le pieghe e arrotolature su se stesso e siccome di voglia di ristampare non ne avevo, sono andato ad attaccarlo cosi com’era, in spregio ai clienti mangiaranocchie francesi in arrivo che “arrivano i clienti e si ritrovano con sta merda davanti?” immagino già che mi dirà la Capa ma tant’è…vado li davanti al vetro e tac…attrazione gravi-nastro-nale anche su quello e mille bolle di aria che si creano e quindi stai li a farle scoppiare non per estetica o per ragioni reali ma solo per il gusto del “Pop!” stile i rotoli di imballaggio con i cuscinetti e l’aria dentro che ti piace scoppiare da quando hai tre anni…che tempi…che gioco…al punto che una volta nella vecchia sede ne trovai tipo 4-5 metri di rotoli da buttare via con le bolle grosse come un quarto di mano o un mezzo di malleolo e ci passai serate con Sorella e poi mio papà, che un giorno passava di li ed intravide quella roba in camera nostra, in veste di buon padre pronto ad intervenire in caso di bisogno, il giorno dopo ce ne portò altri metri venti.

“L’ho visto li in camera e pensavo vi servisse…ve ne ho portato un po'”.

Grande Pà.

E quindi…davanti al vetro con scotch carta pieghe e bolle…ancora una volta sorpreso. Rientro in ufficio, che un nome ancora non gliel’ho dato all’ufficio…che è una cosa importante e difficile che c’è da battere il buon vecchio freddo e e tenebroso sottomarino, e da bravo scienziato mi ritrovo sulla mia scrivania a fare esperimenti fisici-tecnici sullo scotch e sulla carta…e vedo che quel nastro attira attira la carta anche a distanza…pagine che si sollevano dal nulla e io e la mia pigrizia che cercano nella biblioteca mentale fatta di link ad articoli di wikipedia cosa potrebbe essere…elettromagnetismo, energia statica, visioni dovute all’abuso di carne di manzo o semplicemente “magia”, che  va sempre di moda visto che ancora mi sembra irrealistico vedere sulla tv immagini in movimento e che ormai ti mettono robot grandi quanti un granello di sabbia nelle vene per toglierti il colesterolo dalle arterie. Magia.

“Magia”

“Cosa?” chiede Teo

Ma non gli rispondo cosi assorto nei miei esperimenti…e prendo il nastro e lo attacco ai peli del braccio e quello nulla…e sulla plastica e nulla e ‘magia’ nella mia stanchezza soporifera in un ufficio con clima da tropici e tecnologia anti-spifferi, è l’unica parola che mi esce…che la scienza ormai avanza in ogni campo anche se, lasciatemelo dire…bravi e tutto…ma se mi date lo scotch più potente del mondo e per attaccarlo senza pieghe bello ordinato mi servono due morse, un tavolo e sei mani allora non ci siamo…come le macchine che fanno adesso con 2000 cavalli e pesano meno di una ginnasta russa e vanno a 600 all’ora…che te ne fai scusa…della potenza senza il controllo?
Lo dicevano in un spot no? Era in tv, con Carl Lewis che correva sulla pista di atletica con i piedi a moh di pneumatici e la scritta “la potenza è nulla senza controllo”…bravi..bello spot…mi è rimasto nella mia breve storia di guardatore di televisione, grande trovata pure quella, la televisione, anche se ancora non ho capito come funziona.

“Magia”

302° giorno – Granella al sesamo

Io non so se ho fatto il passo più lungo della gamba con questo diario che ricomincia…senza particolare motivo poi, che a pensarci forse forse era meglio buttarmi su un romanzo che anche se ti dici “no non sei in grado che le storie lunghe hanno bisogno di personaggi storie caratteristiche dettagli dialoghi conflitti”…e tu ci pensi e forse forse no, non hai voglia ne capacità forse forse anche se, una volta che inizi a scrivere, qualcosa ti viene in mente no? Mica che lo scrivi in un giorno…un romanzo…è come avere mille post-it su una lavagna…se inizi a metterne due o tre piano piano la riempi cazzo…a fine anno chissà quanti ce ne saranno…da riempirci trecento pagine almeno.

Che non so se ve l’avevo detto…ma i ‘trecentogiorni’ prima li ho buttati su un pdf e siamo a più di ‘quattrocentopagine’, abbastanza da raccontare mezzo signore degli anelli ed invece di personaggi tendenzialmente manco ce ne sono e nemmeno storie e la cosa più divertente che abbia mai fatto era andare a lavorare e tornare e fare alcune altre cose…che la parte più interessante del mio ultimo anno vai a vedere che è proprio tutto quel pezzo di vita accadutami da quando ho smesso di scrivere ed ho ricominciato. Ieri.

Statisticamente devo forse attendermi un periodo palloso? Lo temo.

D’altronde era in viaggio fino a poco tempo fa…ed ero fidanzato. Ora sono a casa, al freddo e single. Ed ho appena sputato una cicca alla cannella perché mi stava rovinando le cellule della bocca e temo che non possa assaporare decentemente la bistecca impanata di tacchino con granella al sesamo di Madre, che oggi non ho fatto pausa pranzo ed ho timbrato dopo 10:35 di ore continuative ed ho fame, anche se temevo che i miei in versione ‘stupido litigio tra adolescenti’ mi avrebbero costretto ad una pizza, visto che pure l’arrosto di ieri sera è sparito.

Forse forse la volevo la pizza però, ora, che ci penso.

Ho sbagliato tutto.

301° giorno – Il freddo (ricomincio da 301)

Avrei voluto che ci mettesse di più, il freddo, ad arrivare.

Quattordicididicembre.

Che con tutto quello che entra ed esce nella mia vita e i cambiamenti cosi di colpo boh…avrei voluto ancora il caldo e il sole come se ci fossero mille pannelli solari sul mio corpo…schiena testa e denti e occhi…che quando arriva il profumo di mare e il calore e l’estate ci speri sempre cazzo…che l’estate duri per sempre e ti ricordi anche, che un tempo il freddo ti piaceva…che facevi il figo con la felpa mezza aperta e due peli in croce sul petto a prender aria mentre il mondo attorno congelava in stalattiti-gmiti e invece ora sei come un vecchio imprenditore italiano…sai quelli che se ne scappano tra spiagge dorate e ombrellini annegati nell’alcool, quelli che in collegamento in diretta su una TV generalista dicono.
“Sono innocente…il fisco e la giustizia italiana mi perseguitano…guardate cosa ho dovuto fare…scappare dal mio bellissimo paese che amo e starmene in esilio”
…e dietro culi brasiliani e lui in camicia hawaiana pantaloni di lino cappello bianco occhiali da sole abbronzatura e rughe e peli bianchi che sorseggia roba colorata.

“Sluuuurpp”

Isola, sole, mare.

Sono vecchio.

Forse ora non vorrei altro che un nuovo biglietto di sola andata per casa mia…l’isola…che anche li c’è il freddo e il vento ma non sei in esilio e non ti senti uno straniero e credi di poter ricominciare forse…come questo diario che si, lo ricomincio…credo di averne il tempo e la voglia…credo di poter tornare a dire qualcosa a qualcuno.

Ricominciare.

In questi mesi ho fatto l’ennesimo giro di pista. Sono di nuovo allo ‘START’.

Alla fine la pista non è neppure male, c’è gente che corre su un ovale per tutta la vita…la mia è parecchio tortuosa invece…complicata e piena di alti e bassi ma ci si corre bene, se le gomme tengono.

Anche con il freddo.

Nuovo giro.

Tanti inizi. Nessun fine.

Momento maniaco-riflessivo di quelli classici, scenario l’autobus della Linea P che trotterella tra gas di scarico, buche, imprecazioni e il mio sguardo perso e fuori fuoco su palline di luce bianca che devono essere lampioni e sfere rosse brillanti che devono essere macchine o semafori, tutto filtrato da una patina ‘due millimetri di vetro’ prodotto da qualche parte qua in Italia, ingrigito…nebbioso…graffiato e io, me, figura ambigua, isolato dal resto dei 40 metri quadrati di spaccato della società-ghetto tipica di questo carro arancione arrancante…ci sono dentro gli strani…i solitari…le belle ragazze multiraziali piene di speranze e sguardi tristi, che escono dai casermoni dell’esterno varesino adiacente zona brutta che se uno volesse rievocare la Camilla di John Fante, é qua che la dovrebbe cercare e non tra le cameriere del centro…troppo altolocate raffinate estremamente poco genuine falsamente sorridenti snob ritoccate…troppo troppe per un Arturo Bandini qualsiasi a cui piacerebbe questo carrozzone denso di vecchi arrabbiati…e poveri a cui manca qualche pezzo dentro o fuori…comari da salottino…immigrati che glorificano una delle invenzioni più geniali e brutte della storia…le buste di plastica…sempre gonfie e piene di ‘chissàccheccosa’ e ben più solide di una valigia di cartone fradicia di sogni infranti, non si rompono quelle…quasi mai…spesso non si biodegradano…ostruiscono le vie respiratorie delle balene…saranno ancora sulla terra da qualche parte mentre noi saremo estinti insieme al resto della natura e le studentesse sedute sul fondo dell’autobus…e quelle con tre figli di loro madre a carico e padre disperso e io, me…che sto nel posto da emarginato…non il mio solito…dietro il guidatore anzi il conducente…davanti ho uno schermo vetro superficie nero riflettente deformante opacizzante…a sinistra la strada che rimbomba…a destra un vecchio dai piedi a papera che parla al guidatore anzi il conducente incurante di quell’avvertimento la sopra

“Vietato parlare al conducente”

…anche se lui, il guidatore anzi il conducente non si oppone, parla lo stesso…lo fa sempre…e se c’è una sedicenne con cartella in spalla e pancia nuda ancora di più parla…incurante di quei 20 posti a sedere e 24 in piedi in cui potrebbe far accomodare i conversatori con gentili parole o indicando quella scritta lassù

“Vietato parlare al guidatore anzi il conducente”

E io…emarginato tra gli emarginati di quel granello di polvere arancione perso nello spazio cosmo universale in espansione che pensa a ‘chissàccosa’…forse alle buste e il loro destino…forse alle targhe con gli avvisi che nessuno rispetta più…mentre la musica mi isola e mi manda messaggi ipnotici e ricordi di mia sorella…è li…appena entrata in casa e mi parla di vecchi pazzi e di quella nonnina che di colpo, parte a dire parolacce e insulta ‘chissàcchi’ ma poi…si quieta…spalanca gli occhi sbarrati fermi stagno un sacco di bianco e pupillascintillanteblu…dice che “ci sono i volpini nell’aria…tantissimi…e loro mi insultano e mi danno della puttana e quindi anch’io li insulto ma loro continuano…sono anni che continuano” e poi quel pensiero scompare…Sorella svanisce  nel riflesso sul vetro di una luce che si accende e ora penso ad una poltrona blu e due persone…e poi penso ad una ragazza e al suo vestito viola…e poi penso a quel bicchiere vuoto che cade dal bancone di un bar e poi penso al futuro…al domani…’allo ieri’ e a quel vetro che mi separa dalle bestie ruggenti con targhe e clacson e che diventa sempre più buio e nero e ora ci siamo, le ragazze scendono in quel limbo tra bosco sporco e Viale Valganna e rimangono solo due vecchi e il guidatore anzi il conducente che adesso forse parla da solo…con se stesso…incurante di quel cartello lì in alto “Vietato al guidatore anzi il conducente parlare al guidatore anzi il conducente” e 1,326 metri più sotto e 2,340 metri più indietro ci sono io, che corro in tondo a pensieri vaghi, persi…sempre più veloci…come se corressi intorno ad una rotonda, dentro un pullman arancione impazzito…sempre più veloce…sempre più attaccato alle sbarre grigio piombo sudice con le nocche che si fanno bianche e a pensieri senza un fine.

L’estate è morta

Mi vedo il naso screpolato, con la faccia riversa su di un asciugamano technicolor quasi kitch e gli occhi incrociati e fuori fuoco, quando le immagini si sdoppiano…presente si? Che spesso poi, son troppo pigro per rimetterli in convergenza e rimango minuti cosi, perso nella nebbia e nei giochi di specchi opachi della retina.

Tra la foschia lo vedo, in quel Punto troppo vicino perché sia chiaro…c’è un pezzo bianco…sulla Punta…e dal mio Punto di vista intracerebrale Puntato fisso come un laser interstellare ecco…pare enorme…uno squarcio…un foro di proiettile come sulla carlinga di un aereo di contrabbando…i bordi strappati verso l’esterno…sventolio di drappi neanche fosse il cellophane sulle finestre di una casa di campagna abbandonata.
“C’ho un buco” dico a sorella, mentre indico la fine della mia proboscide nana non prensile. Lei comincia a vaneggiare di creme, idratazione e sali minerali che scompaiono chissà come dal mio corpo…e dove se ne vanno eh?

Evaporano? O si sciolgono nell’acqua…si interscambiano per osmosi nell’atmosfera…si perdono microgrammo dopo microgrammo ad ogni pezzo di anima che se ne va giorno dopo giorno finché sarò dimagrito di 21 grammi di umanità?

“Me la vendi la tua anima?” le chiedo

“Stasera metti la crema dopo sole…”

“Ti posso offrire dei bei soldi…”

Le chiedo anche se l’abbronzatura sia andata persa per sempre…sparita per sempre dal naso, cosa che lo farebbe sembrare uno di quei dipinti facciali da guerra africani…oppure un naso da pagliaccio albino ma Sorella mi rassicura…”No” mi dice, non andrà persa se crederai fermamente nella Sacra Crema Doposole…la nuova divinità del giro che conta…e santificherai le feste e la domenica, la onorerai andando al mare tutto il giorno venerandola la sera, quando trasmetterà morbidezza e lucentezza al corpo. Ti chiediamo solo di stare sdraiato su teli sacri e spiagge bianche inneggiando al grande cerchio di luce finché la bianca purezza andrà verso il cuore mentre il torbido nero profondo degli sbagli accumulati andrà all’esterno, trasformandosi in ramata corazza.

“E come faccio se non ho il mare vicino…se salto una domenica mi devo tipo confessare immagino…se no non posso cospargermi di sacro unguento giusto?” chiedo a Sorella

“Ma di cosa stai parlando?”

Sorella non capisce che per me sono cose nuove…io che da tempo non capisco la differenza tra un ‘Dixan Piatti’ sottomarca preso in un discount di Calcutta ed uno ‘Shampoo ricci perfetti’ per capelli con livello di ondulazione 4 e secchezza 6, ma solo dalle 18:00 in poi però, da misurarsi con apposita sonda pilifera. Prezzo 38 euro. Bottiglia da 125 ml. Per dire…anche quando i capelli ce li avevo e mi facevano sudare di meno e sentire più giovane, lo shampoo era il bagnoschiuma e viceversa, non c’era differenza…l’importante era che creasse bolle e profumo, se c’è la schiuma pulisce.

Ma i tempi sono cambiati e io sono antico. Ci sono nuovi dei in giro…e le magliette devono stare strette per forza su fisici stretti e asciutti…e c’è sempre uno strato in piu da mettere che unge e profuma e reidrata le cellule morenti del nostro corpo, la tecnologia ci accompagna in acqua dentro buste trasparenti colorate cosi da fare selfies con orate e anguille guizzanti mentre io, riesco solo a notare il sole che ogni giorno si stanca un po’ prima e la gente è sempre un po’ di meno e ci sono fumi di malinconia…la sera c’è qualcosa in meno da fare e ritornano i pensieri degli impegni e le questioni da risolvere e anche il mare sembra diverso. Un mese fa era tutto più fresco, ma l’estate sta morendo…forse ormai è morta.

Lunga vita all’estate.

Chiave di svolta

La chiave si spezza come fosse burro. Infilo e giro come faccio da diecimila giorni…chissà quante volte ogni ventiquattrore…e due terzi di quei cinque centimetri scarsi che rimangono dentro la serratura.
Non dovrebbe significare nulla…non dovrebbe…e non credo nemmeno a destinoeventiscrittisimbologiesegnali divinidaisignificatidecifrabilisolotramitetabelleastrali…deciso tempo fa, non cedere a questo circo di predeterminazione senza via di scampo, tutto per andare contro quei momenti in cui vorresti maledire pianeti e dei del passato che pare ce la stiano mettendo tutta per impedirti di raggiungere quello che vuoi.

Ma all’universo non frega un cazzo di te, in questo credo adesso.

Però oggi, inserivo quella chiave dopo una mattina di decisioni personali e confronti costruttivi con quel Me Stesso “semper” causa di tutte le scelte sbagliate della mia esistenza e di un paio giuste…ed ero li, e pensavo ad una precisa situazione…in cui io forse lascio perdere e abbandono una strada che non “Sa da fare” per adesso o forse per sempre, forse per il bene mio e degli altri, forse per la pace e la felicità di qualcun altro, forse per sonni piu leggeri e un illusorio nuovo mondo di opportunità sempre rimaste dietro l’ombra e la nebbia di un sogno sfocato…forse perché è semplicemente giusto cosi e non c’è spazio per distruggere e ricostruire e rischiare. Forse perché, come al solito, ragiono in “forse” e non riesco mai…mai, a capire cosa sia giusto o sbagliato.

E la chiave si spezza tra lo scontro dei pensieri e dei forse. Si spezza come se fosse burro. Infilata e girata come faccio da diecimila giorni, tre-quattro volte ogni ventiquattrore e tre centimetri di acciaio solido che rimangono dentro la serratura.

Non credo nei segni divini però, penso…se si spezza l’acciaio perché non IO? Perchè provare sempre ad essere flessibile senza mai decidere, tagliare fuori, chiudere porte, scegliere fra bianco o nero…accomodante, con il piede in due scarpe, malleabile, remissivo…debole.

Non credo nei segni divini però, penso…dovrei fare una scelta definitiva senza vivere di sogni e film immaginari con happy ending, spezzarmi almeno una volta.

Sbuffo.

Oggi c’è davvero caldo. Entro nel buio della casa chiusa, prendo la borsa, esco di nuovo.

Lascio le chiavi sul letto. Qualcuno mi aprirà poi…spero.

Svantaggi delle cucine ad induzione.

Sono di là con l’intenzione di prepararmi camomilla e miele…non esattamente il cocktail superalcolico di una domenica sera da weekend lungo…non esattamente un idilliaco scenario di gente che esce e socializza ma d’altronde, ho appena chiuso la finestra…fuori lampeggiano fuochi d’artificio e luci e bum bum mi danno noia. Estrema.

Pentolino e acqua…vado a prendere l’ accendino infilato come al solito in un recipiente da artigiano del pesto buttato li in un angolo e urto il metallico scrigno del caffe avanzato, quello che se ne sta li in attesa dell’ennesima tazza di latte della mia vita. Il caffe allaga tutto il piano plastico bianco, entra nelle fessure…schizza sulla mia maglietta pulita e post-doccia…si riversa sul piano cottura disegnando forme geometriche.

Spengo fuoco e sposto pentolino con acqua semibollente. Rimuovo griglia, prendo spugna. Assorbo caffè…sciacquo…strizzo…riassorbo e pulisco per minuti senza dire una parola.

Non mi arrabbio più…prima lo facevo adesso invece…è un po’ si…che non mi arrabbio e non faccio polemica e non vado contro persone decisioni arroganze ingiustizie scelte conportamenti di cartone e non va bene…io con la rabbia ci ho sempre fatto le cose…il potere del telofacciovedereiochecazzofaccioequantovalgo. Qua…che strizzo e pulisco come una massaia…con “Lo Squalo” in stop nell’altra stanza perché i film nuovi li scarico abusivamente ma non li guardo…camomilla e miele e dolori qui e la…un po’ pure sulla schiena…mentre fuori la gente canta e beve e spara fuori d’artificio.

Dovrei tornare ad incazzarmi. Ad amare decentemente qualcuno pure…ma incazzarmi dovrebbe essere più facile , prima, come inizio. Almeno questo l’ho capito.

Pensare che con delle piastre ad induzione, a questa verità non ci sarei arrivato.

Piripirì

Non so cosa sia successo, ma ho smesso di dire “Pronto?” quando tiro su la cornetta del telefono…dico “Si?” e quelli dall’altro capo sembrano un po’ spaesati, rispondono con del silenzio reiterato, tipo “…”, punti di sospensione, finché poi parlano.

Sembrerò scocciato forse, sembrerò, cosi. Non che importi, in realtà, a me.

E forse lo sono, scocciato, io. Causa volume del telefono troppo basso che mi fa alzare dal letto solo dal ‘numero dieci’ squillo in poi, corsa trafelata verso quella plastica arrotondata grigio scintillante e tastoni giganti in ossidiana polimerica. I primi tre li perdo sapete. Poi altri tre in cui mi chiedo se per caso stia davvero suonando…il telefono…sapete…e poi altri tre in cui ascolto disturbato dai rumori del tutt’attorno che rendono la tua solitudine più sopportabile perché ci si sente meno soli si, se ci sono altri soli nel tutt’attorno…soli che fanno piccoli rumori che rompono l’ovattatura fischiante. E quei tre che ascolto, tutto teso sapete, sull’orecchio buono che sta a destra…quelli fanno Piripirì! Piripirì! e mi alzo dalla mia consueta scomoda-posizione simil-yoga maledendomi anzi no maledicendomi per non essermi cambiato i pantaloni…che ci vuole dico…a mettersi più comodo visto che inevitabilmente soffro come un cane con i jeans quando rimango con questi cane di jeans. Cane.

Decimo squillo, “Piripirì! Piripirì”

E corro, 5 passi poi, altra stanza, porta chiusa, apro, entro, afferro. Cinque passi si, ma sempre corsa è, sempre di corsa si tratta, sempre di cinematica psicofisica, arti che si allungano a velocità insolita, passo più lungo della gamba, impercettibile temperatura che si alza, e cane jeans che scivola.

“Si?”

Silenzio.

Aspetto.

Parlano.

Non cercano me.

Chiamo colui che lei\lui\loro cercano…uno dei soli del sistema solare cucina o sala o sgabuzzino perché era da sistemare o sottoscala che è saltata la luce o garage.

Non cercano me…non cercano quasi mai ‘me’.

Ho smesso anche di chiamare ultimamente…le volte che chiamo spesso chiudo al decimo squillo. Non mi interessa molto l’opinione altrui e non mi interessa nemmeno la mia, forse è per quello.

Probabilmente nemmeno agli altri.

Tanto alla fine, nel mio piccolo sistema solare, si gira lo stesso. Anche se molto lentamente.

Piripirì.

Sommatoria

Metto su carta sensazioni controverse, si mischiano con uno strano torpore come se la fresa a ciclo continuo fosse una litania da sonno e non un assillante fischio che mi fracassa la mente.

Ne sentivo il bisogno forse…di scrivere…sentivo le parole stipate in un cunicolo come un groppo in gola…sentivo qualcosa nello stomaco che non andava ne su ne giù ma rimaneva dentro a combattere contro la flora intestinale…sentivo di avere qualcosa da dire ma impossibile da buttare fuori interamente e quindi creo solo una breccia, piccola…fa uscire giusto un filo di aria fischiettante ma che abbassa la pressione di quel blocco pesante…cosi…scalda un poco mani e tastiera…cosi…depura sinto-tossine…cosi…rilascia piccole-piccolissime dosi di endorfina…cosi
.
Sentivo, che ieri era come oggi e domani sarà lo stesso…probabile. Mi lavo le mani nel bagno della ditta, finestra di fronte che fa da quadro…forse l’erba è un pelo più alta per la pioggia…sembra…forse il sole è più presente di ieri e manca il muso del camion, forse il vento muove quei fili di erba verso sinistra impercettibilmente ma, pare tutto uguale alla fine…sempre, ieri era come oggi, domani sarà lo stesso, probabile.

Oggi, dovevo essere da altre parti. Avevo deciso. Uscire prima…un’ora o due, viaggiare per poca strada e poco tempo, fotografare una decina di ‘dieci minuti’ qualcosa, qualcuno…posti, gente…un caffè forse…una bibita seduto in un tavolino a guardare umanità passare e scollegare un po’ la mente da tutto quello che si trasforma in acido e insonnia perpetua nel buio della notte, indossare giacche primaverili e occhiali da sole, tirare grossi respiri e concedersi anche qualche ricordo nostalgico…buono o cattivo non importa, i ricordi non si giudicano, a loro non piace.

Da altre parti. Dovevo. Dovevo essere. Ma mi son lasciato convincere da…qualcuno\qualcosa, non ricordo…convinto a stampare altro tempo sul mio cartellino di carta ed ottenere numeri più alti sul conto corrente a fine mese…e assorbire vibrazioni rumori per altre ore pomeridiane, radiazioni schermo-facciali, illuminazione al neon, scenografia di metallo e cemento per poi uscire…tornare a casa giusto in tempo per tutta quelle serie di appuntamenti e impegni e gente e cose e pensieri amari che aspettano solo che tu suoni il campanello e varchi l’uscio per saltarti addosso…nemmeno il tempo di togliersi le scarpe.

Da altre parti si…dovevo. Ci penso solo ora che è troppo tardi per riavere indietro il mio tempo, il mio sole, il mio caffè, la mia macchina fotografica, il mio viaggiare poco per poco tempo e poca strada, i miei libri di Charles, gli sconosciuti, i dialoghi assurdi della gente che ti cammina davanti o amoreggia dietro il tuo sedile dell’autobus…tardi per il vento e il rumore che fanno le foglie, le strade d’asfalto o in pavé.

Mi serviva, mi sarebbe servito…dovevo…da altre parti…più di somme, numeri e righe in più nell’estratto conto…ed invece ecco, oggi è come ieri e domani, forse, sarà lo stesso.

 

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