Tanti inizi. Nessun fine.

Momento maniaco-riflessivo di quelli classici, scenario l’autobus della Linea P che trotterella tra gas di scarico, buche, imprecazioni e il mio sguardo perso e fuori fuoco su palline di luce bianca che devono essere lampioni e sfere rosse brillanti che devono essere macchine o semafori, tutto filtrato da una patina ‘due millimetri di vetro’ prodotto da qualche parte qua in Italia, ingrigito…nebbioso…graffiato e io, me, figura ambigua, isolato dal resto dei 40 metri quadrati di spaccato della società-ghetto tipica di questo carro arancione arrancante…ci sono dentro gli strani…i solitari…le belle ragazze multiraziali piene di speranze e sguardi tristi, che escono dai casermoni dell’esterno varesino adiacente zona brutta che se uno volesse rievocare la Camilla di John Fante, é qua che la dovrebbe cercare e non tra le cameriere del centro…troppo altolocate raffinate estremamente poco genuine falsamente sorridenti snob ritoccate…troppo troppe per un Arturo Bandini qualsiasi a cui piacerebbe questo carrozzone denso di vecchi arrabbiati…e poveri a cui manca qualche pezzo dentro o fuori…comari da salottino…immigrati che glorificano una delle invenzioni più geniali e brutte della storia…le buste di plastica…sempre gonfie e piene di ‘chissàccheccosa’ e ben più solide di una valigia di cartone fradicia di sogni infranti, non si rompono quelle…quasi mai…spesso non si biodegradano…ostruiscono le vie respiratorie delle balene…saranno ancora sulla terra da qualche parte mentre noi saremo estinti insieme al resto della natura e le studentesse sedute sul fondo dell’autobus…e quelle con tre figli di loro madre a carico e padre disperso e io, me…che sto nel posto da emarginato…non il mio solito…dietro il guidatore anzi il conducente…davanti ho uno schermo vetro superficie nero riflettente deformante opacizzante…a sinistra la strada che rimbomba…a destra un vecchio dai piedi a papera che parla al guidatore anzi il conducente incurante di quell’avvertimento la sopra

“Vietato parlare al conducente”

…anche se lui, il guidatore anzi il conducente non si oppone, parla lo stesso…lo fa sempre…e se c’è una sedicenne con cartella in spalla e pancia nuda ancora di più parla…incurante di quei 20 posti a sedere e 24 in piedi in cui potrebbe far accomodare i conversatori con gentili parole o indicando quella scritta lassù

“Vietato parlare al guidatore anzi il conducente”

E io…emarginato tra gli emarginati di quel granello di polvere arancione perso nello spazio cosmo universale in espansione che pensa a ‘chissàccosa’…forse alle buste e il loro destino…forse alle targhe con gli avvisi che nessuno rispetta più…mentre la musica mi isola e mi manda messaggi ipnotici e ricordi di mia sorella…è li…appena entrata in casa e mi parla di vecchi pazzi e di quella nonnina che di colpo, parte a dire parolacce e insulta ‘chissàcchi’ ma poi…si quieta…spalanca gli occhi sbarrati fermi stagno un sacco di bianco e pupillascintillanteblu…dice che “ci sono i volpini nell’aria…tantissimi…e loro mi insultano e mi danno della puttana e quindi anch’io li insulto ma loro continuano…sono anni che continuano” e poi quel pensiero scompare…Sorella svanisce  nel riflesso sul vetro di una luce che si accende e ora penso ad una poltrona blu e due persone…e poi penso ad una ragazza e al suo vestito viola…e poi penso a quel bicchiere vuoto che cade dal bancone di un bar e poi penso al futuro…al domani…’allo ieri’ e a quel vetro che mi separa dalle bestie ruggenti con targhe e clacson e che diventa sempre più buio e nero e ora ci siamo, le ragazze scendono in quel limbo tra bosco sporco e Viale Valganna e rimangono solo due vecchi e il guidatore anzi il conducente che adesso forse parla da solo…con se stesso…incurante di quel cartello lì in alto “Vietato al guidatore anzi il conducente parlare al guidatore anzi il conducente” e 1,326 metri più sotto e 2,340 metri più indietro ci sono io, che corro in tondo a pensieri vaghi, persi…sempre più veloci…come se corressi intorno ad una rotonda, dentro un pullman arancione impazzito…sempre più veloce…sempre più attaccato alle sbarre grigio piombo sudice con le nocche che si fanno bianche e a pensieri senza un fine.

L’estate è morta

Mi vedo il naso screpolato, con la faccia riversa su di un asciugamano technicolor quasi kitch e gli occhi incrociati e fuori fuoco, quando le immagini si sdoppiano…presente si? Che spesso poi, son troppo pigro per rimetterli in convergenza e rimango minuti cosi, perso nella nebbia e nei giochi di specchi opachi della retina.

Tra la foschia lo vedo, in quel Punto troppo vicino perché sia chiaro…c’è un pezzo bianco…sulla Punta…e dal mio Punto di vista intracerebrale Puntato fisso come un laser interstellare ecco…pare enorme…uno squarcio…un foro di proiettile come sulla carlinga di un aereo di contrabbando…i bordi strappati verso l’esterno…sventolio di drappi neanche fosse il cellophane sulle finestre di una casa di campagna abbandonata.
“C’ho un buco” dico a sorella, mentre indico la fine della mia proboscide nana non prensile. Lei comincia a vaneggiare di creme, idratazione e sali minerali che scompaiono chissà come dal mio corpo…e dove se ne vanno eh?

Evaporano? O si sciolgono nell’acqua…si interscambiano per osmosi nell’atmosfera…si perdono microgrammo dopo microgrammo ad ogni pezzo di anima che se ne va giorno dopo giorno finché sarò dimagrito di 21 grammi di umanità?

“Me la vendi la tua anima?” le chiedo

“Stasera metti la crema dopo sole…”

“Ti posso offrire dei bei soldi…”

Le chiedo anche se l’abbronzatura sia andata persa per sempre…sparita per sempre dal naso, cosa che lo farebbe sembrare uno di quei dipinti facciali da guerra africani…oppure un naso da pagliaccio albino ma Sorella mi rassicura…”No” mi dice, non andrà persa se crederai fermamente nella Sacra Crema Doposole…la nuova divinità del giro che conta…e santificherai le feste e la domenica, la onorerai andando al mare tutto il giorno venerandola la sera, quando trasmetterà morbidezza e lucentezza al corpo. Ti chiediamo solo di stare sdraiato su teli sacri e spiagge bianche inneggiando al grande cerchio di luce finché la bianca purezza andrà verso il cuore mentre il torbido nero profondo degli sbagli accumulati andrà all’esterno, trasformandosi in ramata corazza.

“E come faccio se non ho il mare vicino…se salto una domenica mi devo tipo confessare immagino…se no non posso cospargermi di sacro unguento giusto?” chiedo a Sorella

“Ma di cosa stai parlando?”

Sorella non capisce che per me sono cose nuove…io che da tempo non capisco la differenza tra un ‘Dixan Piatti’ sottomarca preso in un discount di Calcutta ed uno ‘Shampoo ricci perfetti’ per capelli con livello di ondulazione 4 e secchezza 6, ma solo dalle 18:00 in poi però, da misurarsi con apposita sonda pilifera. Prezzo 38 euro. Bottiglia da 125 ml. Per dire…anche quando i capelli ce li avevo e mi facevano sudare di meno e sentire più giovane, lo shampoo era il bagnoschiuma e viceversa, non c’era differenza…l’importante era che creasse bolle e profumo, se c’è la schiuma pulisce.

Ma i tempi sono cambiati e io sono antico. Ci sono nuovi dei in giro…e le magliette devono stare strette per forza su fisici stretti e asciutti…e c’è sempre uno strato in piu da mettere che unge e profuma e reidrata le cellule morenti del nostro corpo, la tecnologia ci accompagna in acqua dentro buste trasparenti colorate cosi da fare selfies con orate e anguille guizzanti mentre io, riesco solo a notare il sole che ogni giorno si stanca un po’ prima e la gente è sempre un po’ di meno e ci sono fumi di malinconia…la sera c’è qualcosa in meno da fare e ritornano i pensieri degli impegni e le questioni da risolvere e anche il mare sembra diverso. Un mese fa era tutto più fresco, ma l’estate sta morendo…forse ormai è morta.

Lunga vita all’estate.

Chiave di svolta

La chiave si spezza come fosse burro. Infilo e giro come faccio da diecimila giorni…chissà quante volte ogni ventiquattrore…e due terzi di quei cinque centimetri scarsi che rimangono dentro la serratura.
Non dovrebbe significare nulla…non dovrebbe…e non credo nemmeno a destinoeventiscrittisimbologiesegnali divinidaisignificatidecifrabilisolotramitetabelleastrali…deciso tempo fa, non cedere a questo circo di predeterminazione senza via di scampo, tutto per andare contro quei momenti in cui vorresti maledire pianeti e dei del passato che pare ce la stiano mettendo tutta per impedirti di raggiungere quello che vuoi.

Ma all’universo non frega un cazzo di te, in questo credo adesso.

Però oggi, inserivo quella chiave dopo una mattina di decisioni personali e confronti costruttivi con quel Me Stesso “semper” causa di tutte le scelte sbagliate della mia esistenza e di un paio giuste…ed ero li, e pensavo ad una precisa situazione…in cui io forse lascio perdere e abbandono una strada che non “Sa da fare” per adesso o forse per sempre, forse per il bene mio e degli altri, forse per la pace e la felicità di qualcun altro, forse per sonni piu leggeri e un illusorio nuovo mondo di opportunità sempre rimaste dietro l’ombra e la nebbia di un sogno sfocato…forse perché è semplicemente giusto cosi e non c’è spazio per distruggere e ricostruire e rischiare. Forse perché, come al solito, ragiono in “forse” e non riesco mai…mai, a capire cosa sia giusto o sbagliato.

E la chiave si spezza tra lo scontro dei pensieri e dei forse. Si spezza come se fosse burro. Infilata e girata come faccio da diecimila giorni, tre-quattro volte ogni ventiquattrore e tre centimetri di acciaio solido che rimangono dentro la serratura.

Non credo nei segni divini però, penso…se si spezza l’acciaio perché non IO? Perchè provare sempre ad essere flessibile senza mai decidere, tagliare fuori, chiudere porte, scegliere fra bianco o nero…accomodante, con il piede in due scarpe, malleabile, remissivo…debole.

Non credo nei segni divini però, penso…dovrei fare una scelta definitiva senza vivere di sogni e film immaginari con happy ending, spezzarmi almeno una volta.

Sbuffo.

Oggi c’è davvero caldo. Entro nel buio della casa chiusa, prendo la borsa, esco di nuovo.

Lascio le chiavi sul letto. Qualcuno mi aprirà poi…spero.

Svantaggi delle cucine ad induzione.

Sono di là con l’intenzione di prepararmi camomilla e miele…non esattamente il cocktail superalcolico di una domenica sera da weekend lungo…non esattamente un idilliaco scenario di gente che esce e socializza ma d’altronde, ho appena chiuso la finestra…fuori lampeggiano fuochi d’artificio e luci e bum bum mi danno noia. Estrema.

Pentolino e acqua…vado a prendere l’ accendino infilato come al solito in un recipiente da artigiano del pesto buttato li in un angolo e urto il metallico scrigno del caffe avanzato, quello che se ne sta li in attesa dell’ennesima tazza di latte della mia vita. Il caffe allaga tutto il piano plastico bianco, entra nelle fessure…schizza sulla mia maglietta pulita e post-doccia…si riversa sul piano cottura disegnando forme geometriche.

Spengo fuoco e sposto pentolino con acqua semibollente. Rimuovo griglia, prendo spugna. Assorbo caffè…sciacquo…strizzo…riassorbo e pulisco per minuti senza dire una parola.

Non mi arrabbio più…prima lo facevo adesso invece…è un po’ si…che non mi arrabbio e non faccio polemica e non vado contro persone decisioni arroganze ingiustizie scelte conportamenti di cartone e non va bene…io con la rabbia ci ho sempre fatto le cose…il potere del telofacciovedereiochecazzofaccioequantovalgo. Qua…che strizzo e pulisco come una massaia…con “Lo Squalo” in stop nell’altra stanza perché i film nuovi li scarico abusivamente ma non li guardo…camomilla e miele e dolori qui e la…un po’ pure sulla schiena…mentre fuori la gente canta e beve e spara fuori d’artificio.

Dovrei tornare ad incazzarmi. Ad amare decentemente qualcuno pure…ma incazzarmi dovrebbe essere più facile , prima, come inizio. Almeno questo l’ho capito.

Pensare che con delle piastre ad induzione, a questa verità non ci sarei arrivato.

Piripirì

Non so cosa sia successo, ma ho smesso di dire “Pronto?” quando tiro su la cornetta del telefono…dico “Si?” e quelli dall’altro capo sembrano un po’ spaesati, rispondono con del silenzio reiterato, tipo “…”, punti di sospensione, finché poi parlano.

Sembrerò scocciato forse, sembrerò, cosi. Non che importi, in realtà, a me.

E forse lo sono, scocciato, io. Causa volume del telefono troppo basso che mi fa alzare dal letto solo dal ‘numero dieci’ squillo in poi, corsa trafelata verso quella plastica arrotondata grigio scintillante e tastoni giganti in ossidiana polimerica. I primi tre li perdo sapete. Poi altri tre in cui mi chiedo se per caso stia davvero suonando…il telefono…sapete…e poi altri tre in cui ascolto disturbato dai rumori del tutt’attorno che rendono la tua solitudine più sopportabile perché ci si sente meno soli si, se ci sono altri soli nel tutt’attorno…soli che fanno piccoli rumori che rompono l’ovattatura fischiante. E quei tre che ascolto, tutto teso sapete, sull’orecchio buono che sta a destra…quelli fanno Piripirì! Piripirì! e mi alzo dalla mia consueta scomoda-posizione simil-yoga maledendomi anzi no maledicendomi per non essermi cambiato i pantaloni…che ci vuole dico…a mettersi più comodo visto che inevitabilmente soffro come un cane con i jeans quando rimango con questi cane di jeans. Cane.

Decimo squillo, “Piripirì! Piripirì”

E corro, 5 passi poi, altra stanza, porta chiusa, apro, entro, afferro. Cinque passi si, ma sempre corsa è, sempre di corsa si tratta, sempre di cinematica psicofisica, arti che si allungano a velocità insolita, passo più lungo della gamba, impercettibile temperatura che si alza, e cane jeans che scivola.

“Si?”

Silenzio.

Aspetto.

Parlano.

Non cercano me.

Chiamo colui che lei\lui\loro cercano…uno dei soli del sistema solare cucina o sala o sgabuzzino perché era da sistemare o sottoscala che è saltata la luce o garage.

Non cercano me…non cercano quasi mai ‘me’.

Ho smesso anche di chiamare ultimamente…le volte che chiamo spesso chiudo al decimo squillo. Non mi interessa molto l’opinione altrui e non mi interessa nemmeno la mia, forse è per quello.

Probabilmente nemmeno agli altri.

Tanto alla fine, nel mio piccolo sistema solare, si gira lo stesso. Anche se molto lentamente.

Piripirì.

Sommatoria

Metto su carta sensazioni controverse, si mischiano con uno strano torpore come se la fresa a ciclo continuo fosse una litania da sonno e non un assillante fischio che mi fracassa la mente.

Ne sentivo il bisogno forse…di scrivere…sentivo le parole stipate in un cunicolo come un groppo in gola…sentivo qualcosa nello stomaco che non andava ne su ne giù ma rimaneva dentro a combattere contro la flora intestinale…sentivo di avere qualcosa da dire ma impossibile da buttare fuori interamente e quindi creo solo una breccia, piccola…fa uscire giusto un filo di aria fischiettante ma che abbassa la pressione di quel blocco pesante…cosi…scalda un poco mani e tastiera…cosi…depura sinto-tossine…cosi…rilascia piccole-piccolissime dosi di endorfina…cosi
.
Sentivo, che ieri era come oggi e domani sarà lo stesso…probabile. Mi lavo le mani nel bagno della ditta, finestra di fronte che fa da quadro…forse l’erba è un pelo più alta per la pioggia…sembra…forse il sole è più presente di ieri e manca il muso del camion, forse il vento muove quei fili di erba verso sinistra impercettibilmente ma, pare tutto uguale alla fine…sempre, ieri era come oggi, domani sarà lo stesso, probabile.

Oggi, dovevo essere da altre parti. Avevo deciso. Uscire prima…un’ora o due, viaggiare per poca strada e poco tempo, fotografare una decina di ‘dieci minuti’ qualcosa, qualcuno…posti, gente…un caffè forse…una bibita seduto in un tavolino a guardare umanità passare e scollegare un po’ la mente da tutto quello che si trasforma in acido e insonnia perpetua nel buio della notte, indossare giacche primaverili e occhiali da sole, tirare grossi respiri e concedersi anche qualche ricordo nostalgico…buono o cattivo non importa, i ricordi non si giudicano, a loro non piace.

Da altre parti. Dovevo. Dovevo essere. Ma mi son lasciato convincere da…qualcuno\qualcosa, non ricordo…convinto a stampare altro tempo sul mio cartellino di carta ed ottenere numeri più alti sul conto corrente a fine mese…e assorbire vibrazioni rumori per altre ore pomeridiane, radiazioni schermo-facciali, illuminazione al neon, scenografia di metallo e cemento per poi uscire…tornare a casa giusto in tempo per tutta quelle serie di appuntamenti e impegni e gente e cose e pensieri amari che aspettano solo che tu suoni il campanello e varchi l’uscio per saltarti addosso…nemmeno il tempo di togliersi le scarpe.

Da altre parti si…dovevo. Ci penso solo ora che è troppo tardi per riavere indietro il mio tempo, il mio sole, il mio caffè, la mia macchina fotografica, il mio viaggiare poco per poco tempo e poca strada, i miei libri di Charles, gli sconosciuti, i dialoghi assurdi della gente che ti cammina davanti o amoreggia dietro il tuo sedile dell’autobus…tardi per il vento e il rumore che fanno le foglie, le strade d’asfalto o in pavé.

Mi serviva, mi sarebbe servito…dovevo…da altre parti…più di somme, numeri e righe in più nell’estratto conto…ed invece ecco, oggi è come ieri e domani, forse, sarà lo stesso.

 

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Un giorno da granchio corridore

Mi alzo come sono andato a dormire, pioggia che martella le superfici scoperte del mio antro. Di là, una luce accesa avverte che mio padre è già in piedi…e non che ci fossero dubbi.

“Vuole fortemente quel granchio corridore…” urla la TV con la voce impostata di un documentario e a quel punto, anche te ti fai una di quelle domande importanti che ti condizionano l’esistenza.

“Quanto fortemente voglio quel granchio corridore?” …ma non so darmi una risposta.

Latte.

Mentre cuoce…spero si dica cosi…cuocere il latte suona male…forse riscaldare ecco…

Mentre riscalda…spero si dica cosi…noto che c’è tipo una spirale in movimento sulla superficie…la tocco con il cucchiaio e quella scompare…non controllo se si forma la pellicina ma mi affido alle bolle laterali…prendo il pentolino che avrà trent’anni…ha i cuori disegnati tutti attorno…mi riempo la tazza…dispenser con cereali terzo sportello a sinistra secondo ripiano…bello pieno pregando non sappiano di cartone come quelli dell’ultimo mese che io lo ammetto, di solito ho una gran memoria per cose persone fatti numeri costellazioni spaziali animali dinosauri automobili e formule fisiche inutilizzate da secoli tipo legge di Stevino rho per gi per acca eppure, non ricordo…non riesco mai a ricordare il nome dei miei cereali preferiti o chi li faccia o con che cosa siano fatti tra mais, avena, riso o granchi corridori.

E il latte è quasi tiepido.

Merda.

Significa che non l’ho riscaldato bene, significa che forse dovevo cuocerlo, significa che come al solito, nella vita sbaglio un bivio che tra riscaldare e cuocere, ci passa in mezzo un attimo di felicità.

I cereali però sono quelli giusti.

Almeno.

Mi guardo in giro per vedere se ci sia la scatola, cosi che possa studiare ed imparare, aggiungere un tassello di consapevolezza nella mia esistenza, andare sicuro ad un primo appuntamento con una ragazza diretto a fare la spesa…e portarla subito nella fila dei cereali in fila per sei con il resto di due tra quarantaquattro marche diverse e componenti variabili e sottoingredienti valori nutrizionali forma condimenti mascotte scintillanti con grosse K sopra galli tigri api anelli ciambelle fiocchi OGM o no produzione italiana cinese campi dorati schiavitù. Una volta nella sacra navata centrale dei carboidrati da colazione, una ‘wunderkammer’ del ‘breakfast’, andrei diritto verso quella scatola, conquistando la donna con la mia sicurezza…quella scatola di cui ho imparato colori e schemi comunicativi, in un mix tra caricature fumettistiche di animali e cascate di latte spruzzante sopra cereali dorati.

Avete mai notato?

Le cose che inondano con energia e gocce che vanno ovunque…le usano…pubblicità…forse mentalmente ci danno la carica e pensano che ti alzeresti la mattina, prendendo il cartone del latte NON aprendolo da quel minuscolo buco solito sulla punta, ma tagliandolo da cima a fondo sul lato lungo, lanciando tutto il contenuto di colpo in una vasca da bagno con Nesquik e cannuccia. Cose che spruzzano e schizzano (SPLASH!) che forse c’è pure qualcosa di sessuale e virile dietro, doppi sensi e malizie e collegamenti che siamo tutti depravati e ci starebbe anche quello, con Freud che se la ride giù all’inferno dove sta…ma voglio vederla alla prima maniera, come uno di quei messaggi che poi si scontrano con la realtà stile famiglia felice del Mulino Bianco che quelli si, hanno scodelle e latte che scende niagaramente da bottiglie di vetro anni cinquanta e il sole dorato di un post-alba vista campi di grano e fiumiciattolo.

Che io, quando apro il cartone del latte male e quello esce a singhiozzi spruzzando e spargendo in mille gocce, io…mi incazzo. Mi incazzo perché straborda e le particelle di latte fanno il giro della tazza da un litro e sotto si forma la chiazza e quindi la alzi…e la pulisci…ma adesso la goccia sta dall’altro lato e la tovaglia si macchia e si…ditemi pure che c’è il trucco…e che basta girare l’apertura in modo che stia in alto e non in basso…giustissimo, scoperto anch’io di recente…ma quando un abitudine ti entra nel DNA non ne esce più, se non con uno stupro mentale di quelli seri.

E comunque il latte è quasi freddo ormai…e sono due ore che sgranocchio e la tazza sembra ancora piena.

Certi giorni le cose non sembrano finire più e mi figuro angioletto e diavoletto sulle spalle ma con la faccia di Einstein…che parlano di relatività generale e del fattore tempo nello spazio in prossimità dell’orizzonte degli eventi.

Forse forse, questa è la colazione più lunga della mia vita.

Sarà che penso troppo.

Sarà che ancora non so quanto fortemente voglia quel granchio corridore.

Che sarebbe stato un anno…quindici giorni fa…quasi.

Anche se non ci scrivo da un due mesi, quasi.

Anche se sono in ritardo di una decina di giorni con gli auguri…dieci giorni fa, quasi…facciamo quindici.

A volte mi manca si…sembra un’esistenza fa, quasi…sembra che la mia vita fosse diversa anche se io son sempre lo stesso, quasi…stesse lotte con le mie parti peggiori e desideri inconfessabili, sempre ad accumulare cataste di pensieri che si infilano in tutte quelle curve e pieghettine nel cervello neanche fossero briciole di crostatina tra le fessure della tastiera.

Quasi che ci ho ripensato a ricominciare di nuovo “che 301 sia” e sfogar se pur minimamente quella poltiglia beige che fa la spola tra stomaco e cervello tra una crisi di nervosismo e l’altra, che come sempre soffro di umanità cronica…non ero sano prima, non sono sano adesso…stessi amori impossibili e aggrappamenti a vetri scivolosi, mi riscopro spaventato da tutto come sempre mentre faccio lo spavaldo, come sempre…stesse battaglie perse in partenza perché sono il primo a non credere alla vittoria…arretro…arretro…arretro.

Perdente.

Scrivo poco.

Vorrei.

Mi servirebbe…forse. Quasi.

Di la…nell’altro spazio bianco, qualcosina qualche giorno fa, ho scritto. Tanti inizi…tanti titoli, due fenomenali credo, quasi…ed ho paura di sprecarli…lo sapete che ci si rimane delusi quando il pezzo non è all’altezza del titolo…è per lo stesso motivo per cui i trailer non dovrebbero esistere oppure dovrebbero fare un film interamente stile trailer con mezze frasi ad effetto, soundtrack che pompa, trama incapibile ma tanto “bum-bum”, nessun momento morto.

Nessun momento morto.

E anche in questo periodo, a proposito, io…poi…nessun momento morto, quasi.

Progetti, impegni. Tanti.

Eh si…ecco…questo poi sarebbe anche positivo.

Ma non sono felice.

Qualcosa non torna.

Ci sono degli spazi in cui non riesco a vedere, dentro. E che cazzo di paura ho…io…di vivere.

Perché.

300° gior…uahahaha…no…scherzavo.

Beh insomma, pare sia spiaciuto ad un sacco di gente che abbia concluso cosi di colpo il progetto “un pezzo al giorno” però tranquilli, non mene vado in vacanza per molto anzi, sto già pensando ad un qualcosa di diverso da riproporre più avanti, appena avrò le idee chiare…ovviamente sempre in versione blog. Intanto, impaginerò questo lavoro e lo buttero scaricabile da qualche parte sotto forma di ebook cosi chi vuole potrà portarsi sempre dietro questo progetto senza senso.

- Per gli scritti sporadici comunque, fate pure un salto su: www.malditesto.it , ci scrivo da 3-4 anni ormai insieme ad un compare di penna (io sono Nurofen)

- Se vi interessa la mia fotografia street invece, visto che sono più talentuoso come fotografo che come scrittore, andate sul mio sito www.blackbulb.net. Credo che ricomincerò anche a scrivere qualche articolino (in inglese)

- Tutte le cazzate che mi vengono in mente invece, finiscono su renzopianissimo.blogspot.it/ dove io ed un mio caro amico scriviamo le cose più stupide che ci possano venire in mente

- Per chi mi vuole insultare personalmente invece, un classico dei classici, pagina FB: Profilo

 

per l’altro progetto, quando sarà tempo saprete, un saluto e grazie :)

299° giorno – Un anno di 300 giorni

I numeri pieni e tondi fanno sempre scena e il mondo è sempre andato in quella direzione, roba rotonda e precisa, senza complicazioni…e pure io se il biglietto per il treno costa 10.60 ne do sempre 20 e 60 per far quadrare il resto in proporzioni auree…e saliva il gelo quando a cinque minuti dalla fine del compito di matematica al liceo…dopo trenta passaggi e cinquanta bestemmie…scrivevi ‘uguale’, sommatoria dei calcoli ed ecco un numero infinito con virgole e decimali senza senso…il numero tondo segnava la linea tra l’aver risolto il problema e la cazzata nascosta da qualche parte tra il secondo e il ventinovesimo passaggio. Hanno una loro bellezza insita i numeri precisi e tondi…come il ‘100’ che fa sognare i fan di Mike o la macchina che tocca i ‘300’, sotto il telo di un garage e che ti da un tono sociale e auto-compiacimento…e ci sarebbe da incazzarsi per questi spazi temporali e rotazioni eliocentriche con mesi mai tutti uguali e un Febbraio che si permette di cambiare ogni 4 anni…quel 365 variabile che ti ricorda di mettere un’altra scomoda tacca sulla cintura…dai ma che numero del cazzo è ‘365’…che se lo dividi per quei 12 onesti e dignitosi mesi esce 30.4166666 e cosi fino alla morte del pianeta terra mentre 300…son 25 giorni al mese…nessuna filastrocca stupida per ricordarsi dei mesi a cazzi loro che ‘tutti gli altri son trentuno’…la gente vuole le cose immediate e semplici dicevo, precise e tonde anche quando fanno gli anarchici senza Dio e morale, pronti a lanciare mattoni contro ingiustizie o barboni o omosessuali o enti governativi.

Vi rendo la vita più facile…facciamo finta che questo sia un mondo perfetto a 24° costanti con sole luminoso e tanti alberi ombrosi che emanano ossigeno a profusione, buco dell’ozono bello chiuso e la gente che si ama…tanto è sempre giugno e i fiori profumano e un anno ha 300 giorni. In questa pura utopia immaginaria in cui ci troviamo adesso, io ho scritto per un anno di fila, dimostrando a me e agli altri che l’incostanza non è natura ma solo questione di pura volontà, i difetti non sono scritti nel DNA ma sono solo parto di una mente poco allenata ai cambiamenti drastici. E non ho dimostrato solo quello, forse ci ho anche ricavato qualcosa…ho imparato a scrivere meglio credo…e a tirare fuori concetti dalle inutilità che mi passano sotto gli occhi, un significato ce l’hanno sempre adesso…e mi sono impegnato cercando nei vuoti della mia pazienza le energie per scrivere anche le notti in cui tornavo all’alba o i giorni di febbre e nausea ed ora, che è passato un anno tondo, smetto.

Smetto. Punto.

Che è anche come un mio caro amico mi ha consigliato di chiuderla…con un “Smetto. Punto”, nient’altro, solo questa frase…ma lui è pragmatico e logico mentre io pazzo e sentimentale e per quanto fosse deciso da tempo che tutto finisse oggi e ogni giorno mi sentivo più libero e leggero, ammetto che le cose hanno cominciato a prendere un’altra piega nelle ultime ore…mi sono sentito meno sicuro di volerla chiudere, l’idea di andare avanti si propagava sottile…una specie di trauma da distacco e il desiderio di fare come Jordan Belfort in Wolf of Wall Street…un bel discorso su di me che mollo per poi dire “IO NON ME NE VADO CAZZO!” ecco…mi era balenato in mente ma no…è giusto cosi, è andato avanti anche troppo questo progetto, ho dato tutto, mi sono prosciugato e logorato su questo diario…questa ‘cosa’ quasi senza senso densa di mille ripetizioni e stile diversi, sconclusionato e nevrotico, che a tratti è diventato lo specchio di me stesso, di come sono fatto dentro, a tratti…lasciando anche intravedere cose che un tempo non avrei mai raccontato o esposto al pubblico anche se ho comunque il rammarico di non aver dato tutto quello che avrei voluto…troppe volte ho alzato la penna senza scrivere quello che avevo in mente, oppure ho riempito fogli con solo accenni e mezze frasi nella speranza che gli interessati capissero…ma era impossibile…e mi sono rimaste dentro dichiarazioni d’amore, antipatie, fantasie e desideri e non dico che sia troppo tardi ma ormai non è più il posto giusto per farlo o forse non sono IO abbastanza giusto e grande per non avere paura e per scrivere senza filtri, non ne ho ancora l’età e non ho le cicatrici sul corpo secche da decenni. Quindi non mi scuso per questo, vi siete beccati la più alta dose di sincerità che il mio corpo potesse tollerare…e avrei potuto fare il figo per darmi un gran tono, inventarmi di sana pianta storie e scopate epiche di una grande vita lunga un anno di 300 giorni ma ho preferito dare retta alle pulsioni nascoste e buttare su carta anche i giorni più noiosi e malinconici.

E immagino che a questo punto voi…poveri cristi che mi leggono, qualcuno ogni tanto…altri che lo fanno solo se il titolo sembra figo o per pura noia…voi, che credo di potervi contare sulle dita di una mano…vi starete chiedendo perchè questo coglione molla di colpo, vaneggia su anni da 300 giorni, parla di numeri tondi e perfetti per poi chiudere al 299…avete ragione eh…sacrosanto…ma se pure Dio, quello perfetto, il settimo giorno si riposò…c’è scritto da qualche parte all’inizio della Bibbia, Genesi tipo…figuratevi se non posso concedermelo io che sono imperfetto, tanto imperfetto che ai miei difetti ci sono affezionato e me li tengo, prendetela come una firma di artista…mi piace essere imperfetto e fastidioso. Ricordo che a volte ad un amico facevo compilation musicali multi-genere…curavo tantissimo la tracklist, tracce ben selezionate, ci mettevo giorni e a volte preparavo pure copertine con grafica curata…cose cosi…ma c’era sempre un problema…tracce non normalizzate con volume ad ottovolante o “Salvation” dei Rancid…terribile…infilata nel Cd al posto di quella dei Cranberries…e i ritardi della mia vita, treni e pullman persi, appuntamenti saltati…sono fatto cosi, imperfetto e sconclusionato, fastidioso come i prezzi sul volantino dei Mediaworld “Offerta a 99.99″ che ti gira il cazzo beccarti quel merdosissimo centesimo di Nichel…”ma cazzo ma metti 100 no? Tienitelo il resto”

Ti rimarrà nel borsellino fino a che campi…ogni volta che lo apri lo ritroverai li, piccolo e rosso.

Io sono quel centesimo di Nichel.