Tanti inizi. Nessun fine.

Momento maniaco-riflessivo di quelli classici, scenario l’autobus della Linea P che trotterella tra gas di scarico, buche, imprecazioni e il mio sguardo perso e fuori fuoco su palline di luce bianca che devono essere lampioni e sfere rosse brillanti che devono essere macchine o semafori, tutto filtrato da una patina ‘due millimetri di vetro’ prodotto da qualche parte qua in Italia, ingrigito…nebbioso…graffiato e io, me, figura ambigua, isolato dal resto dei 40 metri quadrati di spaccato della società-ghetto tipica di questo carro arancione arrancante…ci sono dentro gli strani…i solitari…le belle ragazze multiraziali piene di speranze e sguardi tristi, che escono dai casermoni dell’esterno varesino adiacente zona brutta che se uno volesse rievocare la Camilla di John Fante, é qua che la dovrebbe cercare e non tra le cameriere del centro…troppo altolocate raffinate estremamente poco genuine falsamente sorridenti snob ritoccate…troppo troppe per un Arturo Bandini qualsiasi a cui piacerebbe questo carrozzone denso di vecchi arrabbiati…e poveri a cui manca qualche pezzo dentro o fuori…comari da salottino…immigrati che glorificano una delle invenzioni più geniali e brutte della storia…le buste di plastica…sempre gonfie e piene di ‘chissàccheccosa’ e ben più solide di una valigia di cartone fradicia di sogni infranti, non si rompono quelle…quasi mai…spesso non si biodegradano…ostruiscono le vie respiratorie delle balene…saranno ancora sulla terra da qualche parte mentre noi saremo estinti insieme al resto della natura e le studentesse sedute sul fondo dell’autobus…e quelle con tre figli di loro madre a carico e padre disperso e io, me…che sto nel posto da emarginato…non il mio solito…dietro il guidatore anzi il conducente…davanti ho uno schermo vetro superficie nero riflettente deformante opacizzante…a sinistra la strada che rimbomba…a destra un vecchio dai piedi a papera che parla al guidatore anzi il conducente incurante di quell’avvertimento la sopra

“Vietato parlare al conducente”

…anche se lui, il guidatore anzi il conducente non si oppone, parla lo stesso…lo fa sempre…e se c’è una sedicenne con cartella in spalla e pancia nuda ancora di più parla…incurante di quei 20 posti a sedere e 24 in piedi in cui potrebbe far accomodare i conversatori con gentili parole o indicando quella scritta lassù

“Vietato parlare al guidatore anzi il conducente”

E io…emarginato tra gli emarginati di quel granello di polvere arancione perso nello spazio cosmo universale in espansione che pensa a ‘chissàccosa’…forse alle buste e il loro destino…forse alle targhe con gli avvisi che nessuno rispetta più…mentre la musica mi isola e mi manda messaggi ipnotici e ricordi di mia sorella…è li…appena entrata in casa e mi parla di vecchi pazzi e di quella nonnina che di colpo, parte a dire parolacce e insulta ‘chissàcchi’ ma poi…si quieta…spalanca gli occhi sbarrati fermi stagno un sacco di bianco e pupillascintillanteblu…dice che “ci sono i volpini nell’aria…tantissimi…e loro mi insultano e mi danno della puttana e quindi anch’io li insulto ma loro continuano…sono anni che continuano” e poi quel pensiero scompare…Sorella svanisce  nel riflesso sul vetro di una luce che si accende e ora penso ad una poltrona blu e due persone…e poi penso ad una ragazza e al suo vestito viola…e poi penso a quel bicchiere vuoto che cade dal bancone di un bar e poi penso al futuro…al domani…’allo ieri’ e a quel vetro che mi separa dalle bestie ruggenti con targhe e clacson e che diventa sempre più buio e nero e ora ci siamo, le ragazze scendono in quel limbo tra bosco sporco e Viale Valganna e rimangono solo due vecchi e il guidatore anzi il conducente che adesso forse parla da solo…con se stesso…incurante di quel cartello lì in alto “Vietato al guidatore anzi il conducente parlare al guidatore anzi il conducente” e 1,326 metri più sotto e 2,340 metri più indietro ci sono io, che corro in tondo a pensieri vaghi, persi…sempre più veloci…come se corressi intorno ad una rotonda, dentro un pullman arancione impazzito…sempre più veloce…sempre più attaccato alle sbarre grigio piombo sudice con le nocche che si fanno bianche e a pensieri senza un fine.

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